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“Questo stabilimento ha una data di scadenza però noi continuiamo a produrre e loro a fare utili sulla nostra pelle, come se nulla fosse”: Stefano è uno dei giovani operai e interviene per primo all’assemblea dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche della Bekaert. Poche parole in un misto di rabbia e frustrazione, in una sala strapiena che ha appena incassato le ultime, pessime notizie, sull’incontro al ministero di qualche giorno fa. La Bekaert chiude la fabbrica che per 53 anni ha prodotto a Macchiareddu cordicelle in acciaio per pneumatici. L’ha messa in vendita, tempo massimo per concludere l’affare e voltare le spalle a 280 lavoratori e lavoratrici, il 30 settembre. Lo conferma il responsabile dello steel cord Bekaert in Europa Dirk Moyson ai sindacati e ai funzionari del ministero, Urso nemmeno c’è.
Nell’abisso tra la freddezza con cui Moyson brucia il futuro di un’intera comunità e il calore delle facce tese nella sala a Macchiareddu, c’è la storia dell’industria in Sardegna negli ultimi trent’anni. Le multinazionali che hanno sfruttato e poi se ne sono andate. Decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza, spesso ammantate da finte crisi e bilanci in perdita, sempre per ragioni di profitto, sempre scaraventate addosso a chi ha lavorato e concorso a realizzare quei profitti. Sui bilanci inciampa pure Moyson al ministero: dice che dal 2023 si produce in perdita per poi scusarsi per l’errore sbugiardato dai sindacati. Non c’è alcun rosso in bilancio.
Un’altra storia è possibile
Eppure, un’altra storia è possibile. E vuole ripartire dall’assemblea Bekaert che rifiuta di farsi chiudere i cancelli in faccia. Fiom, Fsm e Uilm lo hanno detto al tavolo ministeriale: le commesse ci sono e la scelta di chiudere in Italia risponde a logiche che nulla hanno a che fare con la crisi sbandierata. Non c’entrano nemmeno i costi di energia e trasporto ormai risolti. Davanti alle proposte di un ulteriore pacchetto di agevolazioni avanzate dalla Regione, la Bekaert si è tirata indietro, confermando che comunque lo stabilimento non ha futuro. E si è tirato indietro pure il Governo, che nello stesso tavolo ha sposato la linea della reindustrializzazione, con le ipotesi ancora fumose di nuove attività produttive fuori dal perimetro dello steel cord.
Bekaert ha minato dal principio la buona riuscita della vendita affidandola alla Sernet con il sostanziale veto di escludere possibili competitor cinesi. Il risultato è che sembra siano al vaglio sei proposte, nessuna per continuare a produrre ciò che si fa lì da mezzo secolo e, soprattutto, si continuerà fare altrove. In discussione ci sarebbero altri orizzonti, dal riciclo di plastiche alla produzione di pannelli fotovoltaici. Ma i tempi e i piani industriali sono tutti da scrivere, mentre la multinazionale avverte che dopo il 30 settembre la fabbrica smetterà di esistere. Intanto, facendo finta che non servano più, giorno dopo giorno sfoltirà le produzioni per trasferirle altrove, e cercherà di convincere i lavoratori e le lavoratrici a mollare in cambio di una buonuscita, per alleggerire il pacchetto in vendita.
L’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici invece, ha detto che così non si può fare. Per Fiom, Fsm e Uilm c’e un nodo centrale: se Bekaert dovesse davvero scomparire da Macchiareddu non potrà farlo spegnendo le produzioni e prima che le nuove attività si concretizzino. A domanda diretta il responsabile della multinazionale non ha saputo o voluto rispondere. Tutto è rimandato a un nuovo incontro il 25 giugno.
Nel frattempo, la lotta contro lo strapotere delle multinazionali continua, è una lotta impari che non potrà spegnersi perché sta dalla parte giusta. Ma il Governo, il Ministero, da che parte stanno?
























