L’uso della forza militare è lo strumento che Trump ha scelto per fronteggiare la profonda crisi economica che attraversa gli Usa. È questa la ragione che secondo Alessandro Volpi, docente di Economia politica all’Università di Pisa, è alla base dell’attacco a Caracas. Quel che conta è il dominio delle fonti energetiche e su questo si gioca anche lo scontro con la Cina. Panama, Sud America e Groenlandia sono parte di questa strategia che vuole ridisegnare il mondo sul confronto tra Usa e Cina, con la Russia soggetto terzo e l’Europa come “un puntino assolutamente marginale” nella carta geopolitica e geoeconomica del mondo.

Appare ormai evidente che l'accusa di narcotraffico è fondata sul nulla. Da ultimo lo ha dimostrato anche il procuratore Gratteri. Ma allora quali sono le reali ragioni vere che sono dietro l'attacco a Caracas?
Gli Stati Uniti attraversano una profonda crisi economica, le ragioni sono diverse, ma il dato vero è che l'economia americana è in crisi perché ha un debito federale gigantesco, 38.000 miliardi, difficile da collocare. I cinesi non lo comprano più, così come gli Emirati Arabi, e – in parte – neppure gli europei. E questo accade perché gli Usa – ormai da qualche anno – attraversano una crisi industriale che non riescono a superare, da un lato hanno perso i principali settori produttivi, d'altro lato il dollaro è in una moneta che sta perdendo valore, anche per il gigantesco indebitamento privato di famiglie e imprese che vale 34.000 miliardi. Insomma, sono alla ricerca di soluzioni per evitare il tracollo e l'accelerazione del declino. Trump in un primo momento aveva provato politiche come quelle dei dazi, cercando di far pagare la crisi americana a chi vende negli Stati Uniti; poi ha provato a intervenire con il ricorso a monete come le stable coin, ma che alla fine scontavano la debolezza del dollaro. Allora il presidente ha maturato la convinzione che una via d'uscita, forse meno complicata anche se pericolosissima, fosse quella delle operazioni militari legate all'unico settore nel quale gli Stati Uniti, in questo momento, hanno una condizione di reale forza, il settore energetico.

Ma se così è, questo utilizzo della forza si fermerà o la minaccia di attacco alla Groenlandia ha un fondamento economico simile a quello che ha portato ai bombardamenti sul Venezuela?
È una domanda difficile alla quale rispondere perché da un lato, Trump è stato fin qui molto coerente. Ha cominciato con un intervento in Yemen per garantire il transito delle navi gasiere americane che portano il gas liquefatto in Europa, e poi con l'attacco all'Iran ha rafforzato la presenza americana nello stretto di Hormuz che è un altro passaggio decisivo. Ora è arrivato il Venezuela che ha le più grandi risorse petrolifere e gasiere del mondo. La strategia economica e finanziaria degli Usa è, dunque, chiara. La Groenlandia si inserisce in questo schema; è utile agli Stati Uniti per due ragioni. La prima è che dal 2021 sono state sospese le licenze di estrazione, le grandi compagnie americane sono molto molto arrabbiate perché non possono più estrarre. In secondo luogo, lì ci sono grandi giacimenti di terre rare. Sia il petrolio che le terre rare sono elementi di attrito con la Cina. In questo schema, dopo la Groenlandia ci sono partite come Panama, altro nodo nevralgico dei transiti fondamentali – anche per la Cina – per gli approvvigionamenti di petrolio. E, direi, anche tutta l'America Latina, che ha degli hub petroliferi importanti come quello costituito in Perù per volontà cinese. Penso che Trump cercherà di andare il più avanti possibile, naturalmente giocando una sorta di grande partita d'azzardo. La questione è capire fino a che punto la Cina possa tollerare questo tipo di politica.

Ci aiuta a capire un po’ meglio che ruolo sta giocando la Cina?
La Cina fino ad oggi non ha infierito in maniera troppo esplicita sulla difficoltà americana. I cinesi continuano a usare i dollari come moneta di scambio nelle loro transazioni, perché? Perché in questo momento non hanno un'alternativa, ma al tempo stesso perché hanno paura che una dedollarizzazione troppo accelerata faccia saltare per aria il capitalismo finanziario, con reazioni che i cinesi non sanno quali possano essere da parte del mondo occidentale. Quindi mostrano una sorta di tolleranza verso un lento declino del capitalismo e in particolare di quello finanziario occidentale. È chiaro però che l’attuale politica americana – Venezuela, Panama, Groenlandia – costituisce una pressione e un’accentuazione del conflitto con la Cina proprio sul tema dell’energia. Fino a quando la Cina potrà ancora tollerare? Inoltre, Trump con questa operazione sta cercando di separare la Russia dalla Cina, perché il mercato del petrolio e del gas mondiale ha soltanto due grandi player, la Russia e gli Stati Uniti. Se la Russia e gli Stati Uniti trovano un qualche tipo di accordo, come sembra sia avvenuto nell'incontro fra Putin e Trump, la Cina e l'Europa sono coloro che hanno bisogno del petrolio e del gas, e non potranno che rivolgersi alle due super potenze che cercano di spartirsi il mercato dell’energia.

In tutto questo l'Europa sembra inesistente sia dal punto di vista del contrasto alla definitiva eliminazione del diritto internazionale, sia da quello economico.
Trovo molto squallide le argomentazioni di Giorgia Meloni e del ministro Tajani rispetto all’azione in Venezuela. Legittimare l'intervento americano in termini di diritto internazionale perché si tratta di una guerra preventiva contro il rischio che gli Stati Uniti vengano aggrediti dai narcotrafficanti, è davvero un una becera forma di subalternità clamorosa. Si può dire tutto, ma non si può giustificare l'attacco a un Paese sovrano perché, senza nessuna prova a carico, si dice che stia attaccando gli Stati Uniti con il narcotraffico. Aggiungerei due elementi. Il primo: l'Europa con la guerra in Ucraina ha creato la propria dipendenza dall'energia Usa: siamo infatti passati dal 5 al 25% per il gas e dall’8 al 20% per il petrolio, quote non più sostituibili. In secondo luogo, le grandi compagnie americane Exxon Mobil, Chevron, ConocoPhillips sono di proprietà dei grandi gestori dei fondi americani, Black Rock, Vanguard, State Street, destinatari non solo dei risparmi degli americani, ma anche dei risparmi degli europei. I fondi pensioni italiani guadagnano dalla guerra in Venezuela, che è l'altro motivo per cui l'Europa è così subalterna: è così perché ha creato una dipendenza di quello che una volta era lo stato sociale e che ora è diventato uno stato di fondi privati – dalla sanità alla previdenza – i cui proventi derivano dalle grandi compagnie americane che sono state inserite in quei portafogli dai grandi gestori del risparmio globale che sono americani. Quindi è evidente che l’Europa è destinata a una brusca e radicale emarginazione e subalternità.

Se ancora esiste un margine, come dovrebbe reagire l'Europa per contrastare questa deriva?
Sono molto scettico sulle possibilità dell'attuale classe dirigente europea che ha costruito una finanziarizzazione dell’economia abbandonando il mondo della produzione per celebrare il mondo della finanza. I risparmi degli europei vanno negli Stati Uniti a piene mani, alimentano le borse americane, i titoli americani. Contemporaneamente, non abbiamo un mercato interno perché abbiamo contratto i consumi e abbiamo bisogno di esporta negli Stati Uniti. Penso che l'Europa, per uscire da questo schema, dovrebbe riacquistare una indipendenza dagli Stati Uniti, in primo luogo, appunto, limitando questo costante afflusso di risparmio che va a finire nelle mani delle grandi compagnie americane che aumentano quella bolla finanziaria di cui poi si alimenta anche il conflitto in Venezuela. Sarebbe necessario che il livello delle retribuzioni degli europei consentisse la ricomposizione di un mercato dei consumi interno per non dipendere dal mercato americano. Ma per far questo ci vuole una diversa visione dell'Europa che limiti, in qualche modo, la circolazione dei capitali al di fuori del perimetro europeo per evitare questo costante impoverimento. Occorre ripartire da un finanziamento pubblico dei servizi essenziali, dalla previdenza alla sanità, costruendo leggi di bilancio che vadano in quella direzione. Sarebbe opportuno non pensare che il riarmo possa essere lo strumento per il rilancio economico e per il rilancio finanziario. Quindi, se non si verificano queste radicali condizioni di cambiamento, l'Europa non riuscirà mai a liberarsi dalla subordinazione agli Stati Uniti. E allora la partita diventerà che gli Stati Uniti e la Cina si contenderanno il controllo globale, con il ruolo della Russia terzo soggetto. L'Europa, nella carta geopolitica e geoeconomica del mondo, sarebbe veramente un puntino assolutamente marginale.