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Covid

Il nemico non è un virus, ma due

Foto: fernandozhiminaicela (da Pixabay)
Carlo Gnetti
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Come ha spiegato Papa Francesco, c'è una malattia piccola da sconfiggere, “che mette in ginocchio il mondo intero”. E poi ce n'è una “grande” che la aggrava: ingiustizia sociale e disuguaglianza. La battaglia per l'accesso ai vaccini e sui brevetti si combatte su entrambi i fronti

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La pandemia Covid-19 ha fatto emergere alcune contraddizioni vistose a livello globale. Se da una parte è vero che il virus non guarda in faccia nessuno, dall’altra è vero che amplifica enormemente le disuguaglianze sociali, con effetti sullo stato di salute generale della popolazione. Per identificare l’impatto devastante del Covid sembra quanto mai appropriato il termine sindemia (Singer M. et Al, “Syndemics and the social conception of health”, Lancet 2017; 389:941-950), che considera la comorbilità associata ad aspetti antropologici ed ecologici: dal riscaldamento globale al degrado ambientale, dal disuguale accesso alla sanità alla segregazione, dalla povertà alle violazioni dei diritti umani, dalla violenza strutturale alle guerre. Quel che è certo, un’interpretazione esclusivamente biomedica della malattia limita la possibilità di interpretazione e di intervento, mentre la conoscenza dei meccanismi di generazione degli effetti perversi e delle disuguaglianze è il primo passo per adottare politiche e azioni appropriate.

In un articolo pubblicato online l’epidemiologo Giuseppe Costa (“Salute diseguale con le risposte alla pandemia”, Sbilanciamoci 22/9/2020) sostiene che “l’epidemia Covid-19 ha conseguenze molto disuguali tra le classi sociali, conseguenze che sono crescenti passando dal rischio di contagio a quello delle manifestazioni più gravi del virus”. In particolare, secondo Costa, la pandemia ha un differente impatto su una serie di variabili: frequenza con cui ci si infetta, ci si ammala e ci si aggrava e quindi si viene ricoverati, mortalità, ostacoli alle cure per Covid e per altre patologie.

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Un secondo ordine di disparità riguarda l’accesso ai vaccini e la loro disponibilità nel mercato. Lo scorso novembre è stata lanciata la campagna europea “Diritto alla Cura. #Right2cure. Nessun profitto sulla pandemia” – a cui ha aderito la Cgil insieme a più di cento associazioni, reti e personalità del mondo della sanità, della cultura e della politica –, con una raccolta di firme (chi vuole sottoscrivere può farlo all’indirizzo www.noprofitonpandemic.eu/it) da presentare alla Commissione europea per chiedere un più ampio accesso della popolazione ai farmaci e ai vaccini, limitando il ruolo dei brevetti nell’Ue e nei rapporti tra Ue e i Paesi terzi.

Di questi e altri aspetti si è occupato un webinar organizzato da Medici del mondo, organizzazione presente in 73 paesi che ha di recente rilanciato la propria iniziativa in Italia, focalizzandosi su temi come la violenza di genere, la salute delle donne e la salute mentale oltre che sulla prevenzione contro il Covid-19. Il Covid-19, è stato argomentato, ripropone modelli di disparità già emersi in precedenti epidemie, come la famigerata influenza spagnola che fra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo.

Quanto pesano povertà, emarginazione, etnia
Come allora, a soffrire maggiormente per quantità di casi ogni 100mila abitanti sono le fasce di popolazione con maggiori livelli di disagio sociale e di deprivazione materiale. A risultare più svantaggiati, inoltre, sono i soggetti senza fissa dimora e gli immigrati irregolari, i cosiddetti invisibili, difficilmente raggiungibili sia nella fase della prevenzione sia in quella acuta della malattia. Vari studi dimostrano che la mortalità è più alta nelle popolazioni più fragili e che la capacità di accesso a strutture di emergenza e a servizi di screening è in generale più ridotta nelle classi sociali con reddito e livelli di istruzione più bassi.

Negli Stati Uniti, che con 28 milioni di casi e 500mila morti detengono il triste primato di paese più colpito al mondo, l’infezione è stata tre volte superiore nelle contee nere, e la mortalità sei volte superiore. A Chicago la popolazione nera, pari al 30 per cento del totale, è stata colpita dal 50 per cento dei contagi e da un tasso di mortalità pari al 70 per cento. Anche l’accesso alla vaccinazione negli Stati Uniti, ma non solo, varia in funzione del livello di istruzione, della condizione socio economica e dell’etnia. Finora nei paesi ricchi il vaccino è stato somministrato a una persona su 4, mentre nei paesi a medio e basso reddito è stata vaccinata una persona su 500.

Intere fasce di popolazione sono state escluse dalla campagna vaccinale in India, in Brasile, in Egitto e nella stessa Israele, dove il successo della lotta al Covid ha riguardato solo la popolazione israeliana e non quella palestinese. Alla data del 25 aprile, infatti, le autorità hanno somministrato oltre 10 milioni di dosi ai cittadini israeliani, mentre la Palestina è rimasta sotto le 200 mila.

In India, come si legge nella rivista scientifica Lancet che già in passato aveva denunciato gli effetti della malnutrizione infantile sui farmaci contro la tubercolosi, i pazienti di Covid muoiono per mancanza di ossigeno. In Africa, dove i dati epidemiologici non sono affidabili e un programma vaccinale degno di questo nome non è ancora stato avviato, l’incidenza della malattia risulta ampiamente sottovalutata. Tuttavia è stato registrato un netto peggioramento anche nei dati ufficiali dopo la comparsa della variante sudafricana a partire da dicembre 2020 (Alfredo Zanatta, Covid-19. Il paradosso africano: mito o realtà?, aprile 2021).

Emblematico il caso della civilissima Gran Bretagna, dove la prima dose di vaccino nella fascia di età oltre i 55 anni è stata somministrata a circa il 90 per cento della popolazione bianca e ad appena il 65 per cento di quella nera.

Un altro fattore di discriminazione è emerso con la necessità di lavorare a domicilio durante il lockdown, dato che non tutti hanno pari opportunità di condizioni abitative e di accesso a Internet. Inoltre la pandemia ha mostrato effetti collaterali su fattori non Covid, ad esempio la capacità di accesso ai servizi per malattie cronico degenerative in fase sia acuta sia cronica. Va registrato infine l’uso strumentale della pandemia per interventi di natura repressiva che hanno portato a un’ulteriore marginalizzazione delle minoranze e di intere fasce sociali. “Per tutte queste ragioni – spiega Mario Braga, medico e direttore dell’Agenzia Regionale della Sanità della Toscana – occorre un intervento mirato non solo ad alcuni aspetti ma a tutti i fattori sociali ed economici che contribuiscono ad alimentare le disuguaglianze: mi riferisco in particolare alle condizioni abitative, alle condizioni di vita e di lavoro, e al disagio psicologico che ha finito per inasprire la violenza sulle donne”.

Vaccinazione di massa e immunità di gregge
Non senza difficoltà di vario genere, a cominciare dalla comparsa di varianti che riducono l’azione dei vaccini, sta proseguendo la campagna di vaccinazione di massa. “L’accaparramento dei vaccini nella prima fase – sostiene il dottor Giampaolo Mezzabotta, medico ed ex funzionario dell’Oms – ha fatto percepire l’acquisto dei vaccini come un fatto nazionale, privato, di ciascun paese. Ma la copertura a macchia di leopardo, non omogenea, potrebbe esacerbare l’emergenza delle varianti, vanificando lo sforzo per creare e distribuire vaccini anche nei nostri paesi, come già avviene in parte”. Va tenuto presente che con 6,7 milioni di dosi al giorno ci vorranno circa 4 anni e sei mesi per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge. Secondo uno studio pubblicato a gennaio 2021 dall’International Chamber of Commerce, anche se l’occidente riuscisse a realizzare una copertura vaccinale ottimale, pari ad almeno il 50 per cento, senza un’analoga copertura nei paesi poveri il costo aggiuntivo per i paesi ricchi nel 2021 sarebbe pari a 2.400 miliardi di dollari, 10 volte il recovery plan.

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Nel giugno 2020 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato l’iniziativa Covax, Global Vaccine Access Facility, che intende accelerare la produzione e lo sviluppo di vaccini contro il Covid-19 e garantire un accesso equo alla somministrazione in 190 paesi del mondo, indipendentemente dalle loro capacità economiche, allo scopo di coprire entro quest’anno il 20 per cento della popolazione mondiale. Partner dell’operazione, oltre all’Unicef, sono Gavi (Alleanza globale per i vaccini), braccio finanziario dell’operazione che ha finora raccolto da privati e da governi una cifra pari a 7 miliardi di dollari, e Cepi, organizzazione norvegese che si occupa di ricerca. Covax offre alle industrie farmaceutiche pubbliche e private l’accesso a finanziamenti per la produzione e consente l’adozione di procedure accelerate – già sperimentate ad esempio nei farmaci contro la tubercolosi – per la registrazione di vaccini secondo standard sicurezza, efficacia, qualità e gestione del rischio approvati dalla stessa Oms.

Inoltre stanno per fare il loro debutto nuovi vaccini, a cominciare dal cubano Soberana che costituisce la vera novità nel mondo delle biotecnologie e dei farmaci anti Covid. “Si tratta di un vaccino pubblico finanziato da uno Stato povero e sottoposto a embargo”, spiega il ricercatore italiano Fabrizio Chiodo, che lavora al Finlay Institute dell’Avana ed è coinvolto nella ricerca sui vaccini. Attualmente Cuba, che disegna, sviluppa e produce l’85 per cento dei vaccini destinati ai bambini, ha ben 869 progetti di ricerca e sviluppo legati al Covid 19, con cinque candidati vaccinali pubblici di cui due hanno raggiunto la terza fase di sperimentazione. Nel 2021 si prevede la distribuzione di 100 milioni di dosi del candidato vaccinale più avanzato, che è Soberana2. “Il nome – precisa Chiodo – non ha nulla a che vedere con il sovranismo europeo ma ha al contrario un significato anticapitalista, perché dimostra che si può produrre il vaccino con un brevetto di Stato che pone al centro la sicurezza e non il profitto, e rende possibile trasferire il know how con semplicità e a prezzi accessibili”.

La questione dei brevetti e la richiesta di moratoria
Ai fini della vaccinazione di massa appare decisiva la questione dei brevetti e della proprietà intellettuale, che lo stesso Bill Gates si è impegnato a difendere in un’intervista a SkyNews. Secondo la multinazionale farmaceutica Biontech, che produce il vaccino Pfizer, a fine luglio la pandemia sarà finita e il prezzo del vaccino tornerà a essere libero. “In altre parole – afferma Vittorio Agnoletto, medico e portavoce della campagna Right2Cure – il destino di 7 miliardi e 800mila persone sarà nelle mani di un ristretto gruppo di Cda di alcune aziende farmaceutiche. Le quali non hanno come obiettivo l’eradicazione del virus ma, come emerge in un file reso pubblico che riporta gli esiti di una riunione tra i dirigenti Pfizer e alcuni fondi finanziari, quello della trasformazione della pandemia in endemia, quindi una situazione di cronicità in cui ogni anno si ripresenta il virus con una variante diversa e ogni anno è necessario un nuovo vaccino”.

Qualche anno fa un comunicato durissimo dell’Agenzia Onu che si occupa di Aids accusava le aziende di non investire sulla ricerca e di puntare sulla cronicizzazione, perché milioni di persone che fanno terapia per tutta la vita garantiscono i profitti e consentono di programmare il budget. Ma l’aspetto più scandaloso non riguarda tanto i profitti della case farmaceutiche quanto il fatto che la ricerca sui vaccini è finanziata dagli Stati, che si assumono i rischi e tutte le conseguenze della pandemia. Il giornale inglese Guardian ha anticipato la bozza di una ricerca non ancora pubblicata sui giornali scientifici, secondo cui la produzione del vaccino Astrazeneca è dovuta a soldi pubblici per il 97,2 per cento.

Il rischio aziendale è pari a zero. Non solo: gli accordi presi con le case farmaceutiche prevedono in molti casi che siano i singoli paesi e la Commissione europea a rispondere di qualunque effetto indesiderato dei vaccini. La pubblicazione per errore di un accordo secretato da parte di un ministro brasiliano ha rivelato che, in caso di contenzioso, la sede dei processi sarà New York e che il Brasile dovrà rispondere a eventuali richieste di risarcimento con la propria riserva aurea. Secondo quanto rivelato a Radio Popolare da alcuni giornalisti argentini, il loro paese, uno dei cinque in cui Pfizer ha sviluppato i trial per la sperimentazione del vaccino, ha sottoscritto un accordo in cui la casa farmaceutica si sarebbe impegnata a creare un’azienda per produrre il vaccino in tutto il Sudamerica, ma avrebbe chiesto in garanzia la riserva aurea e alcuni beni comuni, compresi i monumenti.

Vale la pena ricordare che i brevetti sono regolati dai trattati internazionali noti con la sigla “Trips” (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights), promossi dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) a metà degli anni Novanta al fine di fissare gli standard per la tutela della proprietà intellettuale. Quando un’azienda farmaceutica immette sul mercato un nuovo farmaco o un vaccino, il brevetto di sua proprietà ha una durata di 20 anni, in regime di monopolio, e l’azienda può decidere quando e dove produrre, a chi vendere e a quali prezzi. “Questa situazione – ricorda Agnoletto – è all’origine della battaglia condotta contro Big Pharma da Nelson Mandela, presidente dal 1997 al 2001 del Sudafrica, paese in cui il 30 per cento delle donne tra 14 e 40 anni erano allora sieropositive, per ottenere prezzi più bassi dei farmaci contro l’Hiv. Quando infine il congresso sudafricano autorizzò le aziende pubbliche e private a produrre farmaci antiretrovirali a prezzi più bassi, 39 multinazionali capitanate da Glaxo-Wellcome fecero causa al governo sudafricano davanti al tribunale interno dell’Omc, che minacciò sanzioni economiche al Sudafrica se non avesse rinunciato alla produzione di farmaci”. “Mandela dovette fermarsi – continua Agnoletto – e nell’aprile del 2001 le multinazionali ritirarono la loro denuncia”.

Nell’autunno del 2001, durante la riunione generale dell’Omc a Doha, capitale del Qatar, tutti gli Stati aderenti sottoscrissero la Dichiarazione nota come “Doha”, in cui si sostiene che la tutela dei brevetti non deve mai impedire alle autorità sanitarie di applicare tutte le decisioni necessarie per tutelare la salute cittadini. Nel frattempo all’interno degli accordi Trips furono approvate due clausole di garanzia. La prima è nota come “licenza obbligatoria”: se un paese è in difficoltà economica, deve affrontare una pandemia e non trova accordo con le aziende farmaceutiche, può decidere di produrre direttamente farmaci e brevetti a prezzo ridotto salvo poi risarcire le aziende a un prezzo equo. La seconda, nota come “importazione parallela”, sostiene che se un paese si trova in difficoltà economica, deve affrontare una pandemia ma non ha la capacità tecnologica per produrre farmaci, può acquistarli da paesi che hanno attivato la licenza obbligatoria, i quali solo in quel caso possono venderli al di fuori dei loro confini.

“Subito dopo l’approvazione della dichiarazione di Doha – riprende Agnoletto – l’Ue ha iniziato a inserire in quasi tutti gli accordi commerciali di qualsiasi tipo con paesi terzi e più deboli l’aggiunta di un articolo, detto Trip-Plus, che impegna quel paese a non ricorrere mai alle due clausole di salvaguardia stabiliti dagli accordi di Doha. Quando il Parlamento europeo ne è venuto a conoscenza, tra il 2007 e il 2008, tutti i gruppi sono insorti contro la Commissione, che è stata obbligata a ritirare l’aggiunta all’articolo”.

Nell’ottobre del 2020 India e Sudafrica hanno chiesto ai membri dell’Omc di rinunciare temporaneamente alla tutela di brevetti, ai diritti d’autore, ai design industriali e alle informazioni riservate relative al trattamento del Covid-19, compresi i vaccini, fino a quando non sarà in atto una diffusa vaccinazione a livello globale. Oltre a quella delle aziende farmaceutiche la richiesta di moratoria ha suscitato l’opposizione di Gran Bretagna, Unione europea, Stati Uniti (prima del ripensamento di Biden, che potrebbe preludere ad altre defezioni), Brasile, Giappone, Singapore, Australia, Svizzera, che ne hanno bloccato il percorso. Nasce da qui l’iniziativa a sostegno della moratoria promossa da Agnoletto assieme ad altre otto personalità europee del mondo scientifico, e – come accennavamo – sostenuta anche dalla Cgil. Si tratta di una petizione da presentare entro il 1° maggio 2022 alla Commissione europea. Se saranno raggiunte un milione di firme la Commissione sarà obbligata a tenere un’audizione pubblica in Parlamento nel giro due mesi, e ad attivare entro tre mesi un dibattito che porterà al voto e a una risoluzione finale del Parlamento e del Consiglio europeo. “Per noi – afferma Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil – è indispensabile che tutta la popolazione mondiale acceda al vaccino. Solo in questo modo sconfiggeremo la pandemia: per questo sosteniamo la petizione per sospendere i brevetti e far sì che ogni Stato sia in grado di produrre vaccini per tutti”.

Le fa eco Vittorio Agnoletto, secondo il quale “mai come oggi solidarietà, carità cristiana ed evidenza scientifica si tengono insieme. Solo facendo arrivare a tutti i vaccini potremo mettere in sicurezza anche noi stessi”. E su questo sarà certamente d’accordo papa Francesco, unica voce a livello mondiale a prendere posizione sull’argomento: “La pandemia ha messo allo scoperto la difficile situazione dei poveri e la grande inuguaglianza che regna nel mondo – ha detto Francesco –. E il virus, mentre non fa eccezioni tra le persone, ha trovato, nel suo cammino devastante, grandi disuguaglianze e discriminazioni. E le ha aumentate! La risposta alla pandemia è quindi duplice. Da un lato è indispensabile trovare la cura per un virus piccolo ma tremendo, che mette in ginocchio il mondo intero. Dall’altro dobbiamo curare un grande virus, quello dell’ingiustizia sociale, della disuguaglianza di opportunità, dell’emarginazione e della mancanza di protezione dei più deboli”.