Dopo Glovo, tocca a Deliveroo. Nei confronti della piattaforma di consegne a domicilio la procura di Milano ha ordinato un decreto di controllo giudiziario urgente perché sfrutta i suoi lavoratori.

L’accusa è la stessa ipotizzata per il colosso spagnolo Glovo-Foodinho, per il quale qualche giorno fa il giudice per le indagini preliminari meneghino Roberto Crepaldi ha convalidato il controllo giudiziario e affidato all’amministratore il compito di procedere alla regolarizzazione dei 40 mila rider impiegati in tutta Italia.

Sistema di caporalato

“L’intervento della procura di Milano, con il controllo giudiziario su Glovo e ora su Deliveroo, conferma un sistema di caporalato che denunciamo da anni, sia in tribunale che con inchieste sul territorio – afferma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini –. A questi lavoratori va garantito un salario dignitoso e un orario pieno, attraverso l’applicazione di un contratto nazionale sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative e, laddove sussistano realmente condizioni di lavoro autonomo, parità di tutele, retribuzione e diritti sindacali. Il lavoro su piattaforma non può essere più una zona grigia in cui si negano i diritti di rappresentanza e si ammette lo sfruttamento”.

Condizione di illegalità

“Una condizione di illegalità che è necessario far cessare al più presto”. È con questa motivazione che il pubblico ministero di Milano Paolo Storari ha ordinato il decreto di controllo giudiziario, ha indagato per caporalato l’amministratore unico della società e l’azienda per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti: “Rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità”, agevolando un “pesante sfruttamento lavorativo”.

Secondo l’accusa, i 20 mila rider di Deliveroo lavorano in condizioni di sfruttamento, hanno paghe sotto la soglia di povertà, sono in pratica schiavi costretti a prestare la propria opera sotto ricatto.

Nelle carte del pubblico ministero si legge che questi ciclofattorini “percepiscono retribuzioni sicuramente non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro”, che contrastano con l’articolo 36 della Costituzione e non sono in grado di garantire un’esistenza libera e dignitosa.

Sotto accusa l’algoritmo 

Gli elementi che l’accusa mette in campo per motivare la sua richiesta non si fermano a questo. Per il pm anche l’algoritmo gioca un ruolo importante, perché i ciclofattorini, pur lavorando come partite Iva vengono impiegati come dipendenti: l’algoritmo “gestisce la prestazione attraverso una piattaforma informatica che predefinisce l’ambiente operativo, governa la prestazione tramite stati operativi digitali, geolocalizza costantemente i prestatori d’opera, misura la disponibilità e la performance del lavoratore, e collega questi indici alla retribuzione”. Una forma di etero-organizzazione compatibile che la disciplina del rapporto subordinato.

Il rider non è autonomo 

Il lavoratore quindi di fatto non è autonomo, perché non decide il processo soprattutto nella fase esecutiva della consegna mentre è la piattaforma “a governare l'allocazione del lavoro e a incidere sulla continuità delle occasioni di guadagno tramite metriche reputazionali o indicatori di performance (come partecipazione, affidabilità, tempestività, accettazione)”.

Modello sbagliato

“Accanto al lavoro che, per modalità e intensità, deve essere ricondotto alla subordinazione, può certamente convivere un modello diverso, realmente autonomo - commenta in una nota il sindacato di categoria Nidil Cgil -. Si tratta però di un’autonomia autentica, non coincidente con l’attuale organizzazione delle piattaforme: un’attività svolta in piena libertà, senza obblighi di disponibilità continuativa, con la possibilità effettiva di scegliere se, quando e quanto lavorare. Questo modello può rispondere alle esigenze di chi utilizza il food delivery come attività accessoria o integrativa del reddito principale. Anche in tali ipotesi, tuttavia, devono essere garantiti compensi equi e trasparenti, adeguate tutele previdenziali e assicurative, piena protezione in materia di salute e sicurezza, diritto alla rappresentanza e alla contrattazione”.

Paghe misere

In più, guadagna una miseria. Dei 40 rider che hanno rilasciato la propria testimonianza agli inquirenti nell’ambito dell’indagine, una trentina percepiscono un reddito netto annuo sotto soglia di povertà, calcolata sulla base di determinati criteri, con uno scostamento medio rispetto alla soglia di povertà di 7.600 euro annui, e punte di 15.300 euro annui.

Questo si verifica nonostante lavorino un numero di ore molto superiore al normale orario settimanale. Se poi si fa il raffronto con i livelli retributivi previsti dal contratto collettivo di riferimento, quello della logistica, lo scostamento tra quanto effettivamente percepito e i redditi netti minimi determinati dal contratto riguarda 35 lavoratori su 37, il 94 per cento.

“Nel food delivery si è consolidato un modello organizzativo fondato su compressione dei diritti, bassi compensi e trasferimento del rischio d’impresa sui lavoratori. Per chi svolge questo lavoro come attività principale e per vivere, devono essere garantiti contratti full-time, applicando contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, che assicurino un salario pieno, sufficiente e proporzionato, ferie, malattia, contribuzione previdenziale e tutte le tutele previste dall’ordinamento”.