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Se l’industria tedesca va in crisi, quella italiana non può essere felice. Le due manifatture sono strettamente legate. Lo sono, in realtà, le due economie di Germania e Italia. Lo ha confermato il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, nella sua relazione annuale pochi giorni fa: la locomotiva tedesca è “in difficoltà”, affaticata anche dal “deterioramento del quadro geopolitico”, e dall’inasprimento “delle politiche commerciali statunitensi”. Quello tedesco è il “principale mercato di sbocco delle nostre esportazioni”. E la manifattura italiana dipende molto dalla Germania, soprattutto per la parte della componentistica. Quindi…
Il paper della Fondazione Ebert
Adesso allarghiamo lo sguardo al quadro europeo: possiamo tranquillamente escludere un’economia Ue in buona salute se Germania e Italia, le principali realtà industriali del continente, arrancano. Questo ragionamento è al centro di un’iniziativa lanciata insieme dalla Cgil e dal Dgb (la confederazione sindacale tedesca), un Rapporto congiunto sulle Politiche industriali europee: crisi e prospettive. La Germania, l’Italia e le tendenze in Europa, pubblicato dalla Friedrich Ebert Stiftung con la collaborazione della Fondazione Di Vittorio.
Il testo (poco meno di 40 pagine) è co-firmato da sindacalisti e ricercatori (Michele Azzola, Andrea Malpassi, Salvatore Marra, Frederik Moch, Leon Hasselmann, Sonja Hennen, Valerio Tati, Serena Rugiero, Daniele Di Nunzio e Michael Braun). Le due principali confederazioni sindacali europee non si limitano all’analisi ma fanno anche proposte per nuove politiche industriali ed economiche.
Italia e Germania: due casi per capire l’Europa
Il senso dell’iniziativa è che Germania e Italia vanno intese come due “casi centrali”. Servono a comprendere la portata del problema europeo. In entrambi i Paesi – ammoniscono gli autori del rapporto – “il ridimensionamento della base industriale mette a rischio occupazione qualificata, capacità produttiva, coesione sociale e autonomia economica”.
Ma il monito di Cgil e Dgb trova il suo destinatario non tanto (o esclusivamente) nei governi di Roma e Berlino, quanto a Bruxelles. La tesi principale del rapporto è infatti che l’Europa non può rispondere alla crisi limitandosi a semplificazione amministrativa e deregolamentazione: “Serve una politica industriale europea più attiva, capace di combinare investimenti strategici, innovazione, domanda interna, lavoro di qualità, standard sociali e ambientali e partecipazione delle parti sociali”. Solo così si può uscire da “un contesto caratterizzato da stagnazione economica, sottoinvestimenti, costi energetici elevati e crescente concorrenza globale”.
La voce dei sindacati
Le relazioni tra Cgil e Dgb, a livello politico europeo e nella Confederazione europea dei sindacati, sono sempre state di scambio e collaborazione. Questa loro iniziativa congiunta - spiegano in Cgil - è nata dal dibattito sull'assenza di vere politiche di rilancio dell'industria europea. È nata, quindi, per far vivere il dibattito sulle politiche industriali con una voce autenticamente sindacale e con proposte concrete.
Le controparti datoriali tedesche, francesi e italiane si riuniscono annualmente e producono raccomandazioni nel campo delle politiche industriali che vengono poi presentate alle istituzioni europee. Cgil e Dgb hanno deciso di far sentire anche la voce del sindacato rispetto alle proposte da avanzare, soprattutto in una situazione che, a livello italiano, è caratterizzata da una totale assenza di protagonismo delle istituzioni in termini di proposta e visione sul futuro, sul presente e sulla gestione delle politiche industriali nel Paese. Questo lavoro - assicurano a Corso d’Italia - sarà presto esteso anche alle confederazioni sindacali francesi.
Più vulnerabili che mai
Dopo un capitolo sul “contesto europeo”, dove si mettono in luce le “principali vulnerabilità strutturali dell’Ue” (soprattutto mancanza di investimenti e dipendenza energetica) le parti centrali del Rapporto analizzano il caso italiano e tedesco.
Il capitolo sull’Italia collega la debolezza industriale attuale al progressivo abbandono di politiche industriali mirate, alle privatizzazioni e alla liberalizzazione dei mercati a partire dagli anni Ottanta e Novanta. Il paper sottolinea il ritardo italiano nei settori manifatturieri ad alta intensità scientifica e tecnologica e descrive un settore in crisi, oltre che dominato da microimprese.
Il caso tedesco mostra invece un sistema afflitto da “pressione strutturale. La crescita si è indebolita, la produzione industriale arretra e settori chiave come automotive, acciaio e chimica sono colpiti da costi energetici, concorrenza globale, trasformazione tecnologica e domanda più debole. La Germania resta una grande economia manifatturiera ed esportatrice, ma il suo modello appare più vulnerabile rispetto al passato”.
Le proposte di Cgil e Dgb
L’ultima parte del Rapporto si concentra sulle proposte, e chiede ad alta voce, seppure per iscritto, “una politica industriale europea più attiva”. I pilastri indicati da Cgil e Dgb sono: “Investimenti pubblici e privati strategici, rafforzamento della domanda interna, tutela del lavoro di qualità, appalti pubblici orientati alla produzione europea, energia accessibile, infrastrutture adeguate, economia circolare, materie prime critiche e partecipazione delle parti sociali”.
Gli autori del paper sostengono che l’Ue “dovrebbe dotarsi di strumenti comuni e permanenti di investimento, rafforzare il bilancio europeo e condizionare i fondi pubblici a criteri sociali, ambientali e occupazionali”. Tra le proposte c’è quella di istituire un Fondo permanente per il Futuro dell’Ue, ispirandosi all’esperienza di Next Generation EU. Tra le altre richieste chiave: attuare una riforma delle norme Ue sugli aiuti di Stato che punti alla trasformazione ed abbia un orizzonte a lungo termine; aumentare il volume del QFP (Quadro finanziario pluriennale) 2028–2034; riequilibrare il Fondo europeo per la competitività a favore della decarbonizzazione.
Contrattazione collettiva, formazione continua e buone condizioni di lavoro sono considerate parte della strategia industriale. Per questo i sindacati propongono di “collegare i finanziamenti dell’Ue e gli appalti pubblici a standard di qualità del lavoro”, e di “escludere dall’accesso ai finanziamenti o agli appalti pubblici le imprese che violano i diritti dei lavoratori”.
Ambiti di intervento bilaterali
Il Rapporto individua possibili ambiti di cooperazione tra Germania e Italia: idrogeno, batterie, cattura e utilizzo/stoccaggio del carbonio, energia elettrica verde, economia circolare, riciclo dei materiali e formazione professionale. La cooperazione bilaterale dovrebbe rafforzare capacità produttiva, filiere strategiche, innovazione e occupazione di qualità in entrambi i Paesi, coinvolgendo lavoratori e parti sociali nella pianificazione e attuazione dei progetti.
Una risposta a Merz e Meloni
L’iniziativa di Cgil e Dgb si può leggere come risposta al Protocollo d’intesa firmato lo scorso inverno dal cancelliere tedesco Merz e dalla premier italiana Meloni, un documento tutto all’insegna della deregolamentazione. In termini di rappresentatività stiamo parlando dei due sindacati più “pesanti” all'interno dell'Unione europea. Il loro contributo vuole essere anche una replica a quello che fanno i governi in questi processi bilaterali, senza consultare né coinvolgere il mondo del lavoro.
A breve il paper sarà inviato dai segretari generali di Dgb e Cgil all'attuale commissario europeo responsabile della Prospettiva strategica, della Strategia industriale e del Mercato interno, il francese Stéphane Séjourné, con una richiesta di incontro. Per le confederazioni sindacali sarà l’occasione per ribadire ai vertici di Bruxelles quello che le Conclusioni del Rapporto già mettono nero su bianco: l’austerità e la deregulation non salveranno mai l’industria europea.
Una nuova politica industriale
“Serve invece – leggiamo nel paper - una nuova politica industriale europea che persegua obiettivi concreti e coniughi la trasformazione economica con il progresso sociale. Per essere efficace una politica industriale deve fare affidamento su investimenti pubblici a lungo termine, una governance europea coordinata e misure di protezione attiva contro la concorrenza sleale e a basso costo. Deve inoltre dare priorità all’energia accessibile, all’innovazione, alle competenze e alla formazione, all’occupazione di alta qualità e a condizioni sociali rigorose nell’ambito dei finanziamenti pubblici e degli appalti”.
Il pdf del Rapporto



























