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I Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano Cortina 2026 sono i più sostenibili di sempre, hanno le linee guida ambientali tra le più ambiziose mai concepite, hanno un impatto minimo sugli ecosistemi. Questo è quello che ci hanno raccontato.
Ma è davvero così? Se si va a grattare la superficie della narrazione di questa competizione sportiva, si scopre che è più facile vendere l’idea della sostenibilità che metterla in pratica. Tanti infatti i punti critici, le ripercussioni negative, le contraddizioni non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale ed economico.
Perdita di ghiaccio
A partire dalle emissioni. Un report pubblicato a gennaio 2026 da Scientists for Global Responsibility e New Weather Institute ha calcolato le emissioni complessive legate ai Giochi e come queste possano tradursi in perdita di manto nevoso e ghiaccio glaciale. Secondo lo studio, l’impronta climatica diretta ammonterà a circa 930 mila tonnellate di CO₂ equivalente: i viaggi degli spettatori, che danno il contributo più grande, l’organizzazione e la messa a terra dei Giochi, le infrastrutture.
Poi c’è l’impatto indiretto provocato dagli accordi di sponsorizzazione con aziende ad alta intensità di carbonio: Eni, Stellantis, Ita Airways quelle prese in esame. In pratica, secondo l’analisi la visibilità data dalle Olimpiadi moltiplicherebbe le vendite e il consumo dei prodotti inquinanti: circa 1,3 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente.
In che cosa si traduce questa enorme quantità di gas climalteranti? Nella perdita di un’enorme quantità di ghiaccio: in totale 5,5 chilometri quadrati di manto nevoso e 34 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale. Un costo climatico enorme: in pratica le emissioni causate delle Olimpiadi Milano Cortina stanno sciogliendo la neve da cui i Giochi dipendono.
560 larici abbattuti
La nuova pista per bob, slittino e skeleton di Cortina d’Ampezzo, lo Sliding Centre, è la pietra dello scandalo di queste Olimpiadi, simbolo di una tensione tra opere e tutela del territorio: i costi sono lievitati ben oltre le stime iniziali, arrivando a più di 120 milioni di euro, senza che vi sia una chiara prospettiva di utilizzo post Giochi, e per essere costruita ha comportato l’abbattimento di circa 500-560 larici secolari, con gravi danni sulla biodiversità alpina.
L’opera è stata presentata come un intervento di riqualificazione, cosa che ha evitato il vaglio della valutazione di impatto ambientale, la procedura che analizza in via preventiva gli effetti ambientali, sanitari e culturali, obbligatoria per i nuovi progetti. Mentre le compensazioni ambientali e le nuove piantumazioni che sono state messe in campo non possono sostituire gli alberi maturi perché servizi ecosistemici e biodiversità richiedono tempi molto lunghi per ricostituirsi.
Modello miope
“Questi giochi invernali sono da bocciare sia sul fronte della sostenibilità ambientale-economica che per la poca attenzione al tema della crisi climatica sull’arco alpino – afferma Legambiente in una nota -. La scelta di puntare su opere più volte criticate anche da associazioni e comunità locali, come la nuova pista da bob a Cortina, la cabinovia Apollonio-Socrepes oppure le tante infrastrutture stradali che si stanno prediligendo rispetto a quelle ferroviarie, dimostrano come queste Olimpiadi si basano su un modello di gestione territoriale miope e obsoleto, che peraltro incide anche sul portafoglio dei turisti, visto il rincaro dei biglietti dei mezzi di trasporto. Su un territorio così vulnerabile e soggetto agli effetti della crisi climatica, come l’arco alpino, serve puntare su un nuovo modello di gestione del territorio basato su adattamento alla crisi climatica, turismo sostenibile e innovazione”.
“Lo sfruttamento intensivo della natura non si ferma: troppi i nuovi impianti, i rifugi, i cantieri in alta quota – denuncia Elisa Murgese, dell'unità investigativa di Greenpeace Italia -. E la natura ha provato a ribellarsi, come quando il terreno ha ceduto a Cortina d’Ampezzo, in un appezzamento dove la corsa alla cementificazione ha fatto coesistere quattro cantieri contemporaneamente, tra cui quello contestatissimo della cabinovia Apollonio-Socrepes. Una pericolosa ferita nel terreno che ha zittito per un attimo le ruspe, giusto il tempo di fare sentire le voci di critica di cittadini. Poi l’opera è stata commissariata e il rumore dei cantieri è tornato a zittire le associazioni ambientaliste e a riempire la valle”.
Budget lievitato e opere incompiute
Senza contare i problemi con il budget e il completamento delle opere. Mentre all’atto della candidatura era stato promesso l’impiego di 1,36 miliardi di euro e neppure un centesimo di fondi pubblici, la spesa complessiva finale tra infrastrutture e opere collegate dovrebbe arrivare a 5,4 miliardi: quattro volte tanto. E a mettere la differenza sarà la collettività. Un esempio su tutti, il Villaggio olimpico di Porta Romana a Milano, per il quale sono stati stimati 40 milioni di euro in più di extracosti, da pescare nelle risorse pubbliche.
Non basta. Secondo un’indagine di Libera e il terzo report della rete civica Open Olympics 2026, soltanto 42 interventi saranno conclusi prima dell’inizio delle competizioni, mentre il 57 per cento delle opere collegate sarà completato dopo l’inaugurazione dei Giochi. Con l’ultimo cantiere che dovrebbe chiudere addirittura nel 2033.
Il tutto senza che sia mai stata resa pubblica l’impronta di CO₂ delle singole opere. Molte infrastrutture quindi non saranno usate durante le Olimpiadi, ma verranno concluse negli anni successivi, con grandi incertezze e a spese dei contribuenti.






















