È da sperare che l'analisi di Archibugi, Pennacchi e Reviglio ispiri nei prossimi mesi l'azione della Cgil nelle sedi in cui si dovrà discutere di come ricostruire il Paese. Con grande chiarezza, infatti, gli autori riescono ad evidenziare i punti critici da tenere sempre presenti. Il primo è la necessità di un progetto, che può essere elaborato solo dalle istituzioni pubbliche, dallo Stato. E correttamente si parla dello Stato “in tutte le sue accezioni”, ad evitare che la confusione generata dai comportamenti di alcune Regioni ispiri un ritorno alla vecchia centralizzazione di cui non si sente proprio il bisogno.

Il secondo è la proposta di una struttura centrale di progettazione. In questi giorni si parla molto del modello Iri, in genere per sottolinearne l'improponibilità attuale. E sicuramente non si vedono oggi, nella struttura pubblica, figure e culture di quel livello. Ma proprio perché non ci sono dobbiamo proporci di crearle. Si dovrà proporre alle nuove generazioni un progetto in grado di coinvolgerle ed entusiasmarle, come sono in grado di fare le imprese più innovative. Composto di tanti progetti “per missioni”, come ha giustamente evidenziato Roventini: se la missione è chiara e la visione illuminata, si troveranno persone di grande valore disposte a condividerle. Per questo l'intervento dello Stato non può essere di breve periodo, ma deve mirare alla costruzione di una “cultura del pubblico” analoga a quella che si può trovare, ad esempio, in Francia. Dove lo Stato, indipendentemente dalle maggioranze di governo, fa apertamente politica industriale: si veda, in questi giorni, il caso del settore auto.

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Oltre la crisi progettiamo il futuro

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Hanno ragione, a mio avviso, Filippetti e Savona a chiedere di non limitarsi a costituire un "pensatoio", ma perseguire un innalzamento generale della capacità gestionale della pubblica amministrazione. Passare da interventi di sostegno temporaneo ad investimenti, per creare lavoro. Questo è il messaggio principale degli autori. E gli investimenti trainanti possono essere solo quelli pubblici. Per questo è indispensabile trasformare la Pa, per restituire a chi ci lavora l'orgoglio di essere parte di un progetto generale di alto livello. Per esperienza personale voglio citare il caso della riorganizzazione che sarebbe possibile se si avviasse un vero progetto nazionale di informatizzazione (oggi si preferisce il termine digitalizzazione). Da sempre si è scelto di lasciare ogni singola struttura a confrontarsi con questi temi. Alcune hanno ottenuto risultati di eccellenza, ma la stragrande maggioranza ha sistemi informativi modesti e, soprattutto, chiusi.

Il collegamento tra le grandi basi di dati delle pubbliche amministrazioni rimane un miraggio, nonostante se ne parli da più di trent'anni. Di conseguenza l'indispensabile sburocratizzazione è al di là da venire. Anche l'emergenza coronavirus ha evidenziato la disomogeneità di trattamento dei dati tra le diverse realtà. Ma è su tutto il tema dei dati sanitari che sarebbe necessario un progetto nazionale che guidi – con mano ferma - le Regioni nella costruzione di un sistema informativo sanitario omogeneo. Lasciate a se tesse, le amministrazioni locali tendono a sviluppare una cultura della concorrenza inutile. Chiamate a partecipare ad un progetto più ampio, possono invece offrire idee e competenze preziose. Si potrebbe così rivalorizzare il ruolo delle aziende pubbliche regionali, che per troppo tempo sono state considerate – anche dai governi di centrosinistra – un residuo statalista da superare in nome del mercato. È confortante che nel documento si parli di “utilizzare al meglio le imprese a partecipazione pubblica". L'ultimo punto che ritengo importante nell'analisi è la riproposizione del tema della democrazia economica. La partecipazione dei lavoratori alla definizione e al controllo degli obiettivi del proprio lavoro è un elemento essenziale per una riprogettazione così ampia e ambiziosa.

Monica Rovaris è esperta di industria e innovazioni