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L'allarme

Poveri lavoratori

Foto: Agenzia Sintesi
Roberta Lisi
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La pandemia ha acuito l'indigenza. Il dato è noto a tutti, dall'Istat alla Caritas fino ad arrivare al Censis passando per Banca d'Italia, ma nella Legge di Bilancio quasi nulla si fa per sostenere chi non arriva a fine mese

Contare quanti siano quelli diventati poveri a causa della pandemia, al momento non è semplice, ma qualche indicazione in più arriva dall’ultimo rapporto del Censis presentato lo scorso 4 dicembre. L’Istituto fondato da Giuseppe De Rita sottolinea che da marzo a settembre ci sono 582.485 persone in più che vivono in famiglie che percepiscono il Reddito di cittadinanza, mentre sono quasi 700mila i beneficiari del Reddito di emergenza, la misura attivata proprio per fronteggiare l’impoverimento da coronavirus. Ancora, sempre l’Istituto di via di Novella, sostiene che vi siano 5 milioni di scomparsi, sono quelli dei lavoretti nei servizi e del lavoro nero, che “hanno finito per inabissarsi senza fare rumore”. E non finisce qui: “Rispetto all’anno scorso, nel terzo trimestre del 2020 sono già 457.000 i posti di lavoro persi da giovani e donne, il 76% del totale dell’occupazione andata in fumo (605.000 posti di lavoro). E sono 654.000 i lavoratori indipendenti o con contratto a tempo determinato senza più un impiego”. Dati simili a quelli diffusi nei giorni scorsi dalla Fondazione Di Vittorio. Il nesso quindi tra lavoro e sicurezza, ancora una volta viene sottolineato, e non basta l’”economia dei bonus".

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Creare lavoro di qualità, è quindi la strada per contrastare la povertà. Occorrono investimenti e ben utilizzare i fondi in arrivo dall’Europa ma, nel frattempo, servono strumenti di sostegno al reddito. La Legge di Bilancio, pur finanziando il Fondo per il Reddito di Cittadinanza, non ne aumenta gli stanziamenti in maniera sufficiente. Soprattutto, secondo la Cgil, le risorse stanziate non sono sufficienti a coprire in maniera congrua tutte le persone che hanno bisogno di un sostegno economico. E poi, sottolineano da Corso Italia, non è stata accolta nessuna delle otto proposte presentate al governo dall’Alleanza contro la povertà di cui la Cgil fa parte: modifica della scala di equivalenza e dei requisiti di residenza, allentamento temporaneo dei criteri economici e patrimoniali di accesso, estensione dell’uso dell’Isee corrente. Una questione, inoltre, per nulla prevista dal testo all’attenzione del Parlamento ma assolutamente fondamentale, è il rafforzamento della rete dei servizi sociali per la presa in carico di quanti si trovino in condizione di disagio economico o a rischio povertà. Il Reddito di cittadinanza, senza la presa in carico rischia di essere depotenziato.

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Ed allora torna il tema dell’adeguatezza dello strumento nato con un’ambiguità di fondo che si trascina dietro e lo rende meno efficace ed efficiente: strumento – appunto – di contrasto alla povertà o di politiche attive del lavoro? Probabilmente è arrivato il momento di sciogliere questo nodo, distinguere le due questioni. Bisogna affrontare la povertà in tutte le sue concause, sostenendo il reddito e accompagnando il percorso di uscita dal bisogno non solo economico, da un lato. Dall’altro, promuovere politiche attive del lavoro degne di questo nome. Quale occasione migliore della tanto annunciata riforma degli ammortizzatori sociali?