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Lavoro nero

Una zavorra per il Paese

Foto: Daiano Cristini/Sintesi Italy
Nicola Marongiu
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Nell'ambito dell'economia non osservata ha un forte rilievo la componente generata mediante l'utilizzo di lavoro irregolare: 3 milioni e mezzo di uomini e donne senza diritti, tutele, contributi

Nel Rapporto presentato dall'Istat sull'economia non osservata assume particolare evidenza il calo che si è determinato nel periodo 2016-2019, prima dell’emergenza Covid.

Correttamente l’Istituto di statistica rileva le tendenze in atto nell’ambito di un periodo definito, ma la riduzione che si è realizzata deve comunque farci guardare alla dimensione complessiva del fenomeno che costituisce un tarlo per la economia del nostro Paese e per la stessa sostenibilità dei nostri sistemi di protezione sociale.

Nell’ambito della economia non osservata assume particolare rilievo la componente generata mediante l’utilizzo di lavoro irregolare. L'Istat rileva che sono 3 milioni 586 mila le unità di lavoro irregolari nel 2019 con un calo del 1,6% rispetto al 2018, articolato in un -2,4% per la componente dipendente e in un +0,7% per la componente indipendente. Oltre 76 miliardi di euro è il valore dell’economia sommersa da lavoro irregolare con una incidenza sul prodotto interno lordo (Pil) del 4,3%, mentre la incidenza complessiva della economia sommersa si attesta sul 10,2%. Occorre evidenziare che la componente da lavoro irregolare risulta in crescita, passando dal 37,5% al 37,9%.

Già da questi dati, in termini aggregati, si può trarre qualche considerazione legata alla insostenibilità economica e sociale della dimensione della economia non osservata e della componente di lavoro irregolare. Economica perché siamo davanti alla sottrazione di risorse dal bilancio pubblico, sociale perché oltre al tema della elusione contributiva e di qualsiasi obbligo assicurativo la dimensione del lavoro non regolato si riflette complessivamente sulla società. Sottrae al lavoro diritti e tutele, crea sfruttamento, separa forzatamente il lavoro dalle finalità della inclusione e della partecipazione agli obiettivi più complessivi della società.

Nella valutazione relativa all’incidenza per settori economici, l'Istat afferma che la diffusione del sommerso economico “risulta fortemente legata al tipo di mercato di riferimento piuttosto che alla tipologia di bene/servizio prodotto”. Detto in altri termini non è la caratteristica del processo di produzione, di un bene o di un servizio, quanto le modalità attraverso le quali si realizza lo scambio dei prodotti e dei servizi ad avere riferimento nel sommerso economico e nel lavoro irregolare.

I settori dove è più alta l’incidenza del sommerso economico sono i servizi alla persona, per il 35,5% del valore aggiunto totale, il commercio-trasporti-ristorazione per il 21,9% e, le costruzioni per il 20,6% e l’agricoltura per il 17,3%. Per ciò che attiene invece alla componente del lavoro irregolare, sempre nei servizi alla persona questa pesa per il 23,2% del valore aggiunto totale per la rilevanza che assume l’incidenza del lavoro domestico. Il fenomeno è invece limitato nell’industria in senso stretto, con un peso compreso tra l’1% e il 2,8%, mentre come prima evidenziato è rilevante nel settore primario per il peso dell’agricoltura.

Con tutta evidenza, tale considerazione è presente anche nel Rapporto Istat, il ricorso al lavoro non regolare da parte di imprese e famiglie è una caratteristica purtroppo strutturale della economia italiana. I numeri sono impressionanti: oltre 3 milioni e 500 mila le unità di lavoro a tempo pieno, con una maggiore incidenza tra i dipendenti, che assommano a 2 milioni e 583 mila unità. Per il complesso della economia non osservata, il Rapporto 2016-2019 registra un andamento in calo riferibile comunque a decimali tali da non intaccare la macroscopicità del dato complessivo.

Sulla incidenza del lavoro irregolare per settori economici sono sempre i servizi alla persona quelli a far registrare il dato più eclatante: il tasso di irregolarità è del 46,4% nei servizi alla persona, del 18,8% in agricoltura, del 16,3% nelle costruzioni, nel 15,3% nel settore del commercio e ristorazione con un dato complessivo del 14,9% di tasso di irregolarità - sempre riferito alle UL - sul totale.

Alcune brevissime considerazioni: da un lato trova conferma la stretta relazione tra la cosiddetta economia non osservata e il ricorso al lavoro irregolare. È evidente che ogni strategia di contrasto deve basarsi sulla integrazione e sul coordinamento delle politiche e delle azioni. Dall’altro una tale dimensione del lavoro irregolare interroga sulla efficacia delle politiche di prevenzione e delle azioni di contrasto. Se il punto debole, o più debole, come è stato evidenziato, è quello del cosiddetto scambio, della modalità di scambio di prodotti e servizi, occorre agire su un complesso di fattori: sulla riattivazione di una funzione di collocamento larga ed estesa ai diversi settori economici, su una precisa e corrente verifica delle congruità anche nel caso di affidamenti tra soggetti privati, sulla informazione, sulla facilitazione nell’accesso alle prestazioni sociali smontando la tesi che il lavoro irregolare ha spazi di “convenienza” anche per chi lavora, nel caso dei servizi alla persona intervenendo per esempio anche sulla leva fiscale sul rafforzamento della detraibilità dei costi, sul rafforzamento delle attività ispettive e di controllo specie in alcuni settori, con la previsione di strumenti per la emersione del lavoro irregolare.

Lo spazio c’è, del resto: tra le azioni previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza c’è quella di un piano per il contrasto al lavoro sommerso. Condivisibile per diversi aspetti ma con una temporalità, il 2024, non coerente con l’urgenza conseguente dall'entità dei problemi presenti.

Nicola Marongiu, Coordinatore dell'Area mercato del lavoro Cgil