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Stati Uniti

La speranza americana

Foto: Pete Souza
Ilaria Romeo
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Oggi come dodici anni fa una speranza sale alla Casa Bianca. Allora era Barack Obama, il primo presidente nero degli Usa, quello dello slogan "Yes, we can"

Il 20 gennaio 2009, Barack Obama si insediava alla Casa Bianca come 44° Presidente degli Stati Uniti d’America. Nato nel 1961 da madre americana e padre kenyota, il neo eletto presidente aveva la meglio sul repubblicano McCain. Era dal 1952 che non si assisteva ad elezioni in cui nessun candidato godesse di incumbency (ovvero: nessuno dei due era un presidente o vicepresidente uscente).

Con il 52% dei voti, Barack Obama sarà il primo afroamericano divenuto presidente degli Stati Uniti d’America. “C’è bisogno di una nuova era di responsabilità - dirà il giorno dell’insediamento -  abbiamo dei doveri verso noi stessi, la nostra nazione e il mondo. Siamo riuniti qui oggi perché abbiamo preferito la speranza alla paura, l’unità al conflitto e alla discordia. Respingiamo la falsa scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali”.

“Questo è il Giorno”, affermava il regista Spike Lee, “Un giorno meraviglioso, il giorno che aspettavamo da una vita, la fine del cammino”, nelle parole del reverendo Bart Ranson che marciò con Martin Luther King nella stagione dei diritti civili. La fine di un cammino, l’ultimo punto di un cerchio che, finalmente, si chiude. Rosa Parks moriva quattro anni prima, il 24 ottobre 2005 e due anni prima, nel 2003, l’Henry Ford Museum di Dearborn acquisiva il bus 2857.

Al suo interno, nel 2012, verrà scattata la storica foto a Barack Obama che tutti conosciamo pubblicata su twitter da Macon Phillips, responsabile New Media della Casa Bianca. Un sedile passato da Rosa Parks a Barack Obama in una linea di continuità che ripercorre l’intero movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, da Martin Luther King a Malcolm X, da ieri a oggi.

“Con il suo coraggio e il suo esempio - diceva Obama il il 24 ottobre 2005 nel giorno della sua scomparsa - Rosa Parks ha contribuito a porre le fondamenta di una Nazione che può iniziare a vivere secondo il suo credo”. 

“La sua vita e le sue azioni coraggiose - affermava nell’occasione il futuro presidente - hanno ricordato a ciascuno di noi le nostre responsabilità personali nel difendere ciò che è giusto e la verità centrale dell’esperienza americana che la nostra grandezza come nazione deriva da persone apparentemente comuni che fanno cose straordinarie. La vita di Rosa Parks è stata una lezione di perseveranza. Il suo atto solitario di disobbedienza civile è stata anche la scintilla che ha acceso l’inizio della fine per la segregazione e ha ispirato milioni di persone in tutto il paese e, in ultima analisi, in tutto il mondo a essere coinvolti nella lotta per l’uguaglianza razziale. Mentre onoriamo la vita di Rosa Parks, non dovremmo limitare le nostre commemorazioni a nobili elogi. Invece, impegniamoci a portare avanti la sua lotta, un atto solitario alla volta, e assicuriamoci che la sua passione continui a ispirare come faceva mezzo secolo fa. Questo, a mio avviso, è il modo migliore per ringraziarla per i suoi immensi contributi al nostro paese. Rosa Parks una volta ha detto: ‘Finché ci sono disoccupazione, guerra, criminalità e tutte le cose che vanno a infliggere la disumanità dell’uomo all’uomo, a prescindere - c’è molto da fare e le persone devono lavorare insieme’. Ora che è morta, sta a noi assicurarci che il suo messaggio sia condiviso. Anche se ci mancherà il suo amato spirito, lavoriamo per assicurarci che la sua eredità sopravviva nel cuore della nazione. Come nota personale, penso sia giusto dire che se non fosse per quel tranquillo momento di coraggio da parte della signora Parks, non sarei qui oggi. Le devo un grande ringraziamento, così come la nazione”.

“Le nostre sfide - diceva il Presidente nel discorso di insediamento - possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo - il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo - queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità - un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile. Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza. (…) Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro”.

Tanta strada è stata fatta, tanta ne rimane da fare. Ma non ci stancheremo mai di inseguire quel sogno per il quale hanno ed abbiamo lattato e, anche se purtroppo non ancora completamente, vinto.