Meno scuola, più flessibilità legate alle esigenze delle imprese del territorio, formazione scuola-lavoro (la vecchia alternanza) anticipata al secondo anno e stop al biennio unico. Sono questi i cardini del decreto di riforma degli istituti tecnici targato Valditara contro la quale oggi (7 maggio) la Flc Cgil ha proclamato una giornata di sciopero, che sarà accompagnato da numerosi presìdi territoriali in tutto il Paese. “La revisione degli ordinamenti proposta dal Mim si inserisce nel più ampio attacco alla scuola secondaria di secondo grado da parte del governo, che negli ultimi anni ha progressivamente indebolito il sistema attraverso interventi frammentati, riduzioni di risorse e scelte orientate a piegare la formazione alle logiche del mercato”: questo il commento durissimo di Gianna Fracassi, segretaria generale Flc Cgil.

Il decreto fantasma

Proprio alla vigilia dello sciopero è giunta notizia di un decreto chiuso in un cassetto del ministero - e firmato la settimana scorsa - che sembrerebbe recepire alcune delle richieste della Flc: probabilmente, ipotizza il sindacato della conoscenza della Cgil, “renderlo noto alla vigilia dello sciopero del 7 maggio — magari proprio in occasione dell’incontro con le sigle sindacali che hanno già chiuso la procedura di raffreddamento — rischia di apparire più come un’operazione politica che come un atto amministrativo” e “usare un provvedimento governativo all’ultimo momento per tentare vanamente di ridurre le adesioni allo sciopero sarebbe un’operazione strumentale”.

Fracassi: così si impoverisce la scuola

Per Fracassi, “la riforma dei tecnici attraverso tagli pesanti a discipline fondamentali, sia di cultura generale che professionalizzanti, comporterà un drastico ridimensionamento del monte ore e un impoverimento generale dell’offerta formativa, oltre che il rischio concreto di tagli agli organici e aumento del sovrannumero tra il personale docente e Ata”.

La riforma dell’istruzione tecnica va infatti inserita nel disegno con il quale questo governo sta di fatto cambiando la scuola italiana: dopo la filiera tecnologico-professionale, il liceo del made in Italy e il liceo in quattro anni, tocca ora agli istituti tecnici. E stavolta non si tratta di una sperimentazione, ma di una riforma ordinamentale.

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Le discipline penalizzate

Molto interessante, da questo punto di vista, scendere nel dettaglio dei tagli. Nell’area generale (cioè quella seguita da tutti gli studenti, a prescindere dagli indirizzi scelti) ci sarà la riduzione complessiva di 132 ore rispetto al modello precedente, la sottrazione di 33 ore di lingua italiana e di ben 132 ore di scienze integrate. Nella parte flessibile del curricolo nell’arco del quinquennio si sottraggono ben 561 ore dalle discipline di base che caratterizzano l’indirizzo per destinarle alla quota di curricolo a disposizione della scuola.

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A questa riduzione, inoltre, va aggiunta, anche la sottrazione di altre 66 ore di discipline dal curricolo del V anno che viene ridotto a 990 ore a fronte delle 1056 ore complessive del modello precedente. Complessivamente, dunque, la quota orario spettante alle singole discipline subisce nel quinquennio una riduzione pari a 627 ore.

Tra le discipline più penalizzate rientrano, nel settore economico geografia e le lingue straniere. Nel settore tecnologico perdono ore, tra le altre, le scienze sperimentali con una riduzione di 231 ore e tecnologia e tecniche di rappresentazione grafica che vengono in pratica dimezzate.

In entrambi i settori (economico e tecnologico) perdono ore le discipline tecniche, quelle più caratterizzanti e professionalizzanti, oltre alle scienze e a complementi di matematica, contraddicendo la finalità solo retorica che parla di diffusione delle discipline Stem.

Tutto per le imprese

Non solo: è prevista una quota oraria di flessibilità maggiore che la scuola potrà utilizzare per aderire, sta scritto proprio così nel decreto, alle “esigenze formative delle imprese”.

La curvatura ideologica è chiara: “Si tratta di una scelta politica precisa – attacca Fracassi -: subordinare l’istruzione alle esigenze delle imprese, indebolendo il valore nazionale del titolo di studio e accentuando le disuguaglianze territoriali, con un intervento che svuota il ruolo della scuola come presidio costituzionale di formazione critica e libera e la riduce a strumento funzionale alle esigenze produttive locali”.

Il governo va avanti

Nonostante le numerose critiche piovute su questa riforma, insieme con i rilievi critici del Cspi, il governo intende andare avanti. Alle richieste di modifica avanzate da più parti l’amministrazione ha fornito risposte insufficienti, prive di una visione complessiva e limitate solo al primo anno di applicazione della riforma, per il quale si assicura che non ci saranno riduzioni in organico. Ma poi?

Nessuna preoccupazione poi, da parte del ministro, per il fatto che la riforma è arrivata a iscrizioni chiuse: ragazze e ragazzi hanno scelto cioè una scuola che sarà molto diversa da quella che realmente troveranno a settembre.

“Le misure correttive prospettate non affrontano le criticità strutturali e non garantiscono alcuna tutela per gli anni successivi. Per queste ragioni – conclude Fracassi - chiediamo con forza il ritiro immediato del provvedimento o, in subordine, il suo rinvio, per aprire un confronto vero, partecipato e trasparente sul futuro dell’istruzione tecnica nel nostro Paese”.

Quello che colpisce infine è la contraddizione tra le parole del ministro che dichiara il sacrosanto obiettivo di dare valore all’istruzione tecnica - spingendosi fino a dichiarare che tutti gli indirizzi dovranno chiamarsi “licei” - alle scelte concrete che invece la spostano verso un’idea di scuola deprivata qualitativamente e quantitativamente e considerata di fatto come avviamento al lavoro. Magari dequalificato anch’esso.