Secondo il nono Rapporto sul Benessere equo e sostenibile presentato dall’Istat, i due anni di pandemia hanno portato con sé un aumento delle diseguaglianze e dei divari. Tra Nord e Sud, tra uomini e donne, tra giovani e anziani. E anche il confronto con il resto dell’Europa non va meglio. Se mettiamo sotto la lente di osservazione salute, lavoro e condizione economica si scopre che il benessere della popolazione italiana è diminuito.

La salute

Nel 2021 l’Italia è tra i paesi con il maggior numero di morti per abitanti 1.236 decessi per 100mila abitanti rispetto a una media europea di 1.161 decessi. Nel corso degli ultimi 24 mesi si è abbassata anche la speranza di vita alla nascita. Nel 2019 era di 83,2 anni, nel 2020 era di 82,1, nel 2021 era di 82,4.

La regione/provincia autonoma con il valore migliore è Trento con 83,7 anni. Il primato negativo spetta alla Campania con un’aspettativa di vita che si attesta a 80,6 anni. Altro dato che sconcerta: nel 2021 si osserva un peggioramento nelle condizioni di benessere mentale tra i ragazzi di 14-19 anni. Aumenta, infatti, la percentuale di adolescenti in cattive condizioni di salute mentale che passa dal 13,8% nel 2019 al 20,9% nel 2021. Infine, continua a crescere la percentuale di persone che ha dovuto rinunciare a visite specialistiche o esami diagnostici di cui avevano bisogno, per problemi economici o legati alle difficoltà di accesso al servizio. Nel 2019 era il 6,3%, nel 2021 la percentuale è salita fino ad arrivare all’11%. Il 53,3% di chi rinuncia riferisce motivazioni legate alla pandemia da Covid-19.

Il lavoro

Alle soglie della crisi pandemica, il mercato del lavoro in Italia si presentava debole, con un recupero, rispetto al 2008, molto contenuto e una distanza più ampia con tutti i maggiori Paesi europei: -10 punti nel 2019. La pandemia ha comportato un peggioramento dei livelli occupazionali del nostro Paese e un ulteriore aumento della distanza con la media Ue27. Nel secondo trimestre del 2020 il tasso di occupazione tra i 20-64 anni ha un brusco calo: in Europa -1,9% rispetto al trimestre precedente; in Italia si arriva a -3%-

La Ue-27 torna ai livelli occupazionali pre-pandemia. Nel secondo trimestre 2021, mentre in Italia ciò avviene nel quarto trimestre. Lo svantaggio tra Italia e media Ue-27, già massimo rispetto a tutti i Paesi prima della pandemia, si amplifica ulteriormente passando da -9 punti percentuali nel quarto trimestre 2019 a -11 punti nella prima metà del 2021. Nel 2020 le donne e i giovani pagano il prezzo maggiore in termini di occupazione

Nel 2021 l’occupazione torna a crescere, recuperando però solo parzialmente le ingenti perdite subite a causa dell’emergenza sanitaria. Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni sale al 62,7% (+0,8 punti percentuali), ma resta ancora al di sotto del livello pre-pandemico. La dinamica mostra tuttavia un progressivo miglioramento nel corso dell’anno e nel quarto trimestre 2021 il tasso di occupazione torna superiore a quello del 2019 (+0,4 punti). Ma la maggior parte dei posti di lavoro è a tempo determinato. Nel 2021, l’11,3% degli occupati ha un part-time involontario, quota che arriva al 17,9% tra le donne (rispetto al 6,5% tra gli uomini).

Prosegue il ricorso al lavoro da casa come strumento per continuare le attività produttive contenendo i rischi per la salute pubblica. La quota di occupati che hanno lavorato da casa almeno un giorno a settimana, che era pari al 4,8% nel 2019, passa dal 13,8% nel 2020, al 14,8% nel 2021. Da casa lavorano soprattutto le donne, il 17,3% rispetto al 13% degli uomini.

Il benessere economico

Nel 2021, il reddito disponibile delle famiglie e il potere d’acquisto hanno segnato una ripresa, pur restando al di sotto dei livelli precedenti la crisi. La crescita sostenuta dei consumi finali ha generato una flessione della propensione al risparmio che, tuttavia, non è tornata ai valori pre-pandemia. Chissà cosa racconterà il rapporto del 2022 che dovrà registrare gli effetti di guerra, caro energia, inflazione.

Nel 2021, pur in uno scenario economico mutato, la povertà assoluta si mantiene stabile rispetto all’incremento del 2020, riguardando più di cinque milioni 500mila individui (9,4%). Il Nord recupera parzialmente il forte incremento nella povertà assoluta osservato nel primo anno di pandemia, anche se non torna ai livelli osservati nel 2019 (6,8%, 9,3% e 8,2% rispettivamente nel 2019, 2020 e 2021).

Nel Mezzogiorno, invece, le persone povere sono in crescita di quasi 196mila unità e si confermano incidenze di povertà più elevate e in aumento, arrivando al 12,1% per gli individui (era l’11,1% nel 2020).

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