La Spagna continua a sorprendere. Le politiche del premier Pedro Sanchez dimostrano che è possibile coniugare sviluppo e occupazione. Senza cioè giocare al ribasso – sia per quanto riguarda i salari, sia per quanto riguarda i diritti – sulla pelle di lavoratrici e lavoratori. La conferma arriva dagli ultimi dati che riguardano il mercato del lavoro, secondo i quali in Spagna il 2025 si è chiuso con un significativo balzo dell'occupazione, con un incremento di 506.500 posti di lavoro che migliora ancora i risultati positivi del 2024.

I numeri sono stati resi noti dai ministeri della Previdenza sociale e del Lavoro. E sono importanti anche dal punto di vista qualitativo: aumenta l’occupazione tra donne, migranti e giovani. Le lavoratrici raggiungono infatti un nuovo record, superando quota 10,35 milioni. "Sono quattro anni consecutivi di crescita di circa mezzo milione di posti di lavoro ogni anno, un risultato che dimostra il successo della riforma del lavoro", ha commentato Elma Saiz, ministra della Previdenza sociale.

Notevole anche il dato che riguarda un altro settore debole del mercato del lavoro, quello degli immigrati, con un aumento del 7% dell'occupazione tra gli stranieri, che ora rappresentano il 14% del totale degli occupati in Spagna, pari a circa 3,1 milioni di persone.

Contemporaneamente, il tasso di disoccupazione è diminuito di 152.000 unità rispetto all'anno precedente, anche se a dicembre l'incremento dell'occupazione ha rallentato leggermente, passando dal 2,4% di novembre al 2,3% di dicembre su base annua.

Il premier Pedro Sanchez in un messaggio su X ha celebrato la buona performance del mercato del lavoro: "Chiudiamo un anno record in impiego, sfiorando i 21,9% milioni di iscritti" alla previdenza sociale, ha segnalato. "Mezzo milioni di occupati in più e 152.000 disoccupati in meno. Più contratti a tempo indeterminato, più impiego femminile e minimo storico di disoccupazione giovanile", ha aggiunto il leader socialista. "Alla Spagna fa bene l'azione del governo proressista", ha concluso.

Una politica, quella spagnola, che si è sviluppata nel corso degli ultimi anni, a partire almeno dal patto tripartito tra governo, sindacati e imprese firmato alla fine del 2021 e che ha cambiato radicalmente i paradigmi neoliberisti che avevano ispirato le ultime riforme caratterizzate da riduzione e mercificazione dei diritti, a partire da un freno ai contratti a tempo determinato, con la “presunzione” che il contratto di lavoro è stipulato a tempo indeterminato

Significativa, nell’accordo, la nuova disciplina dei contratti di formazione, volta all’abolizione del contratto di tirocinio (laurea o formazione professionale superiore), del contratto di formazione e apprendistato e del contratto di formazione universitaria duale, sostituiti dal nuovo contratto di formazione.

Come ha spiegato un una recente intervista su Collettiva il giuslavorista Antonio Baylos, professore emerito presso l’Università Castilla La Mancha, il modello spagnolo ha reso possibile in pochi anni il tasso di disoccupazione più basso dal 2007, una riduzione significativa della precarietà e un aumento dei salari reali. Il tutto, con un’esigua maggioranza parlamentare. Un risultato che dovrebbe far riflettere: volendo, coniugare crescita e diritto non solo è possibile, ma funziona.