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CoronaSuisse. Il Capitale ignora il virus e i diritti

CoronaSuisse. Il Capitale ignora il virus e i diritti
Foto: svizzera
Davide Colella
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Viaggio nella Svizzera dei cantoni chiusi e degli altri in cui si continua a lavorare e circolare. Per Enrico Borelli (Unia): “Passata l'emergenza si dovrà cercare di porre fine alle politiche liberiste”

Continua a crescere il numero di persone  positive al coronavirus in Svizzera: nelle ultime 24 ore sono stati segnalati 1.123 casi per un totale di 14.484. Secondo gli ultimi dati diffusi dall'Ufficio federale della sanità pubblica i morti sono 285. Più numerosi i casi in Ticino e nella Suisse Romande. Dati piuttosto preoccupanti se rapportati a una nazione di 8 milioni di abitanti. Anche di fronte a un’emergenza come questa, la natura confederale del paese rossocrociato permette a ciascuno Stato di scegliere le misure che ritiene più adatte. Il Cantone Ticino è stato il primo a fare i conti con il Covid-19 e a mettere in campo provvedimenti molto simili a quelli adottati in Italia. Il sistema sanitario da molti giorni marcia vicino al limite della capienza, un’operatività già oggi garantita da migliaia di operatori italiani, provenienti dalla vicina Lombardia. Il resto delle attività è pressoché fermo: scuole chiuse, bar e ristoranti sbarrati, industrie al minimo, stazioni sciistiche deserte, collegamenti ferroviari con l'Italia sospesi e tanto ‘home office’, come viene chiamato da Chiasso in su lo smart working.

Nella Confederazione si sta verificando una spaccatura tra i cantoni latini – la Svizzera italiana e francese – e la Svizzera tedesca. I primi sono promotori di misure più incisive per limitare i contagi, la parte germanofona del Paese rappresenta invece i poteri forti dell’economia e della finanza che ignorano il problema e tentano di imporre una riapertura delle aziende già precauzionalmente chiuse. Nei giorni scorsi, il Consiglio Federale ha valutato l'ipotesi di obbligare il Ticino a fare marcia indietro, ma la regione di lingua italiana ha fatto quadrato attorno alle decisioni del proprio governo cantonale, opponendo resistenza.

La situazione è problematica. Enrico Borelli, co-segretario regionale di Zurigo e Sciaffusa dell’Unia, il principale sindacato svizzero, mette in evidenza come le disposizioni del Consiglio Federale siano contraddittorie: “Si invitano le persone a rimanere a casa mantenendo interi rami professionali al lavoro. Le prescrizioni di protezione emanate sono deboli e non applicate. Siamo preoccupati per la salute dei lavoratori, delle famiglie e del rischio di collasso della sanità". Sono già oltre 400 i ricoverati nel solo Ticino e lo Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC), un istituto somigliante alla nostra protezione civile, ha chiesto nelle ultime ore a medici e operatori sanitari non impegnati di farsi avanti avanti per sostenere il lavoro dei colleghi. 

In Svizzera si antepongono gli interessi di natura economica a quelli dell'insieme della popolazione. Solo le grandi società del terziario si sono organizzate per promuovere il lavoro da casa – la banda aziendale dei colossi assicurativi è satura di collegamenti VDI (virtual desktop infrastructure), il sistema che permette di manovrare da casa il computer che abbiamo in ufficio – . Giuseppe Legio, informatico italiano di seconda generazione in Svizzera, ci descrive una delle tante app con i consigli per non abbrutirsi durante il periodo di telelavoro. Azioni semplici come alzarsi presto, fare la doccia, colazione, ginnastica, pausa caffè, sigaretta, non affaticare la vista, non mangiare troppo. “Io – dice – non ho mai chiesto di usufruire dell’home office. Io ho bisogno di uscire, prendere il tram, chiacchierare con i colleghi, spendere fuori parte della mia giornata. Certo, adesso bisogna assumersi la responsabilità di rimanere in casa”.

Ma non tutti possono o decidono di farlo. “A Basilea, ieri pomeriggio c’era una bella giornata di primavera – racconta Nico Condorelli, bancario italiano cresciuto nella città renana - . Le strade del centro erano frequentate nonostante i bar e i negozi chiusi. Le fabbriche funzionano, sui cantieri hanno prescritto una distanza di sicurezza da mantenere sulle impalcature ma mi è capitato di vedere un furgone sul quale salivano 7 operai a fine turno. Seguo con attenzione ciò che accade in Italia e temo che in assenza di restrizioni i casi aumenteranno. Io stesso domani andrò in ufficio, martedì a casa, mercoledì in ufficio, giovedì a casa e venerdì in ufficio: una barzelletta”. Intanto i dati percentuali assegnano alla Svizzera il primato dei contagi: quasi 18 ogni 10 mila abitanti. In Italia sono 14.

Da pochi giorni, il governo e la banca centrale svizzera hanno iniziato a iniettare liquidità nella propria economia con l’impiego di 20 miliardi per offrire alle aziende prestiti garantiti dallo Stato fino a 500 mila franchi, senza interessi. Le imprese colpite da una “sostanziale riduzione dei ricavi” possono anche fare domanda per un prestito ponte pari a un massimo del 10% delle loro vendite annuali, con un tetto di 20 milioni di franchi per impresa, con un tasso dello 0,5%. Aiuti volti al proseguimento della produzione.

Nel Paese il dibattito resta aperto: il Consiglio Federale subisce le pressioni della Confindustria, soprattutto da quando Valentin Vogt, presidente dell'Unione svizzera degli imprenditori (USI), ha messo in guardia il governo dalle conseguenze di una sospensione totale delle attività economiche e dalle sue drastiche conseguenze – sottolineando come queste misure non sortiscano effetto alcuno sul pericolo di infettarsi. Affermazioni considerate “vergognose” dal sindacato ma appoggiate da Economie Suisse e dalle grandi centrali padronali che hanno attaccato frontalmente le misure di protezione e le chiusure di aziende adottate in Ticino. Per Enrico Borelli è chiaro come in Svizzera si antepongano gli interessi materiali di pochi, rispetto alla salute della popolazione. “Qui le imprese e la finanza hanno una libertà d'azione come in nessun altro posto al mondo e anche il sistema legislativo si afferma con la supremazia dei sistemi economici rispetto agli interessi dei lavoratori. Ma così facendo non si fa che peggiorare la situazione. Più si aspetta, più il danno anche per l'economia rischia di essere importante”.

Le riflessioni del segretario dell'Unia Zurigo virano sulla prossima fase, quando – come tutti speriamo – la crisi sarà superata. “Questa è la prima volta che la nostra generazione affronta qualcosa del genere. Potremo sconfiggere questo virus solo rafforzando la solidarietà all’interno del tessuto sociale. In effetti l’emergenza Covid-19 ha portato a un’ondata di volontari negli ospedali elvetici. All’Ospedale universitario di Zurigo in 2 mila hanno chiesto di poter dare una mano, mille in quello di Lucerna, 500 ad Aarau, ha spiegato il Blick nella sua edizione domenicale.

“Il sindacato - passata questa emergenza - dovrà lavorare per cercare di porre fine alle politiche liberiste che hanno eroso i diritti dei lavoratori, precarizzato la società, impoverito il tessuto sociale. Nei prossimi anni - prosegue Borrelli - il movimento operaio sarà in una situazione difficile: le parti datoriali, in un contesto diverso rispetto a quello che abbiamo conosciuto, vorranno mantenere inalterati i profitti, quindi ci sarà una pressione fortissima nei confronti dei salari e delle condizioni professionali che potrebbero portare a un’ulteriore precarizzazione. Credo che sia importante organizzarsi in un profilo collettivo, nel sindacato e nelle strutture solidali, per concretizzare delle politiche che mettano finalmente al centro la difesa dei diritti e della dignità delle persone che negli ultimi 30 anni sono stati oggettivamente calpestate in Ticino, come in Svizzera, in Italia e in tutti i paesi europei".