Il World economic forum di Davos si è chiuso con la presidente Bce, Christine Lagarde, che richiama il presidente Trump al rispetto delle regole e delle istituzioni internazionali. Un tema che ha pervaso buona parte della cronaca e dell’analisi del consesso mondiale in relazione a gran parte delle materie sul piatto, dal braccio di ferro internazionale sulla Groenlandia al Board of peace, dalle divergenze tra le visioni trumpiane e le necessità della finanza, sino all’attacco all’Europa del presidente ucraino Zelensky.

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C’è però anche chi ha scorto qualche timido segnale positivo in questa quattro giorni svizzera. Salvatore Marra, coordinatore Cgil Area politiche europee e internazionali, ritiene che a Davos “si è visto finalmente un inizio di resistenza da parte di alcuni governi alle politiche di Trump”.

C’è chi dice no

“Quello che abbiamo visto negli scorsi mesi è stato un completo appiattimento, quasi un asservimento nei confronti delle politiche di Trump”, spiega: “L’Europa è stata servile da molti punti di vista, in particolare quello economico, accettando quasi passivamente i dazi, la rinuncia al proprio portato valoriale e di diritti, nonché svendendo conquiste decennali. Se quindi Trump chiedeva deregulation, noi abbiamo fatto deregulation. Se Trump chiedeva di abbassare i cosiddetti privilegi, che poi sono i diritti dei lavoratori, noi li abbiamo aboliti”.

METTE FREDERIKSEN PRIMO MINISTRO DANIMARCA, MARK CARNEY PRIMO MINISTRO DEL CANADA
METTE FREDERIKSEN PRIMO MINISTRO DANIMARCA, MARK CARNEY PRIMO MINISTRO DEL CANADA
METTE FREDERIKSEN PRIMO MINISTRO DANIMARCA, MARK CARNEY PRIMO MINISTRO DEL CANADA (IMAGOECONOMICA)

Per Marra a Davos “si è sentita una piccola brezza, un cambiamento del vento”. Quindi porta l’esempio del primo ministro canadese Mark Carney e della prima ministra danese Mette Frederiksen: “Loro hanno cominciato a dire ‘non ci stiamo’, almeno su alcune questioni fondamentali, come per esempio l’occupazione della Groenlandia.

La solidarietà internazionale avrebbe voluto che lo stesso si dicesse per il Venezuela e per l’Iran, ad esempio. Questo non è accaduto, però noi possiamo almeno mettere in campo la difesa della democrazia, dello stato di diritto, della solidarietà internazionale, perché è necessario che ci sia chi batte un colpo su questi temi, in particolare l’Europa, per resistere a questa follia bellicista, a questo colpo di stato dei miliardari che vogliono invece annullare la democrazia. È fondamentale creare un’alternativa al disordine mondiale che ci è stato imposto”. 

Qualche buono, ma troppi cattivi

A Davos i miliardari non si contavano, e questo accade da sempre al Forum annuale, ma questo gennaio si è posto ancor più l’accento sulla loro presenza soprattutto perché l’amministrazione Trump è costellata da molti di loro. Inoltre lo svolgimento della loro cena, finita nel caos, è stato significativo: alcuni rappresentanti dell’alta finanza mondiale hanno contestato a suon di fischi il ‘falco dei dazi’ della Casa Bianca, il segretario al Commercio Howard Lutnick, e Christine Lagarde ha lasciato la cena insieme a pochi altri. 

Non ci è dato sapere quanto questa emblematica serata possa preoccupare il presidente statunitense, il quale non ha mancato di ribadire il suo ruolo di immobiliarista, quindi di miliardario speculatore, che impronta ogni sua mossa di politica interna ed estera. “La logica che spinge i miliardari che vogliono prendere il potere tramite i colpi di Stato fatti con l’economia di puro mercato e di speculazione è strettamente familistica e non guarda mai l'interesse pubblico”, afferma Marra: “Infatti, poi, a nessuno importa del cambiamento di regime in Iran, della libertà delle minoranze etniche in Abkhazia o nel Donbass, non importa a Putin, Trump e a nessun altro”.

Quello che interessa loro “sono le materie prime, i minerali e le terre rare per fare la guerra o alimentare gli strumenti tecnologici, l'energia nucleare e le fonti fossili. La vicenda del Venezuela parla da sé. Ci sono anche trappole nelle quali è facile cadere. L’Iran è emblematico: della libertà delle donne iraniane o dei prigionieri politici iraniani a Trump non frega assolutamente nulla”, diversamente da quello che vuole farci credere esortando la popolazione a ribellarsi.

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“In Venezuela – prosegue Marra – il presidente statunitense ha preferito lasciare al suo posto la compagine di governo che prima era guidata da Maduro, però assoggettandola. Non c’è stato un cambio di regime nel Paese sudamericano, questa è la l’unica differenza con l’Iran, semplicemente hanno cambiato alcune persone, sostituendole con quelle che rispondono alla logica personale di potere di Trump”.

Marra ci ricorda che quando “c’è stata la guerra dei dodici giorni israelo-iraniana, il conflitto si è fermato quando sono state sganciate le prime bombe sul Qatar, perché ci sono forti interessi immobiliari della famiglia di Trump in questo Paese e i bombardamenti li avrebbero danneggiati”.

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“Questa è una logica che disprezza la democrazia, e i corpi intermedi in particolare, ritenuti come fumo negli occhi perché creano una resistenza a queste stesse logiche di potere autocratiche e antidemocratiche. Tra i corpi intermedi – conclude il coordinatore Cgil dell’Area internazionale della Cgil – ci sono anche i sindacati che nella storia sono stati i primi ad aver accusato le conseguenze dei regimi autoritari al potere, che sono stati sciolti dal partito fascista in Italia e di fascismi in altri Paesi del mondo”.