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Il capitalismo ha cambiato faccia. Anche l’economia globale l’ha fatto. Le trasformazioni che abbiamo vissuto negli ultimi decenni hanno mutato la struttura stessa del sistema economico. Il modello? Digitale e finanziarizzato, con un'elevata concentrazione di potere nelle mani di poche multinazionali, crescenti disuguaglianze e una forte componente tecnologica. Il tutto è avvenuto e sta avvenendo a una velocità supersonica.
“Trovare una nuova definizione è un’impresa – spiega Roberto Romano, economista e saggista, esperto di economia politica, politiche fiscali europee e rapporti tra capitale, Stato e lavoro -. Diciamo che siamo di fronte a un cambio di paradigma, una concentrazione, una centralizzazione del capitale che non ha precedenti nella storia”.
Quindi il primo aspetto di novità è la concentrazione, giusto?
Sì, del potere, del capitale, dei mezzi di produzione. La ricchezza mondiale è in mano a personaggi che conosciamo tutti, Musk, Bezos, Zuckerberg, Gates e la loro ricchezza è direttamente proporzionale alla loro potenza e al monopolio nella produzione di certi beni e servizi. Questa concentrazione non ha a che fare con beni e servizi tradizionali, bensì con i beni immateriali, cioè la conoscenza e l’uso delle informazioni. La stessa conoscenza che dovrebbe essere un bene pubblico ma è diventata di proprietà privata. È questa la grande differenza tra il capitalismo statunitense e quello cinese.
Qual è questa differenza, esattamente?
Sono due mondi diversi. Dopo la crisi del 2008 il capitalismo ha iniziato a vivere la fase della concentrazione, le multinazionali americane si sono appropriate della conoscenza, a differenza di quelle cinesi, dove questa è ancora di proprietà dello Stato, che continua a conservare un ruolo importante, perché considera questi beni universali, strategici, a cui tutti possono e devono accedere. Nel primo caso le quote di mercato sono enormi, ma domina la finanza: basta il battito d’ala di una farfalla per far cadere il castello di carte. Mentre nel secondo caso, i profitti sono inferiori, ma i rischi più contenuti. Nel primo caso il capitalismo si può dire che sia una rapina, nel secondo, in Cina, in India, poiché la governance e le linee di indirizzo sono in mano pubblica, il capitalismo è più resiliente e resistente.
La crescente disuguaglianza è una conseguenza di questa concentrazione del potere economico?
Sì, quando il potere economico si concentra in poche grandi imprese globali, anche la distribuzione del reddito tende a squilibrarsi. I profitti crescono più rapidamente dei salari, la ricchezza finanziaria si accumula ai vertici e l’accesso alle tecnologie e agli investimenti diventa sempre più selettivo. Le disuguaglianze non sono semplicemente un effetto collaterale del mercato, ma il risultato diretto della struttura del sistema economico.
Per questo motivo pensare di ridurle esclusivamente con politiche redistributive ex post sembra sempre più difficile. Senza politiche industriali, fiscali e regolative capaci di intervenire sulla concentrazione del potere economico, il capitalismo globale continuerà a produrre squilibri sociali sempre più profondi.
L’occupazione e il lavoro che sorti hanno in questo contesto?
Questa è storia degli ultimi 25 anni: i profitti e la capitalizzazione tendono ad avere una progressione più forte di quanto non possa fare l’occupazione. Mentre la produttività tende a crescere all’infinito, l’occupazione non cresce agli stessi ritmi. Quello che è nuovo è la velocità di questa crescita, del valore di mercato e degli utili operativi. Ma se della cosiddetta globalizzazione noi denunciamo sempre l’impoverimento dei salari, dall’altro lato c’è un altro grande sconfitto, il ruolo dello Stato nel funzionamento del sistema economico, che si è impoverito e indebolito.
E il lavoro?
Sul fronte del lavoro, le multinazionali tendono a frammentare la produzione lungo le catene globali del valore, distribuendo attività produttive e subfornitura in diversi Paesi. Quindi il lavoro si disperde lungo filiere sempre più complesse e geograficamente estese. Questo processo contribuisce anche a spiegare perché, nonostante la crescita di molte imprese globali, i salari e le condizioni di lavoro non migliorano allo stesso ritmo.
Esiste un rimedio a questa situazione?
Chi lo trova, vince il premio Nobel. Perché il capitalismo cambia ed evolve, ma noi rimaniamo sempre uguali. E questo è un problema. Dovremmo essere capaci di cambiare il motore in corsa senza fermare la macchina.
Come?
Il sindacato fa le sue battaglie, tutte giuste, perché quando si tratta di tutelare il lavoro, i salari, ognuno cerca di proteggere i suoi. Ma ci vorrebbero battaglie più grandi, a livello europeo, altrimenti diventano lotte di piccolo cabotaggio, poco efficaci. I sindacati hanno sempre operato dentro le fabbriche e hanno avuto come controparte i singoli governi. Immaginiamo un sindacato europeo: questo cambierebbe i poteri di forza in campo. Pensiamo a un contratto collettivo metalmeccanico firmato a livello europeo: si potrebbe ottenere un reddito da lavoro molto più grande di quello che si strappa a livello territoriale.






















