La crisi abitativa torna al centro del dibattito pubblico. O almeno così parrebbe dagli annunci del Governo Meloni, che a quattro anni dalla promessa di 100 mila nuovi alloggi a prezzi calmierati ha presentato un piano, il tanto sbandierato piano casa. Un provvedimento che sembra truccato nei numeri e nelle intenzioni.

Nel decreto legge “Disposizioni urgenti per il piano casa” si dichiara di voler valorizzare gli interventi di edilizia residenziale pubblica e sociale, incrementare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili e sostenere gli assegnatari in condizione di morosità incolpevole. Dalla lettura del provvedimento, però, non emerge nessuna misura concreta in grado di realizzare questi obiettivi, né una risposta adeguata all’emergenza abitativa.

Giudizio critico

“Il primo giudizio è nettamente critico”, commenta la segretaria confederale Cgil Daniela Barbaresi: “Il piano è tardivo, inadeguato e orientato al mercato privato, incapace di rispondere alla reale entità della crisi abitativa italiana”.

Il decreto si articola su tre pilastri: il recupero di 60 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica inutilizzabili, la promozione del social housing tramite un fondo della società di gestione del risparmio del ministero dell’Economia Invimit Sgr, la semplificazione burocratica per attrarre investimenti privati.

“Solleviamo riserve su tutti e tre i fronti”, prosegue Barbaresi: “I tempi di recupero degli alloggi pubblici sono irrealistici; il social housing rischia di replicare i limiti dei fondi integrati già sperimentati dal 2009, intercettando solo le fasce meno vulnerabili; le semplificazioni per i privati, senza un’adeguata regia pubblica, espongono il sistema a derive speculative”.

Dai numeri ballerini alla beffa

Gli aspetti critici sono tanti. Partiamo dalla promessa di riqualificare 60 mila alloggi pubblici sfitti entro dodici mesi, che non trova riscontro nei dati effettivi: secondo i calcoli del Sunia, il finanziamento previsto, pari a 970 milioni di euro, è distribuito su quattro anni ed è sufficiente a rendere abitabili meno di 35 mila alloggi. Quindi la metà di quelli previsti.

“Sull’edilizia residenziale pubblica sembra quasi che gli enti gestori di questo patrimonio debbano anticipare la spesa”, fa notare il segretario generale Fillea Cgil Antonio Di Franco: “Se così fosse siamo in presenza dell’ennesima beffa che non darà risposte a un’emergenza nazionale. La casa è un motore economico e sociale capace di rispondere al disagio abitativo, alla mancanza di alloggi per studenti, alla carenza di manodopera laddove c’è domanda. Infine, rappresenta una risposta alle tante crisi industriali del sistema manifatturiero del Paese”.

Continua Di Franco: “Tanti titoli in questo decreto, poca sostanza e confusione rispetto alle procedure e ai livelli di governance. Il governo non si assume la responsabilità di risolvere il problema casa, ma decide di scaricarlo, per certi versi regalarlo, alla gestione dei privati. Questo rischia di generare in questa fase delicata per l’edilizia spirali speculative pericolose, che pagheranno le imprese e, di conseguenza, i diritti, la salute e la sicurezza dei lavoratori”.

Dismissione del patrimonio pubblico

I numeri del disagio abitativo sono noti: 350 mila famiglie aspettano l’assegnazione di un alloggio popolare perché non riescono a sostenere un affitto di mercato. L’Italia si colloca tra i Paesi europei con la più bassa dotazione di edilizia pubblica e sociale, meno del 3 per cento del totale, con circa 100 mila appartamenti vuoti, ancora in attesa di risorse per la riqualificazione e la riassegnazione.

L’articolo 5 del decreto prevede un piano di alienazione degli alloggi pubblici di proprietà dei Comuni e degli ex Iacp, destinando i proventi alla riduzione del debito pubblico. Si tratta quindi di un decreto che punta a fare cassa attraverso la vendita del patrimonio pubblico, presentato come un grande “piano casa”, ma destinato a peggiorare le condizioni sociali delle famiglie.

“Il provvedimento si configura come un piano di dismissione del patrimonio pubblico finalizzato a fare cassa e sostenere il mercato immobiliare, più che a dare una risposta al disagio abitativo”, rincara il segretario generale Sunia (il sindacato Cgil degli inquilini) Stefano Chiappelli: “Un’operazione che assume sempre più i contorni della propaganda elettorale, fondata su proposte illusorie e prive di efficacia strutturale”.

Prosegue Chiappelli: “Ancora una volta Regioni e Comuni vengono lasciati soli a fronteggiare una domanda crescente di alloggi in affitto a canone sociale. Invece di rafforzare e riqualificare il patrimonio pubblico, condizione indispensabile per rispondere ai nuovi bisogni sociali ed economici, si procede alla sua dismissione, riducendo ulteriormente l’offerta di edilizia sociale e negando di fatto il diritto alla casa a famiglie, giovani, studenti e lavoratori fuori sede”.

Casa, affare per ricchi

Comprare casa ormai è diventato un affare per ricchi. Secondo gli ultimi dati rilevati da Immobiliare.it, in un solo anno si sono registrati rincari del 4,2 per cento del prezzo medio al metro quadro: nel mese di aprile ha raggiunto i 2.188 euro, dodici mesi prima era a 2.099 euro.

Nel frattempo gli affitti sono schizzati alle stelle. In otto anni i canoni sono passati da 9,50 a 14,45 euro al metro quadro, facendo registrare un aumento del 52 per cento. Per afferrare la portata di questi numeri, basta un esempio: per un appartamento di 70 metri quadrati nel 2018 si spendevano 665 euro al mese, oggi bisogna sborsarne oltre mille.

E il sostegno all’affitto? 

“Si segnalano – conclude Barbaresi – anche l'assenza di stanziamenti per il fondo di sostegno all'affitto, azzerato dalla prima legge di bilancio del Governo Meloni, e il rischio concreto che l’accelerazione delle procedure di sfratto, approvata contestualmente in uno specifico disegno di legge, colpisca famiglie già in grave difficoltà economica, prive di qualsiasi rete di protezione. Manca infine una strategia organica con destinatari definiti, tempi certi e obiettivi misurabili, oltre a qualsiasi riconoscimento del diritto all’abitare come prestazione esigibile”.