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Centinaia di procedimenti e misure applicati nei confronti di sindacalisti, attiviste e attivisti e persone che hanno partecipato a manifestazioni pacifiche; diverse procure hanno avviato procedimenti penali e amministrativi legati a iniziative di solidarietà con la popolazione palestinese e ad altre proteste non violente, contestando illeciti legati alla mancata notifica delle manifestazioni e applicando le nuove disposizioni sul blocco stradale e ferroviario. Sono i principali esiti delle nuove norme in materia di sicurezza varate dal governo Meloni e soli due mesi dalla loro entrata in vigore.
La denuncia arriva da Amnesty International che ha pubblicato un’analisi dettagliata, articolo per articolo, di alcune norme del decreto sicurezza, la legge n. 54/2026, dalla quale risulta quanto siano minacciati diritti umani e libertà fondamentali: “numerose disposizioni sono incompatibili con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia e rischiano di comprimere in modo significativo il diritto alla libertà di espressione, di riunione pacifica, di associazione, alla vita privata e alla libertà di movimento”.
Un passo indietro per i diritti
L’organizzazione internazionale ripropone il tema dell’ampliamento “senza precedenti” dei poteri delle forze di polizia, del rafforzamento del ricorso a misure preventive e amministrative, della riduzione delle garanzie giudiziarie e l’introduzione di “nuovi strumenti che espongono attiviste, attivisti, cittadine e cittadini al rischio di controlli, restrizioni e sanzioni arbitrarie”.
Per Debora Del Pistoia, ricercatrice di Amnesty International Italia, la legge “rappresenta un pericoloso arretramento nella tutela dei diritti fondamentali e segna un ulteriore passo verso la normalizzazione di misure eccezionali che trattano il dissenso come una minaccia alla sicurezza anziché come un elemento essenziale di una società democratica. Norme formulate in modo vago e ampiamente discrezionale conferiscono alle autorità poteri sproporzionati che rischiano di colpire in maniera arbitraria persone attiviste, movimenti sociali e chiunque eserciti il diritto di protestare pacificamente”.
Obiettivo manifestazioni di protesta
Tra le disposizioni ritenute da Amnesty le più preoccupanti ci sono il nuovo fermo preventivo fino a 12 ore nel contesto delle manifestazioni pubbliche, l’estensione dei poteri di fermo, identificazione e perquisizione senza preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria, l’ampliamento delle misure di prevenzione e dei cosiddetti “Daspo”, nonché l’introduzione di nuovi divieti che possono impedire la partecipazione a manifestazioni e assemblee pubbliche.
L’articolo e i paragrafi che prevedono le suddette norme, come scritto nel report, vedono la loro prima applicazione da parte della polizia lo scorso 29 marzo: durante “una veglia commemorativa organizzata al Parco degli Acquedotti di Roma, che era stata illegittimamente vietata in via preventiva dalla polizia locale, 91 persone radunatesi pacificamente sono state fermate all'ingresso del parco e trattenute presso la Questura locale per oltre 8 ore. Secondo la Rete di Resistenza legale (avvocati che difendono il diritto al dissenso), “la detenzione è stata applicata indiscriminatamente a tutti i partecipanti, senza valutare i requisiti previsti dalla legge.
Dopo il rilascio alcuni di loro hanno ricevuto un avviso dalla polizia per l’emissione di un “ordine di espulsione”, una misura amministrativa che vieta a un individuo di trovarsi in un comune diverso dal luogo di residenza per un periodo massimo di tre anni, “una restrizione di vasta portata e punitiva della libertà di movimento che, inoltre preoccupantemente, può essere emessa senza garanzie, come la convalida giudiziaria". Amnesty denuncia la violazione dell'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dell'articolo 9 del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
Sotto la lente della ong anche il modello di sicurezza fondato sulla presunta “pericolosità” delle persone anziché che sull’accertamento di responsabilità individuali, consentendo l’adozione di misure restrittive sulla base di semplici segnalazioni o denunce e in assenza di adeguate garanzie procedurali e di un controllo giudiziario effettivo”.
Se è vero che alcune condotte sonno state formalmente depenalizzate, la legge introduce pesanti sanzioni amministrative per l’organizzazione di manifestazioni non preavvisate, per il mancato rispetto di prescrizioni imposte dalle autorità e persino per la promozione di iniziative attraverso piattaforme digitali e gruppi online: “Tali misure rischiano di avere un forte effetto intimidatorio e deterrente sull’esercizio del diritto di protesta”.
Stop alla criminalizzazione del dissenso
Per Del Pistoia “l’applicazione delle nuove norme sta contribuendo a consolidare una tendenza preoccupante alla criminalizzazione del dissenso. Sanzioni amministrative e procedimenti penali vengono sempre più utilizzati come strumenti di deterrenza nei confronti dell’esercizio della libertà di riunione pacifica”.
Amnesty International chiede quindi al governo di abrogare o modificare radicalmente le disposizioni dell’ultimo decreto Sicurezza incompatibili con gli standard internazionali sui diritti umani, a partire dai poteri di detenzione preventiva e di fermo e perquisizione introdotti dall’articolo 7 e dalle disposizioni che sanzionano l’organizzazione di assemblee non notificate o la mancata osservanza dei percorsi imposti dalle autorità introdotte dall’articolo 9.



























