Donald Trump ha conquistato alle primarie il New Hampshire alle primarie, dopo il successo in Iowa. A ostacolare la sua candidatura rimane solamente l’ostinazione della sua rivale repubblicana Nikki Haley, ed eventualmente la sentenza della Corte Suprema americana sulla sua esclusione dalle presidenziali per i fatti del 6 gennaio 2021. Poca roba, sembrerebbe.

A novembre oltre 160 milioni di americani eleggeranno il loro sessantesimo presidente, una tra le più attese tornate elettorali tra le molte previste per questo 2024. A incombere è il possibile ritorno alla Casa Bianca dell’ex presidente Trump. Un’eventualità che imprimerebbe una violenta sterzata a destra anche sul piano della politica interna e internazionale americana e sul posizionamento di Washington nei conflitti in corso. 

L’analisi

Lo storico degli Stati Uniti Alessandro Portelli, già professore ordinario di letteratura angloamericana all'Università degli studi di Roma La Sapienza, da noi interpellato, ci ricorda il forte livello di astensionismo negli Usa, con conseguente maggiore affluenza alle urne delle componenti più motivate, e quindi più radicalizzate ed estreme, della società. C’è poi un altro elemento che conta: “Trump – afferma – ha assunto in modo decisivo il controllo del Partito repubblicano, che si è spostato verso posizioni radicali e sempre più di destra, questo non crea problemi alla sua candidatura”.

Sull’altro fronte c’è Joe Biden, il quale, secondo Portelli, “non è stato un cattivo presidente, ma non ha dato la sensazione di un’apertura a nuove possibilità per gli elettori di Trump. Vale a dire un ceto medio che si sente precario, che contiene elementi mossi da un’idea di suprematismo bianco, quindi questi voti non si spostano. Inoltre, Biden non è stato finora in grado di mobilitare i suoi sostenitori, e in questo ha influito anche la sua politica rispetto al conflitto tra Israele e Hamas e a quello russo-ucraino. Non è riuscito a incontrare il sostegno dei giovani e dei progressisti, che sono la base naturale del suo partito”.

C’è quindi il rischio di una mobilitazione fortemente motivata della destra radicale “che si incontra con il disincanto e la sfiducia dell’elettorato di sinistra. Comunque – prosegue lo studioso con una nota di ottimismo – negli Stati Uniti c’è una tale riserva di buon senso e intelligenza che è anche possibile si voti Biden, senza entusiasmi nei suoi confronti, per respingere il pericolo Trump”.

Lavoratori delusi

Chiediamo allora a Portelli quale ruolo abbia la working class statunitense in queste elezioni. Lo storico parte dal posizionamento di Biden rispetto ai lavoratori: “L’attuale presidente è un democratico di vecchia scuola, e viene da quell’ala del Partito democratico che era di riferimento per il sindacato. Questa cosa è stata gradualmente demolita negli ultimi 50 anni, e Biden è il primo presidente che io ricordi ad aver preso decisamente posizione a favore degli operai e del sindacato. Benché non abbia fatto molto, si capiva da che parte stava”.

"Negli ultimi tempi – prosegue – c’è stato un parziale recupero del movimento sindacale, soprattutto nei settori non tradizionali del lavoro come Amazon e Starbucks, e la tendenza a scomparire del sindacato si è un po’ capovolta. Piccoli segni positivi, anche se niente di miracoloso. Da un paio di generazioni, poi, assistiamo alla fine di quel sogno americano per il quale ogni generazione andava a stare meglio della precedente, ed essere americano ti garantiva privilegi. Su questo ha fatto leva Trump”.

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Il conflitto sui diritti

Portelli non è solamente uno storico, ma anche un musicologo. Allora ricorda la proposta di Bruce Springsteen. Il Boss con la sua musica dice ‘iscrivetevi al sindacato’, “Trump dice invece di restaurare la vecchia America del suprematismo bianco, dei tempi del razzismo, di tornare agli anni ‘50 e questa cosa ha un suo richiamo emotivo”.

Non va scordato che “Trump è stato una star della tv, e questo ha un peso non trascurabile. Soprattutto se si è di fronte a un’opinione pubblica calata in un contesto in cui è venuto meno quel fair play del bipartitismo americano, secondo il quale uno riconosceva la legittimità dell’altro”.

"Ora non è più così – conclude -. La destra radicale repubblicana non riconosce la legittimità della Presidenza Biden. Una radicalizzazione del conflitto che si è esplicitata con l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021, e che fa sì che l’elezione si giochi su temi come i diritti civili, sui quali la destra religiosa americana è scatenata. Si fatica a connettere le giuste protezioni dei diritti civili a quelle materiali, del lavoro. E a pesare, ripeto, ci sono questi anni di presidenza Biden, che non hanno portato modifiche concrete alla vita di coloro che avevano votato Trump”.