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Il governo israeliano ha messo al bando dal 1° gennaio del nuovo anno 37 ong che operano a Gaza, tra le quali Medici senza frontiere, Oxfam, Unrwa e Caritas Jerusalem. In questo modo saranno aggravate le condizioni del popolo palestinese, il quale, oltre a essere vittima di genocidio, viene così privato di una buona parte delle forze mediche e umanitarie a supporto, soprattutto in un momento in cui freddo e nubifragi stanno martoriando la Striscia.
Secondo quanto il ministero israeliano per gli Affari della diaspora ha fatto sapere, non è stato rinnovato il permesso di operare alle organizzazioni interessate perché non avrebbero i nuovi requisiti di trasparenza per quanto riguarda il personale, i finanziamenti e il modus operandi.
Nel caso specifico di Medici senza frontiere, che assiste a Gaza quasi mezzo milione di persone e ha già stanziato 100-120 milioni di euro per il 2026, l’accusa è per alcuni membri dello staff che per Tel Aviv avrebbero collaborato con Hamas e altri gruppi militanti senza che l’ong abbia fornito chiarimenti in proposito.
I messaggi di condanna
Il responsabile Onu dei Diritti umani, Volker Turk, ha definito “oltraggiosa” la decisione del governo israeliano. Anche dall’Unione Europea si solleva la voce della Commissione per la gestione della crisi: “I piani di Israele per bloccare le ong internazionali a Gaza significano bloccare aiuti salvavita. L'Ue è stata chiara: la legge sulla registrazione delle ong non può essere attuata nella sua forma attuale”. Dalla Commissione arriva la richiesta che tutte le barriere all’accesso umanitario siano rimosse perché “gli aiuti devono raggiungere chi ne ha bisogno”.
Amnesty International parla di “una deliberata escalation del genocidio” da parte del Governo Netanyahu. L’alta direttrice delle Campagne e delle ricerche, Erika Guevara, ha dichiarato che “impedire aiuti salvavita mentre la popolazione civile è colpita dalla fame, dalle malattie e dalle bombe, nonostante il cosiddetto cessate il fuoco, è una clamorosa violazione del diritto internazionale e un assalto all’umanità, una punizione collettiva su scala catastrofica”.
Chi ci darà notizie dei palestinesi?
Tra le conseguenze drammatiche della decisione assunta dal governo di Israele anche quella dell’ulteriore privazione di informazioni dalla Striscia. I giornalisti stranieri non sono presenti a Gaza per volere del governo israeliano, quelli palestinesi sono da oltre due anni bersaglio dell’esercito di Tel Aviv, tanto che ne sono stati uccisi oltre 270, mentre molti altri sono stati arrestati e rinchiusi in carcere.
Sono stati soprattutto gli operatori delle ong a raccontarci il genocidio dei palestinesi, benché espulse periodicamente e poi riammesse, rendendosi invise al governo israeliano. Con il divieto definitivo di rimanere nella Striscia, che sarà operativo dal 1° marzo, le fonti per sapere il destino del popolo palestinese, soprattutto con la fase due del piano di Donald Trump, si ridurranno al lumicino. Il presidente Netanyahu e i suoi sodali avranno così ancora più carta bianca applicando le loro ferree regole di disinformazione che tanto bene hanno funzionato anche tra i cittadini israeliani.
Il mondo non resti inerme
A tutto ciò si aggiunge anche che “la Knesset ha appena approvato una nuova legge contro l’Unrwa – fa sapere Guevara Rosas – che affida alle autorità israeliane il potere di interrompere le forniture di acqua, elettricità, carburante e le comunicazioni alle strutture dell’agenzia Onu, sequestrare le sue proprietà a Gerusalemme Est, compresi i principali uffici e i centri di istruzione e formazione. Questo voluto tentativo di smantellare il mandato dell’Unrwa fa parte di una sistematica campagna contro i meccanismi internazionali e i servizi umanitari essenziali”.
Amnesty International chiede al mondo di non rimanere in silenzio, “ai governi, alle istituzioni e ai leader di agire immediatamente per pretendere la fine di queste atrocità, in quanto bloccare gli aiuti e i servizi salvavita è una consapevole strategia di punizione collettiva, per opporsi allo smantellamento delle attività dell’Unrwa e di tutte le altre organizzazioni umanitarie e per garantire senza alcun ostacolo l’accesso umanitario e le risorse indispensabili per proteggere le persone palestinesi. Ogni ora che passa senza agire costa vite umane”.
Il 2026 non poteva aprirsi peggio di così per le ong, ma soprattutto per il martoriato popolo palestinese, ancora sotto attacco del governo israeliano nonostante un fallace cessate il fuoco.


























