Israele e Palestina: fermare la guerra
El Pais, 13 maggio 2021

Il confronto militare aperto tra Israele e Hamas è allo stesso tempo una tragedia per la sofferenza della popolazione civile e un monito per la terribile situazione, da tempo dimenticata dalla comunità internazionale. È urgente fermare l’intensificarsi delle tensioni che, in una spirale diabolica di azione – reazione, sta rapidamente aggravandosi con conseguenze imprevedibili in un contesto regionale instabile. Purtroppo, le parti in guerra sembrano decise ad andare avanti con il confronto. La comunità internazionale deve attivare i canali a disposizione per garantire che, il controllo, in primo luogo e, in secondo luogo, la riduzione della tensione, avvengano il più rapidamente possibile.

A prima vista, questo nuovo confronto è l’apice di una tensione crescente accumulatasi a Gerusalemme durante le ultime settimane. Ci sono tre situazioni reali che hanno generato un malessere profondo tra i palestinesi: il probabile sfratto di otto famiglie palestinesi dal quartiere di Shaikh Jarrah, le cariche della polizia israeliana sulla Spianata delle Moschee, che hanno provocato centinaia di feriti, e il blocco della Porta di Damasco, un importante accesso al quartiere arabo della Città Vecchia e alla Moschea Al Aqsa. Sono tre fatti che avrebbero potuto essere gestiti in modo completamente diverso da Israele, soprattutto gli ultimi due, ma aggiunti alle provocazioni inutili come le manifestazioni dell’estremismo di destra ed ai diversi episodi di aggressione contro i palestinesi, hanno creato un clima esplosivo. Tuttavia, nulla di tutto ciò può giustificare il lancio indiscriminato di razzi da parte di Hamas contro Gerusalemme e diverse città israeliane, che ha scatenato questa accelerazione militare.

Ma a un immediato colpo d’occhio l’aggressione di Hamas non può nascondere il contesto generale e le gravi responsabilità del governo di Benjamin Netanyahu. Durante il suo lungo mandato, le politiche di occupazione e discriminazione promosse dal primo ministro hanno aggravato considerevolmente la delusione dei palestinesi nei territori occupati e, come evidenziano le proteste di questi giorni, tra i cittadini arabi israeliani. Israele ha tutto il diritto ad esistere in condizioni di sicurezza ed è oggettivamente minacciato in un ambiente molto ostile, ma molte delle sue politiche violano il diritto internazionale.  Netanyahu ha coltivato nella società israeliana il miraggio miope della possibilità di seppellire qualsiasi prospettiva di pace con i palestinesi e di riconoscere i loro diritti continuando con la colonizzazione, perché nulla sarebbe successo. Questo è falso. È una soluzione che fomenta l’odio che, prima o poi, esplode.

Netanyahu, istallatosi in una situazione di precarietà totale, al punto di perdere il comando del paese e accerchiato dalla giustizia, potrebbe essere tentato di restare al potere intensificando la tensione militare. Dall’altra parte, Mahmud Abbas è un dirigente debole, privo di legittimità democratica, mentre Hamas, è noto che esercita una leadership senza scrupoli che sembra accettare questi scontri periodici utili alla sua causa. Bisogna urgentemente ripristinare il controllo. La pressione internazionale è urgentemente necessaria. Gli Stati Uniti, che possono esercitare maggiore influenza, devono esercitarla in questo momento.

Per leggere l'articolo originale: Israel y Hamás: frenar la guerra

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I sei fattori che alimentano inquietudine nella società araba israeliana
Haaretz, 13 maggio 2021

È una domanda importante: perché i cittadini arabi israeliani sono scesi nelle strade con tanta forza? Ovviamente, ci sono più di un motivo ad aver scatenato la reazione in decine di luoghi questa settimana, soprattutto nelle città con popolazione mista.

  1. L’elemento religioso. L’aver infierito sui simboli o valori religiosi è ancora percepito come un atto che può facilmente infiammare la società araba. Questa questione è stata importante, quando, lo scorso anno, l’ampia alleanza dei partiti arabi si è trovata in una gran confusione per il disegno di legge contro la “terapia di conversione” e i diritti LGBTQ. Il movimento islamico e il Partito Lista Araba Congiunta hanno capito che potevano utilizzare questo tema nella comunità araba. Il partito di Mansur Abbas ha concentrato il dibattito sulle questioni sociali e comunitarie, non sulla religione.
    Ma quando il genio della religione esce dalla bottiglia è difficile controllarlo, soprattutto quando è in gioco la Moschea Al Aqsa. 
  1. La lotta nel quartiere di Sheikh Jarrah. In Israele la questione è stata presentata come un litigio sugli immobili tra coloni e palestinesi, come molti altri scontri che avvengono a Gerusalemme. Ma per i Palestinesi non è stato affatto così. L’uso di parole come pulizia etnica e sradicare le famiglie palestinesi dalle loro case per essere sostituite dai coloni che hanno il sostegno dello stato, danno la chiave di lettura di questo dibattito. 
    Nel quartiere di Sheikh Jarrah è nata una lotta popolare, e molti attivisti, musulmani, cristiani e persino ebrei, hanno trovato il modo per identificarsi nella lotta nazionale palestinese. La protesta è andata avanti per settimane, includendo incidenti violenti come il pestaggio del parlamentare della Lista Congiunta, Ofer Cassif, da parte di un poliziotto. La protesta non ha richiamato migliaia di persone, ma ha avuto un forte risveglio. 

  2. Ramadan. Con l’inizio del mese di Ramadan, gli incidenti avvenuti sui gradini della Porta di Damasco hanno contribuito ad alimentare le proteste a Gerusalemme, nelle quali molte persone hanno trovato un collegamento tra il quartiere Sheikh Jarrah e la Porta di Gerusalemme. Bisogna ricordare che la Moschea Al Aqsa è percepita dai Palestinesi come un simbolo di sovranità e presenza nazionale a Gerusalemme.
    Anche i musulmani laici e i non musulmani possono sentirsi parte di questo problema e fare un collegamento tra il quartiere Sheikh Jarrah e Al Aqsa. Molti di coloro che hanno protestato la mattina a Sheikh Jarrah si sono spostati sui gradini della Porta di Damasco e a sera hanno finito con una preghiera ad Al Aqsa.

  3. La giovane generazione. La prevalenza di giovani nelle proteste è evidente. Donne e uomini giovani che indossano la kufiya palestinese scandendo slogan contro l’occupazione e il governo israeliano e a favore della lotta nazionale palestinese. Questa è la generazione degli Accordi di Oslo degli anni ’90, e alcuni di questi giovani erano nati appena prima o dopo le proteste degli arabi israeliani nell’ottobre del 2000. Ci sono anche giovani per i quali questi eventi sono storia moderna, una generazione non soddisfatta dalla dirigenza politica di Ramallah, dimenticata da quella di Gaza. I dirigenti arabi locali non possono impedire a questi giovani di manifestare. L’impressione nella società araba negli ultimi anni è stata che la giovane generazione sia concentrata su sé stessa e abbia ignorato la lotta nazionale, un sentimento che è sottolineato nel dibattito politico e incoraggiato dai partiti. Ma quanto accaduto la scorsa settimana mostra qualcosa di diverso. Anche se i manifestanti che scendono in strada non sono migliaia, si stanno facendo largo i giovani che non accettano l’autorità di nessuno. Nessuno riesce a fermarli, e una condanna per disturbo alla quiete non li dissuaderà. La loro presenza, invece, trasmette un messaggio a tutti, ai dirigenti locali e nazionali.

  4. Città con popolazione mista nel centro del paese. L'interazione quotidiana tra ebrei e arabi può essere una soluzione per la cooperazione e la riduzione delle tensioni, ma nelle città israeliane con popolazione mista, specialmente nel centro del paese, è percepibile la discriminazione contro molti residenti arabi. La protesta contro l'incursione degli ebrei di destra nei quartieri di Jaffa, Ramle e Lod non dovrebbe sorprendere. Gli arabi stanno vivendo in queste realtà un momento difficile dal punto di vista socioeconomico, e vedono la protesta a Sheikh Jarrah come un esempio per la loro lotta.

  5. I social media. I fatti di Sheikh Jarrah, di Al-Aqsa o qualsiasi altra protesta sono filmati e immediatamente postati sui social media, e gli inviti ad unirsi alle manifestazioni non tardano ad arrivare. Alcuni giovani rispondono all'appello, anche se non capiscono veramente la protesta, ma vogliono solo sfogare la loro frustrazione e la loro rabbia.
    Ci sono state proteste a Nazareth e Haifa, a cui si sono aggiunte Lod e Jaffa e poi proteste in città più lontane.

Tutto sommato, la discriminazione, la disuguaglianza, l'alienazione e l'assenza di un orizzonte diplomatico per i palestinesi sono una miscela infallibile che incoraggia la protesta, soprattutto di una generazione che non si arrende ai dettami e per la quale l'uguaglianza e i diritti non sono un sogno quando il paese è pronto a cambiare. Questa generazione è pronta ad agire immediatamente anche al prezzo di una protesta violenta.

Per leggere l'articolo originale: The Six Factors Stoking the Upheaval in Arab Israeli Society

 
Israele – Palestina: le vertigini del vuoto politico
Le Monde, 12 maggio 2021

Il lancio di missili da parte di Hamas su Gerusalemme, avvenuto lunedì 10 maggio, ha sorpreso molto rispetto al giorno prima, quando davanti ai giornalisti militari, i responsabili dell'esercito israeliano avevano ritenuto poco probabile che le tensioni si intensificassero con il movimento islamista al potere a Gaza.  L'esercito israeliano ha iniziato, così, a rispondere. Lunedì mattina, Hamas ha lanciato circa 200 missili, più del 90% è stato intercettato dallo scudo antimissile di Israele, Cupola di ferro. Sono gli attacchi più importanti dal novembre del 2019, che hanno provocato almeno la morte di 24 persone a Gaza, di cui nove bambini.

Le autorità israeliane hanno sottovalutato le conseguenze della pesante repressione della polizia condotta lunedì mattina nella spianata della Moschea Al Aqsa, nel cuore della Città Santa, durante la quale sono stati feriti 520 Palestinesi e 32 poliziotti. I video amatoriali che hanno ripreso l’esplosione di granate assordanti nella moschea principale del luogo sono diventati subito virali e sollevato indignazione in Medio Oriente.

Puntando su Gerusalemme per la prima volta dal 2014, Hamas ha fatto una mossa molto azzardata.  Ma che cosa ha da perdere? Il rinvio sine die annunciato dal presidente Abbas a fine aprile delle prime elezioni politiche e presidenziali previste nei territori palestinesi dopo quindici anni è stato un duro colpo alla strategia di “normalizzazione” del movimento islamico armato.

La crescente fiducia nell'estrema destra

Con l'avvio del processo elettorale, Hamas ha cercato d’integrare il potere nei territori. Sperava di liberarsi di un peso: l'amministrazione esclusiva di 2 milioni di anime che dal 2007 vivono nella striscia di Gaza sotto il blocco israeliano. Hamas voleva nel lungo periodo diventare indispensabile agli interlocutori stranieri dei palestinesi, per far parte del corpo dirigente dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Ha perso questa scommessa. Rimane la violenza bruta.

La crisi apertasi dopo questo lunedì non è, tuttavia, irreparabile. Essa è in parte il risultato di un inquietante vuoto di potere in Israele, dove il governo non è stato in grado di valutare le operazioni di polizia che si sono moltiplicate a Gerusalemme col passare dei giorni, la crescente fiducia della strada nei suoi alleati politici di estrema destra. Dopo quattro elezioni politiche inconcludenti in Israele in due anni, il primo ministro, Benjamin Netanyahu, indagato per corruzione, sembra isolato. Un numero di ministeri non sono stati ancora assegnati ai ministri, le questioni urgenti sono trascurate.

Questa crisi è, inoltre, il risultato di un'assenza totale di prospettiva nei territori palestinesi che Israele continua ad avere. Lo stato ebraico non ha fatto mistero della sua contrarietà alla tenuta delle elezioni che avrebbero potuto scuotere l'apatia in cui langue la Cisgiordania e Gaza. Con il blocco delle elezioni a Gerusalemme est, la parte palestinese della città annessa dopo la guerra del 1967, Israele ha fornito un pretesto ad Abbas, che temeva di perdere il controllo con le elezioni.

L'amministrazione Biden a Washington non ha fatto niente per risolvere questo blocco. Cerca il più possibile di evitare ogni coinvolgimento. L'Unione europea e la Francia non hanno fatto meglio. Adagiandosi sullo status quo, non sono riuscite nemmeno a organizzare l'invio di osservatori per le elezioni. La preoccupazione grave di cui ha fatto parte Quai d'Orsay, questo lunedì, “di fronte agli scontri ed alle violenze in corso da diversi giorni a Gerusalemme” e la condanna agli attacchi missilistici di Hamas hanno, in questo caso, l'aspetto di un rimorso ormai tardivo.

Per leggere l'articolo originale: Israël-Palestine : le vertige du vide politique

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Spegnere le fiamme a Gerusalemme
Haaretz, 9 maggio 2021

Nell'ultimo venerdì del mese sacro del Ramadan, decine di migliaia di musulmani stavano pregando nelle moschee del Tempio del Monte a Gerusalemme. Al termine della preghiera, i Palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre verso gli agenti di polizia, che hanno risposto in modo molto aggressivo e utilizzato la forza per allontanare i fedeli dalla spianata. Gli scontri nelle Città Vecchia e nel quartiere di Gerusalemme est di Sheikh Jarrah sono andati avanti per ore. Sono stati feriti più di 200 palestinesi e 18 agenti di polizia. I video che hanno ripreso il Tempio del Monte e la Città Vecchia mostrano gli agenti di polizia lanciare granate assordanti verso bambini, attaccare giornalisti ed entrare e danneggiare la postazione della guardia medica situata nel Monte del Tempio. È stata la notte più violenta che Gerusalemme abbia vissuto da parecchi anni.

Se guardiamo agli eventi delle ultime settimane che hanno portato a questa violenza, è come se guardassimo alla ripresa rallentata di un incidente di un'auto. Una serie di decisioni pessime, nonché il comportamento aggressivo e irresponsabile della polizia, con il sostegno del governo del primo ministro Benjamin Netanyahu e dei partner della coalizione di destra, il tutto è avventuro mentre ignoravano gli avvertimenti della comunità internazionale, tra cui quello della Giordania e degli Emirati Arabi Uniti, hanno fatto divampare le fiamme.

Le catene dell'errore sono iniziate quando la polizia ha bloccato le scale esterne alla Porta di Damasco della Città Vecchia di Gerusalemme all'inizio del mese del Ramadan, ignorando l'importanza del luogo e la delicatezza del momento, il primo Ramadan dopo la crisi del coronavirus; il rinvio delle elezioni politiche palestinesi e il piano di un'organizzazione privata di destra per far abbandonare a centinaia di persone le loro case situate nel quartiere di Sheikh Jarrah. A tutto questo bisogna aggiungere la condotta inspiegabilmente aggressiva della polizia nei confronti dei Palestinesi durante il mese del Ramadan all'interno e all'esterno della Città Vecchia; le azioni ingiustificate dei parlamentari di estrema destra, Itamar ben-Cvir e Bezalel Smotrich, arrivati nella città vecchia durante questo momento di tensione per gettare benzina sul fuoco e la marcia nella città dell'organizzazione di estrema destra, Lehava, che ha esacerbato ulteriormente le tensioni.

I comandanti della polizia non hanno tenuto conto della sensibilità grande dei residenti Palestinesi di Gerusalemme durante questo periodo. Hanno ricevuto il supporto di Netanyahu, la cui durata in carica da anni lo hanno reso consapevole della grande sensibilità che i Palestinesi nutrono verso Gerusalemme in generale e, in particolare, verso il Monte del Tempio. Se questo atteggiamento dovesse continuare nei prossimi sette giorni, durante i quali si celebreranno la Giornata di Gerusalemme e l'Aid El Fitr, Gerusalemme e tutto lo stato saranno trascinati in un altro bagno di sangue. Per evitare che questo accada, Netanyahu deve ordinare alla polizia ed ai politici di mostrare pazienza e cautela. Si dovrebbe fare uno sforzo per stabilire un dialogo con i dirigenti della comunità palestinese a Gerusalemme e con i parlamentari arabi di Israele, nell'intento di ripristinare la calma. Inoltre, si dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di limitare gli eventi provocatori della giornata di Gerusalemme, compresa la Marcia delle Bandiere nel quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme e la visita degli attivisti al Monte del Tempio.

 Per leggere l'articolo originale: Put Out the Fire in Jerusalem

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Il mondo reagisce mentre aumentano le tensioni a Gerusalemme
Al Jazeera, 8 maggio 2021

Più di 200 palestinesi sono stati feriti all’esterno della Moschea Al Aqsa nella parte occupata di Gerusalemme est, mentre la polizia israeliana sparava pallottole rivestite di gomma, gas lacrimogeni e granate assordanti verso i manifestanti che lanciavano pietre. Decine di migliaia di fedeli avevano già gremito il terzo luogo sacro dell’Islam nell’ultimo venerdì del mese di Ramadan e molti sono rimasti per protestare contro i piani israeliani di sfrattare le famiglie palestinesi dalle loro case sulla terra rivendicata dai coloni ebrei nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est. I palestinesi avevano organizzato negli ultimi giorni una serie di sit-in nell’area per denunciare gli ordini di Israele di sfrattarli dalle loro case. Le forze di sicurezza israeliane hanno attaccato i sit-in utilizzando idranti, gas lacrimogeni, proiettili di gomma e granate assordanti. Sono stati arrestati decine di palestinesi. Ecco la reazione di alcuni paesi e della comunità internazionale ai fatti della Moschea Al Aqsa e del quartiere di Sheikh Jarrah.

Nazioni Unite

L’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto ad Israele il ritiro urgente degli sfratti forzosi avvertendo che le azioni israeliani potrebbero costituire “crimini di guerra”. “Desideriamo sottolineare che Gerusalemme est è parte dei Territori Palestinesi Occupati, dove si applica il diritto umanitario internazionale”, ha affermato il portavoce Rupert Colville. “la potenza occupante…non può confiscare la proprietà privata nei Territori Occupati”. Ha affermato che il trasferimento della popolazione civile nei Territori occupati è illegale e secondo il diritto internazionale “potrebbe costituire un crimine di guerra”.

Qatar

Il Qatar ha condannato “l’irruzione” della polizia israeliana nella spianata della Moschea Al Aqsa e “l’attacco ai fedeli”. In ministro degli Esteri ha affermato nella dichiarazione che si tratta di “una provocazione nei confronti dei sentimenti di milioni di musulmani nel mondo e di una grave violazione dei diritti umani e degli accordi internazionali”. Il Qatar ha chiesto alla comunità internazionale di lavorare con urgenza per porre fine “all’aggressione continua di Israele” contro i palestinesi nella spianata della Moschea Al Aqsa. Ha ribadito il sostegno alla causa palestinese e al diritto del popolo palestinese a creare uno stato indipendente all’interno dei confini del 1967.

Turchia

La Turchia ha criticato Israele accusandola di seminare “terrore” tra i palestinesi dopo gli spari della polizia israeliana di pallotte di gomma e il lancio di granate assordanti. Diversi rappresentanti turchi hanno criticato Israele e chiesto ad altri paesi di condannare i fatti, mentre il ministro degli Esteri ha chiesto ad Israele in una dichiarazione di “porre immediatamente fine alla sua posizione provocatoria e ostile e di agire secondo ragione”. Il portavoce del presidente turco, Ibrahim Kalin, ha detto: “Israele e coloro che tacciono di fronte ad attacchi vergognosi”. “Ci appelliamo affinché tutti si oppongano alle politiche di occupazione e aggressione di questo stato di apartheid”. Il responsabile delle comunicazioni in Turchia, Fahrettin Altun, ha dichiarato alla televisione di stato che Israele sta violando i diritti umani e che “pagherà un prezzo”, mentre i partiti dell’opposizione hanno fatto eco alla condanna del governo in un raro segno di unità. “Attaccare gente innocente in preghiera è sicuramente terrore”, ha affermato Altun. “Questi attacchi ai palestinesi sono contrati ai diritti umani fondamentali”.

Arabia Saudita

L’Arabia Saudita ha denunciato la pianificazione degli sfratti dei palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah. “L’Arabia Saudita respinge i piani e le misure israeliane di sfrattare decine di palestinesi dalle loro case a Gerusalemme per imporre la sovranità israeliana”, ha affermato in una dichiarazione il ministro degli Esteri del Regno Saudita all’emittente saudita Al Arabiya.

Emirati Arabi Uniti

Gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato le azioni israeliane. Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno normalizzato le relazioni con Israele lo scorso anno, hanno “condannato con forza” gli scontri e gli sfratti in una dichiarazione del ministero di Stato degli Esteri, Khalifa Al Marar, e hanno esortato le autorità israeliane a riportare la calma. Nella dichiarazione si legge; “Gli Emirati Arabi Uniti sottolineano la necessità che le autorità israeliane si assumano le loro responsabilità, nel rispetto dei diritto internazionale, per dare protezione necessaria al diritto dei civili palestinesi a praticare la loro religione e prevenire le pratiche che violano la sacralità della Santa Moschea Al Aqsa”.

Iran

Il ministro degli esteri iraniano ha chiesto che le Nazioni Unite condannino l’azione sanguinaria della polizia israeliana nella spianata della Mosche Al Aqsa, affermando che costituisce un “crimine di guerra”. L’Iran “condanna l’attacco alla Moschea Al Aqsa…di Al Quds (Gerusalemme) occupata dai militari”, ha affermato in una dichiarazione il portavoce del ministro degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. “Questi crimini di guerra dimostrano ancora una volta al mondo la natura illegittima del regime sionista”, ed ha aggiunto che l’Iran ha chiesto alle “Nazioni Unite e alle agenzie specializzate di agire secondo il proprio compito preciso per affrontare questo crimine di guerra”.

Russia

La Russia ha condannato gli attacchi ai civili palestinesi e ha chiesto alle parti di astenersi dall'escalation della violenza. "Mosca guarda allo sviluppo degli eventi con profonda preoccupazione. Condanniamo fermamente gli attacchi contro i civili", ha detto il ministero degli Esteri in una dichiarazione. "Chiediamo a tutte le parti di astenersi da qualsiasi passo che comporti un'escalation di violenza".

Egitto

Anche l'Egitto ha denunciato il tentativo di Israele di sfrattare forzosamente i palestinesi dal quartiere Sheikh Jarrah. Il ministero degli Esteri ha detto in una dichiarazione: "Lo sgombero delle famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah è una violazione delle legittime risoluzioni internazionali e del diritto internazionale umanitario".

Pakistan

Il Pakistan ha condannato "con forza" gli "attacchi contro fedeli innocenti nella Moschea Al Aqsa da parte delle forze di occupazione israeliane". Tali attacchi, compiuti soprattutto nel mese sacro del Ramadan, vanno contro tutte le norme del diritto umanitario, ha affermato in una dichiarazione il ministro degli Esteri. “Preghiamo affinché i feriti si riprendano presto, ribadiamo il nostro sostegno continuo alla causa palestinese, e, ancora una volta, chiediamo alla comunità internazionale di agire prontamente per proteggere il popolo palestinese”.

Kuwait

Il ministro degli esteri del Kuweit ha anch’egli denunciato le azioni della polizia israeliana e ritiene le autorità israeliane responsabili dell’escalation e delle conseguenze che potranno seguire agli eventi di venerdì notte.

Al-Azhar

L’Università egiziana di Al-Azhar, il centro religioso più importante per la religione musulmana sunnita, ha denunciato l'attacco ai fedeli e lo ha considerato un "brutale terrorismo sionista alla luce del vergognoso silenzio internazionale".

Unione islamica degli studiosi musulmani

L’Unione internazionale degli studiosi musulmani (IUMS) ha condannato "con fermezza" le azioni della polizia israeliana. In una dichiarazione, ha salutato i palestinesi di Gerusalemme per "la tenacia di fronte alle continue aggressioni israeliane contro la Moschea Al Aqsa e la gente di Sheikh Jarrah". Il segretario generale dello IUMS, Ali Qaradaghi, ha incoraggiato il mondo musulmano a sostenere la causa palestinese sul piano materiale e morale, ritenendo tale sostengo un dovere religioso ed una necessità.

Giordania

La Giordania confinante, custode dei siti islamici a Gerusalemme, ha detto che "il fatto che Israele continui con le pratiche illegali e i suoi passi provocatori" nella città è un "gioco pericoloso". "La costruzione e l’estensione degli insediamenti, la confisca delle terre, la demolizione di case e la deportazione di palestinesi dalle loro case sono pratiche illegali che perpetuano l'occupazione e minano le possibilità di raggiungere una pace giusta e completa, che è una necessità regionale e internazionale", ha twittato il ministro degli Esteri della Giordania Ayman al-Safadi.

L'Unione Europea

L'Unione europea ha condannato la violenza nella spianata, esortando le autorità a riportare rapidamente la calma. "La violenza e l'incitamento sono inaccettabili e i perpetratori della violenza di tutte le parti devono essere ritenuti responsabili", ha detto un portavoce in un comunicato. "L'Unione europea invita le autorità ad agire con urgenza per ridurre le tensioni attuali a Gerusalemme". Inoltre, la dichiarazione, usando un altro termine per il sito religioso chiave, ha aggiunto: "Gli atti di incitamento intorno al Monte del Tempio/Haram al-Sharif devono essere evitati e lo status quo deve essere rispettato",

Gli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono "profondamente preoccupati" per gli eventi e hanno chiesto a tutte le parti di lavorare per ridurre la tensione. Hanno, inoltre, espresso preoccupazione per gli sfratti. "È fondamentale evitare passi unilaterali che possano esacerbare le tensioni o allontanarci ulteriormente dalla pace. E questo comprende gli sfratti, le attività di insediamento e le demolizioni di case", ha detto la portavoce del Dipartimento di Stato americano Jalina Porter ai giornalisti a Washington.

Per leggere l'articolo originale: World reacts as Jerusalem tensions escalate