Hannah Natanson appartiene a quella razza quasi clandestina di giornalisti che invece di lucidare il potere gli aprono il cofano. Ha vinto il Pulitzer raccontando il progetto politico che ruota attorno all’universo trumpiano e alla teologia aziendalista di Elon Musk.

Nel suo lavoro emerge il laboratorio americano della nuova destra tecnocratica. Il progetto Doge, celebrato come cura dimagrante per la macchina pubblica, diventa una gigantesca motosega amministrativa. Agenzie federali svuotate, personale tagliato via mail, competenze eliminate come vecchi mobili da ufficio.

Natanson ha fatto una cosa imperdonabile: raccontare il meccanismo mentre era in corso. Così sono arrivate intimidazioni, tribunali, perfino una perquisizione dell’Fbi. Scene da film sudamericano anni Settanta, soltanto con più touchscreen e meno sigari. La vecchia censura portava l’elmetto. Ora entra con il badge aziendale e parla il linguaggio motivazionale dei manager di LinkedIn.

Ed è qui che la vicenda diventa enorme. Perché mentre il potere tentava di schiacciare quella cronista, il giornalismo americano la premiava con il massimo riconoscimento possibile. Il Pulitzer assegnato proprio al servizio pubblico. Una risposta quasi feroce a un’epoca in cui troppi cronisti scambiano l’equidistanza per eleganza intellettuale.

Quando una cronista fa più paura di un oligarca armato di algoritmi, allora vuol dire che la stampa ha ancora una funzione vitale. Ed è forse l’ultima cattiva notizia rimasta per chi sogna cittadini muti, dipendenti ricattabili e Stati ridotti a piattaforme in abbonamento.