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La crisi

La quarantena di Cuba. All'origine di un embargo paradossale

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Foto: Ed Yourdon/Flickr
Ilaria Romeo
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Il 14 ottobre 1962 Cuba viene messa in quarantena navale. Si è sull'orlo di una guerra. A pagare il prezzo più caro sarà l'isola caraibica tuttora sottoposta a embargo nonostante i ripetuti gesti di solidarietà nei confronti del resto del mondo, come quelli dei medici della Brigata Henry Reeves

Il 14 ottobre 1962, un aereo spia U-2 statunitense evidenzia la costruzione da parte dell’Unione sovietica di una postazione missilistica nell’isola di Cuba. Kennedy ordina la ‘quarantena’ navale dell’isola: qualsiasi nave che tenti di forzare il blocco (effettivo a partire dalle 10 del 24 ottobre) verrà fermata anche con il ricorso armi. L’America viene a conoscenza della crisi in atto solo il 22 ottobre, quando il presidente dirà in televisione: “La politica di questa nazione sarà quella di considerare ogni missile nucleare lanciato da Cuba contro qualunque nazione dell’emisfero occidentale come un attacco lanciato dall’Unione Sovietica contro gli Stati Uniti, che provocherà una rappresaglia con ogni mezzo nei confronti dell’Unione Sovietica”.

Il mondo è sull’orlo della guerra. Alle ore 12 del 25 ottobre un preoccupato Giovanni XXIII dirige ai popoli del mondo intero ed ai loro governanti un appello per la pace immediatamente diffuso in ogni continente dalla stazione Radio Vaticana. Forse anche grazie all’intercessione del pontefice, come dicono alcuni, forse no, la guerra non scoppia ed il 26 ottobre Kruscev avanza l’offerta di ritiro dei missili dietro la promessa degli Stati Uniti di non invadere l’isola.

Il 28 ottobre la crisi può considerarsi finita e la quarantena navale viene rimossa il 20 novembre. Kennedy però intensifica le sanzioni contro Cuba (con il Proclama 3447 del 7 febbraio 1962 entrava in vigore il blocco economico contro l’isola, formalmente ancora attivo), proibendo anche il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero fatto tappa nei porti cubani e varando l’8 luglio 1963 i Cuban Assets Control Regulations (Cacr). 

I “regolamenti per il controllo dei patrimoni cubani” proibiranno l’esportazione di prodotti, tecnologie e servizi statunitensi a Cuba, sia direttamente che attraverso Stati terzi e l’importazione di prodotti cubani, sia direttamente che indirettamente, fatta eccezione per materiale informativo e opere d’arte con valore inferiore ai 25.000 dollari. Tutti i patrimoni cubani (pubblici e privati) in possesso statunitense sono congelati e viene posto l’assoluto divieto di mandare rimesse a Cuba o favorire viaggi verso gli Stati Uniti, prevedendo licenze particolari solo in caso di emergenze umanitarie (una legge del 1996 aggraverà l’embargo stabilendo che gli Stati Uniti ritireranno tutti i finanziamenti verso le organizzazioni internazionali che violeranno il blocco e annullerà le importazioni da quei paesi che effettueranno traffici con Cuba nella stessa misura delle importazioni da questi effettuate). Per circa trenta volte, nella storia, le Nazioni Unite hanno condannato il blocco statunitense, ma dal 1962, e poi con l’inasprimento apportato dalla famigerata legge Helms - Burton firmata da Bill Clinton, le imposizioni non si sono mai fermate, neanche sotto la presidenza Obama.

“Questa politica ostile ostacola l’acquisizione di tecnologie, materie prime, reagenti, strumenti diagnostici, apparecchiature e pezzi di ricambio, nonché di medicinali per la cura di malattie gravi come il cancro - si leggeva nella relazione di Cuba sulla risoluzione 73/8 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite relativa alla “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba” del luglio 2019 - Questi articoli devono essere ottenuti in mercati lontani, spesso attraverso intermediari, il che impone un aumento dei loro prezzi. Non avere la medicina o la tecnologia giusta per curare una malattia è stato, in alcuni casi, un impedimento per salvare una vita”. Una situazione, già complicata, diventata tragica in questi mesi di pandemia. Una situazione francamente ormai paradossale se si considera l’aiuto portato dai medici cubani all’Europa - e non solo - nei mesi scorsi.

Aiuto per il quale la brigata ‘Henry Reeve’ quest'anno è stata anche ufficialmente candidata al Nobel per la Pace. A dare l’annuncio su Twitter era stato il presidente cubano, Miguel Diaz-Canel Bermudez. “Cuba per il mondo: medici e non bombe”, aveva scritto, spiegando che “il Consiglio mondiale per la pace ha formalmente presentato la candidatura della brigata medica Henry Reeve di Cuba per il Nobel per la Pace”.  La candidatura era stata accolta con entusiasmo da Stefania Bonaldi, sindaca di Crema, che aveva scritto su facebook: “Difficile esprimere la gioia, la commozione, l’orgoglio, la riconoscenza e lo straordinario affetto che proviamo per i nostri Hermanos De Cuba”.

“Siamo stati naufraghi e ci avete soccorso - diceva la sindaca nel maggio scorso -  senza domandarci il nome né la provenienza. Siete arrivati nel momento più drammatico e insieme a noi vi siete battuti per trasformare “il lamento in danza”, una danza collettiva, a riprova che le grandi battaglie non le vincono gli eroi solitari, ma le comunità, e ciò che è accaduto nella nostra terra ne è la prova, la dimostrazione.  Siamo stati comunità, per questo abbiamo vinto, siamo stati, anche grazie a voi, uno schiaffo all’individualismo, l’alleato preferito delle avversità. Siamo stati una comunità, certo, multiculturale e umanissima. Uno schieramento che non ammetteva sconfitte e infatti non abbiamo perso”. Non abbiamo perso è vero, ma non abbiamo neanche vinto su tanti, troppi, fronti.