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Coronavirus, «così lo stiamo affrontando in Lombardia e Veneto»

Coronavirus, «così lo stiamo affrontando in Lombardia e Veneto»
Foto: Davide Torbidi
Davide Orecchio
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Il picco deve ancora arrivare, gli ospedali sono sotto organico. Misure nazionali e locali per risolvere problemi di strutture e organici, e per garantire i posti letto di terapia intensiva. Il punto sulle criticità nelle due regioni

Niente allarmi né fake news, ma analisi su dati reali. Il coronavirus in Italia non ha ancora raggiunto il suo picco. Lo farà nelle prossime settimane. Occorre dunque contenerne la diffusione, rafforzare le unità di terapia intensiva ospedaliere, aumentare la popolazione di medici e infermieri che lavorano a ranghi ridotti. Le istituzioni sembrano avere accolto l’appello della comunità scientifica a non abbassare la guardia, un monito innescato, a inizio settimana, anche dagli autori di uno studio pubblicato su Cattiviscienziati.com, condotto da Enzo Marinari, del dipartimento di Fisica dell'Università Sapienza di Roma, e da Enrico M. Bucci, della Temple University di Philadelphia. Lo studio matematico si basa sul numero di decessi e ricoveri in terapia intensiva comunicati dalla Protezione Civile a partire dal 24 febbraio. I dati, esposti in un grafico, mostrano che l'evoluzione nel tempo del numero dei pazienti gravi è approssimata al meglio da una curva ad andamento esponenziale, con i casi che raddoppiano ogni 2,6 giorni. 

Da quel che abbiamo illustrato - scrivono gli autori -  è evidente che in Nord Italia è in questo momento in pieno sviluppo una epidemia nella sua iniziale fase di crescita esponenziale”. Proiettando questo trend al prossimo futuro, "si nota come il numero di posti letto richiesti in terapia intensiva cresca rapidissimamente nella prima settimana di marzo, configurando una situazione di ovvia crisi per le strutture sanitarie del territorio, poiché potrebbero essere richiesti almeno 350 posti letti in terapia intensiva entro il 5 marzo e ancora di più successivamente", scrivono Marinari e Bucci. 

Una prima risposta del governo, contenuta in una circolare diffusa dal ministero della Salute, prevede l'incremento del 50% dei posti letto in terapia intensiva e del 100% in pneumologia e malattie infettive. E’ prevista, anche, la "rimodulazione locale delle attività ospedaliere", ed è "necessario ridistribuire il personale sanitario per l'assistenza, con un percorso formativo 'rapido', qualificante per il supporto respiratorio per infermieri e medici". Questo percorso è destinato ad infermieri e medici da dedicare alle aree di terapia sub intensiva. Ma nelle corsie, secondo una ricostruzione del Sole 24 Ore, mancano all’appello settemila medici, 1500 solo in Lombardia, Veneto ed Emilia, ossia le regioni più colpite dall’epidemia al momento.

In Lombardia, ad oggi, 4 marzo, i posti di terapia intensiva, tra pubblico e privato, sono 750, ma la Regione si sta attivando per chiederne altri 110. “Con un decreto -  ci spiega Manuela Vanoli, segretaria generale della Fp Cgil regionale - la Regione si sta muovendo per aumentare il più possibile il numero dei posti letto in terapia intensiva. Hanno già bloccato l'attività ordinaria, è in atto un'operazione per recuperare respiratori e attrezzature dalle sale operatorie e per creare altri posti. I numeri sono in crescita, si parla di 500 nuovi contagi al giorno. Abbiamo ancora una situazione a macchia di leopardo. Tolta la zona rossa, la prima zona colpita poi è stata quella di Cremona, dove non eravamo ancora attrezzati a fare il triage fuori dagli ospedali, in tende esterne, quindi le persone lo hanno fatto al pronto soccorso generando qualche problema in più. Adesso anche Bergamo sta andando a saturazione. La preoccupazione è come rallentare la diffusione per fare in modo che il sistema sanitario sia pronto per raccogliere e curare le persone”. 

“La discussione in corso dovrebbe portare tutte le strutture della sanità privata lombarda - prosegue Vanoli - ad essere coinvolte o direttamente, perché sono in grado di ricoverare i pazienti con coronavirus, o indirettamente, spostando dagli ospedali pubblici i pazienti e i reparti per riservare reparti completi ai contagiati. Si sta aprendo, però, un problema di personale sanitario contagiato. I primi casi sono in crescita. Adesso siamo passati in quattro giorni dall'avere l'emergenza mascherine, al dover fare gli ordinativi per i respiratori. Questo la dice lunga sulla situazione… A Lodi stanno lavorando h24 da una settimana, ma anche negli ospedali di Cremona e di Bergamo la gente fa turni su turni”. E’ positiva, però, rileva Vanoli “l'apertura di assunzioni, prendendo tutte le persone che sono in graduatoria, ricorrendo anche a collaborazioni e interinali, come richiesto a livello nazionale e locale dai sindacati: in base agli ultimi decreti, la Lombardia lo sta facendo”, spiega sempre Vanoli. “L'altro intervento annunciato è di abbreviare il concorso al terzo anno del corso di laurea per infermieri. Insomma far laureare prima gli infermieri in modo da procedere all’assunzione”.

Passando al Veneto, qui la Regione ha disposto l'incremento di 534 posti letto complessivi in tutte le aziende sanitarie del territorio e presso le aziende ospedaliere di Padova e Verona. I nuovi posti sono suddivisi tra le terapie intensive e i reparti di pneumologia e malattie infettive. “In Veneto - ci spiega Ivan Bernini, segretario generale Fp Cgil Veneto - accanto al tema delle terapie intensive dobbiamo affrontare un grosso problema: abbiamo numeri importanti di lavoratori che sono in quarantena. A Venezia avevamo 240 lavoratori in quarantena, a Vicenza siamo arrivati a 60, a Treviso a 35 e a Padova siamo attorno ai 60. Ma purtroppo sono numeri in crescita. Molti lavoratori positivi al virus non vivono in ville o in grandi case, ma spesso in case piccole e con la famiglia: quindi stanno chiedendo di poter fare la quarantena al di fuori delle loro abitazioni. Aziende e Regione stanno ragionando su quali luoghi identificare e adibire”.

L'altro grande problema - prosegue Bernini - riguarda le case di riposo, dove si riscontrano pazienti con positività al virus. In queste strutture si rischia seriamente il collasso. I posti letto vanno dagli 80 ai 500, ma il personale è ancora più ridotto che negli ospedali, e la situazione rischia di aggravarsi. Per quanto riguarda le terapie intensive al momento non paiono esserci grossi problemi. La Regione ha previsto un incremento sulla base delle necessità. Il primo caso da noi risale al 21 febbraio, all'ospedale di Schiavonia, nella Bassa Padovana. In quella struttura hanno immaginato una soluzione per la quale un'ala di circa 50 posti letto possa essere attrezzata anche per terapia intensiva”.

C’è infine un “un problema di dispositivi - conclude Bernini -, ne sono stati ordinati quantitativi enormi, la domanda in questo momento è molto superiore rispetto alla possibilità di produzione che, per lo più, viene dall'estero, da Cina e Marocco. Stiamo parlando soprattutto delle mascherine FFP3 e dei ventilatori automatici: sono stati ordinati ma, a questa mattina, non erano ancora arrivati”.