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Donne

Come nasce e perché la Giornata internazionale per l'aborto sicuro

Foto: www.twitter.com/hannahschinz
Ilaria Romeo
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Un appuntamento da celebrare difendendo un diritto troppo spesso negato in Italia e nel mondo

Celebrata per la prima volta nel 1990 come giornata di azione per la depenalizzazione dell’aborto in America Latina e nei Caraibi, la giornata dell’aborto sicuro viene dichiarata "internazionale" dal Women's Global Network for Reproductive Rights nel 2011.

Un tema, quello degli aborti clandestini, purtroppo ancora di stringente attualità che rappresenta ancora una delle principali cause di lesioni e di morte tra le donne di tutto il mondo. Anche se i dati sono imprecisi, si stima che circa 20 milioni di aborti non sicuri vengano eseguiti ogni anno e il 97% di essi si verifica nei paesi in via di sviluppo.

Mentre raramente gli aborti sicuri comportano una mortalità, quelli non eseguiti in sicurezza provocano fino a 70mila decessi e 5 milioni di disabilità all’anno. Ogni anno nel mondo si praticano circa 45 milioni di aborti indotti e poco meno della metà non sono eseguiti in modo sicuro. Complicazioni causate dall’aborto provocano problemi di salute per almeno sette milioni di donne e la morte di circa 22mila donne l’anno nei Paesi in via di sviluppo. In sei Paesi su dieci nel mondo l’aborto è illegale o è permesso solo in casi estremi (Angola, Egitto, Gabon, Guinea-Bissau, Madagascar, Senegal, Iraq, Laos, Isole Marshall, Filippine, Repubblica Dominicana, El Salvador, Haiti e Nicaragua sono solo alcuni dei Paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza non è consentita nemmeno nel caso in cui la vita della gestante sia in pericolo).

In conseguenza delle recente sentenza pronunciata dalla Corte suprema statunitense qualche mese fa sul tema dell’aborto, circa metà dei cinquanta Stati d’oltreoceano potranno nel prossimo futuro vietare il ricorso all’interruzione di gravidanza, e di questi tredici fin da subito.

In Europa sono otto i Paesi ad avere una legislazione fortemente restrittiva nei confronti dell’interruzione volontaria di gravidanza e anche nei paesi in cui la legge lo prevede, spesso, troppo spesso, abortire diventa quasi impossibile per l’altissima percentuale di medici obiettori.

Anche in Italia l’aborto clandestino esiste ancora. Lo ammette lo stesso ministero della Salute che nella sua relazione al Parlamento del gennaio 2019 approssimava una stima tra le 10 e le 13 mila donne ogni anno ancora vi ricorrono.

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Secondo i dati di una recente indagine sono 31 (24 ospedali e sette consultori) nel nostro bel Paese le strutture sanitarie con il 100% di obiettori di coscienza per medici ginecologi, anestesisti, infermieri o operatori socio-sanitari. Quasi 50 quelli con una percentuale superiore al 90% e oltre 80 quelli con un tasso di obiezione superiore all’80%. È la fotografia di un Paese che se non odia le donne certo non sembra voler loro molto bene. Una situazione che sembra purtroppo destinata a non migliorare.

Negli ultimi giorni la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, presumibilmente futura prima presidente del Consiglio donna nel nostro Paese, ha parlato spesso di aborto e della legge che in Italia lo rende possibile, difendendo l’obiezione di coscienza mettendo sullo stesso piano la libertà di abortire e quella dei medici di fare obiezione e negando che in Italia ci siano problemi di accessibilità all’interruzione di gravidanza. Ne è davvero sicura?