Alla fine di novembre 2025 le carceri italiane contavano 63.868 persone detenute, quasi duemila in più rispetto a dodici mesi prima. A fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti, in ulteriore calo, il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 138,5 per cento. In 72 istituti si supera il 150 per cento, con punte oltre il 200. È il bilancio di fine anno di Antigone a restituire l’immagine di un sistema penitenziario ormai fuori controllo.

Degrado dietro le sbarre

I numeri raccontano condizioni materiali sempre più degradate. Nel 42,9 per cento delle carceri visitate non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona. Oltre la metà degli istituti ha celle prive di doccia, mentre nel 45,1 per cento mancano acqua calda o condizioni igieniche adeguate. A tutto questo si aggiungono carenze strutturali negli spazi per la socialità, la scuola, la formazione e il lavoro, elementi che la Costituzione indica come centrali nel percorso di rieducazione.

Morire di carcere

Il dato più drammatico resta quello delle morti. Nel 2025 sono decedute in carcere 238 persone, di cui 79 per suicidio, secondo il dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti. “Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”, denuncia Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “Il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni, con tensioni crescenti e un silenzio assordante delle istituzioni”.

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Il fallimento del piano carceri

Secondo Antigone l’aumento dei detenuti non è legato a una crescita della criminalità. Nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono diminuiti del 4,8 per cento rispetto all’anno precedente. “A crescere è l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità”, sottolinea l’associazione. Intanto il piano carceri annunciato dal governo Meloni ha prodotto l’effetto opposto a quello promesso, con una perdita netta di posti e un sovraffollamento strutturale che sfiora le 18mila unità mancanti.

Il duro lavoro dietro le sbarre

Grave anche la situazione del personale. In molti istituti mancano direttori a tempo pieno e i rapporti tra detenuti, agenti ed educatori diventano insostenibili. A Regina Coeli si arriva a oltre tre detenuti per agente e quasi cento per educatore. In questo contesto aumentano autolesionismo, tentativi di suicidio e isolamento disciplinare, mentre il disagio psichico viene spesso gestito con un uso massiccio di psicofarmaci.

Antigone: “Servono misure alternative”

Eppure una via d’uscita esiste. Il 38 per cento delle persone detenute ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative. “Non sono una rinuncia alla pena, ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata”, ricorda Antigone, “capace di ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva”. Ignorare questa realtà significa accettare che il carcere resti un luogo di sofferenza inutile, lontano dalla legge fondamentale del Paese.

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