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A Codogno, la «telescuola» che resiste al virus

A Codogno, la «telescuola» che resiste al virus
Foto: Istituto Comprensivo di Codogno
Stefano Iucci
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Una comunità educante che nonostante tutto va avanti, crea legami, lavora sulla memoria e sul futuro con l'aiuto di tutti: alunni, insegnanti, personale tecnico e dirigenza. La preside dell'Istituto Comprensivo: molto di quello che facciamo rimarrà

Cecilia Cugini è da settembre la dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo di Codogno. È al suo anno di prova, dice sorridendo; e che sia una prova davvero non c’è dubbio. La raggiungo al telefono nel primo pomeriggio per farmi raccontare cosa sta accadendo nella sua comunità scolastica che è tale anche senza scuola: bambini, genitori, insegnanti, personale tecnico formano alla fine una specie di corpo con tanti organi diversi. Anche quando le aule sono chiuse. È molto cortese, ma mi chiede di richiamarla dopo un’ora: “Dopo pranzo – racconta – mi collego in video chat con il mio staff. Organizziamo il lavoro, prima però insieme – ma ciascuno a casa propria – ci prendiamo un caffè”.

La scuola, chiusa dal 21 febbraio, ha più di 1.600 studenti, 200 docenti e circa 40 Ata. Cugini è di Piacenza e da quel giorno è in quarantena volontaria, “ma di fatto si lavora più di prima, perché la scuola non si ferma”, ci dice. “Ancor prima che uscisse il decreto – racconta – abbiamo attivato diverse modalità didattiche a distanza per venire incontro alle giuste preoccupazioni dei genitori. Per i ragazzi la nostra è diventata una ‘telescuola’. I docenti si sono mossi in libertà e con grande creatività: dalla semplice fruizione di tutte le modalità che offre il registro elettronico ad applicazioni come Google Classroom, MyEdu che permettono di interagire, caricare e scaricare materiali didattici”.

Se la scuola è innanzitutto comunità fisica, è chiaro che le problematiche maggiori riguardano i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia, un’età in cui la relazione diretta assume un ruolo ancora più importante: “Prima abbiamo lavorato per rassicurarli rispetto a possibili ansie da abbandono, poi le maestre, utilizzando anche una nostra applicazione, hanno cominciato a lavorare con loro in piccole classi virtuali, ad assegnare piccoli compiti: giochi da fare, osservare delle piantine, passeggiare”, racconta la dirigente scolastica.

I nodi da affrontare in questa sorta di tempo sospeso sono diversi: il primo sta nel fatto che il 20 per cento della scolaresca dell’istituto di Codogno è straniera: “Il problema per me più delicato è questo – osserva Cugini –: possiamo essere sicuri di raggiungere la nostra intera utenza? Difficile dirlo, spesso non sappiamo se a casa hanno un computer, una connessione. Alcuni sono appena arrivati e non hanno neanche le credenziali per entrare nel registro elettronico: mettere in atto modalità di istruzione a distanza in queste condizioni non è semplice. Devo dire che la comunità si è mobilitata, sono tanti i genitori che si sono mossi per dare una mano a queste famiglie. E questi sono segnali importanti”.

Altro tema è quello che riguarda gli alunni con disabilità: “In questi casi è importante che la relazione con i docenti sia personale, diretta. E l’impegno degli insegnanti di sostegno è da sottolineare: incontrano i ragazzi, li portano a camminare insieme, naturalmente con tutte le precauzioni del caso”.

Tante difficoltà ovviamente in questa situazione ci sono anche nell’altro pezzo importante dell’attività di una scuola, quello dell’attività tecnica e amministrativa degli Ata. Non tutto si può fare a casa da remoto, molto materiale, soprattutto quello che riguarda le iscrizioni per le materne, è ancora cartaceo: e qui poi, a emergenza finita, bisognerà fare un serio ragionamento (e investimento) sulla digitalizzazione delle nostre scuole.

Appunto: quando sarà finita. Cosa resterà? “Spero che tante delle cose fatte in queste settimane rimangano – aggiunge la preside –. A cominciare da quelle sul versante tecnico dell’innovazione digitale: pensi che con la scuola di Vo’ Euganeo, in Veneto, abbiamo messo in piedi un team di ‘innovatori’ instancabili che tramite webinar lavorano insieme su coding e robotica: anche questo è un modo per fare rete”.

E poi, ovviamente, la memoria: “Un docente sta facendo lavorare tutti gli alunni sulle emozioni e le proprie paure con disegni, piccoli manufatti, poesie, canzoni che poi, una volta usciti dall’emergenza, vorremmo esporre in una mostra”.

Alla fine della nostra chiacchierata Cugini fa una piccola pausa e abbassa il tono della voce: “La comunità avverte su di sé con grande sofferenza lo stigma di chi si sente l’untore d’Italia”. È forse la cosa più triste, un sentimento che può ingenerare depressione, passività e paura. Ma sono momenti: qui c’è una comunità che si stringe intorno alla sua scuola e a sua volta chi opera nella scuola la sente come un pezzo fondamentale della propria vita: “Pensi – conclude la dirigente scolastica – che alcune signore tra il personale Ata ci hanno chiesto di poter sgattaiolare di nascosto dentro all’istituto per ‘dare una bella pulita’. Naturalmente glielo abbiamo vietato nel modo più tassativo. Ma il segnale è molto bello”.