Se pensavate che il decreto Primo Maggio fosse un provvedimento dedicato ai rider e al contrasto del caporalato digitale, oltre ad altri temi in materia di lavoro, state certi che non è così. Emanato dal Governo Meloni in occasione della festa dei lavoratori e prontamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 aprile scorso, contiene alcune novità, poche e frammentate, la cui reale portata è davvero relativa.

Trasposizione parziale

“Per prima cosa, la trasposizione della direttiva europea sul lavoro su piattaforma (la 2024/2831, ndr) deve realizzarsi attraverso un percorso complesso di confronto con le parti sociali: questo prevede la normativa comunitaria, ma da noi non è accaduto – afferma Nicola Marongiu, responsabile area contrattazione, politiche industriali e del lavoro della Cgil -. Il decreto non prevede la trasposizione completa della direttiva, cosa che dovrebbe accadere, ma solo di un aspetto, e cioè presunzione legale di subordinazione”.

Si tratta di un criterio introdotto dall’articolo 5 della normativa europea: quando sussistono indici di organizzazione, direzione, controllo, valutazione, limitazione dell’accesso al lavoro o determinazione unilaterale del compenso, nello svolgimento di attività anche attraverso piattaforma o uso di algoritmo, che fanno intendere che quel rapporto di lavoro non ha un carattere di autonomia genuina, si presume che si sia in presenza di un rapporto di natura subordinata.

Conforme ma insufficiente

“Il contenuto del decreto appare abbastanza conforme all’articolo della direttiva ma è insufficiente – prosegue Marongiu -, proprio per l’assenza della procedura iniziale e della possibilità, per come è formulato il provvedimento, di riunificare i giudizi pendenti su questa tematica. Mi spiego meglio. La direttiva prevede che si possa estendere in sede amministrativa o giudiziale erga omnes, ovvero ai lavoratori di una determinata piattaforma, la corretta qualificazione occupazionale, con una procedura che riunifica tutti i procedimenti in corso, cioè i ricorsi dei lavoratori, le indagini dei magistrati, e così via. Nel decreto manca questa possibilità”.

Un’arma spuntata

Si tratta di un’arma spuntata, che però consentirà al governo di sostenere di aver applicato la direttiva, senza averlo realmente fatto. In questo modo si introducono percorsi parziali che non porteranno a centrare gli obiettivi indicati dalla normativa europea, senza contare che il recepimento dovrebbe poter “dialogare” con tutti gli altri dispositivi legislativi italiani già presenti in materia, cosa che gli articoli del decreto non fanno.

Mance senza sconto

Il decreto prevede qualcosa sull’informazione, le comunicazioni obbligatorie, la salute e sicurezza ma sul tema centrale, e cioè su che tipo di lavoratori sono i rider, introduce una disciplina che non è destinata a incidere e cambiare la situazione attuale. E contiene un paradosso: uno sconto fiscale sulle mance digitali riconosciute ai ciclofattorini che però vale solo per i lavoratori subordinati delle piattaforme di food delivery, quindi solo per i dipendenti di Just Eat, ma non per tutti gli altri che pedalano per Glovo e Deliveroo.

Mentre invece sono saltate le norme sul caporalato digitale, l’intermediazione illecita del lavoro tramite account e gli indici di sfruttamento.

Istruttorie Antitrust

Intanto, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato due istruttorie formali per possibili condotte illecite nei confronti di alcune società del gruppo Glovo e di Deliveroo: nelle comunicazioni rivolte ai consumatori, in particolare nel codice etico e nelle sezioni “chi siamo” dei rispettivi siti, avrebbero presentato un’immagine aziendale fondata sul rispetto di standard etici e di responsabilità sociale.

Immagine che non corrisponderebbe al vero, per le condizioni di lavoro e per il rispetto della legalità nella gestione dei rider, con riferimento anche al modello operativo e all'algoritmo usato dalle piattaforme.

Insomma, dopo le indagini della procura di Milano che hanno portato all’amministrazione controllata dei due colossi con l’accusa di sfruttamento dei lavoratori e caporalato, e dopo le numerose cause e sentenze ottenute da lavoratori e sindacati, adesso ci prova anche l’Antitrust a far rispettare le regole.

Dalla mobilitazione al riconoscimento

“La recente mobilitazione promossa dalla Cgil per il riconoscimento dei diritti dei rider, insieme alle inchieste e alle azioni legali portate avanti in questi anni – afferma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini - è in stretta connessione con le indagini della magistratura di Milano e, oggi, anche con l’istruttoria avviata dal Garante della concorrenza. Basta sfruttamento: i rider sono lavoratori dipendenti a cui va riconosciuta l’applicazione integrale del contratto nazionale di riferimento firmato dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.

“Il confronto con le parti datoriali non può che partire da questa determinazione – conclude Landini -: il pieno riconoscimento del salario e delle tutele, diritto imprescindibile per tutti i lavoratori di questo Paese”.