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Gender gap

Veneto club per soli uomini, salari donne meno 30%

Roma, 5 agosto 2020: Manifestazione lavoratori sanità privata davanti a Montecitorio © Simona Caleo
Foto: Simona Caleo
Giorgio Sbordoni
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Dietro al dato dell'occupazione femminile più alto della media nazionale si nasconde una gigantesca questione di genere, alimentata dalla bassa qualità del lavoro e da una differenza di stipendio - e di pensioni - altissima. Ma il disperato bisogno di soluzioni politiche si infrange sul muro del governatore Zaia

Altro che tetto di cristallo. Il confine immaginario che segrega le donne nel mondo del lavoro, impedendo loro di godere di condizioni pari a quelle degli uomini, sembra piuttosto una cortina di ferro impenetrabile e sorvegliatissima. Succede dappertutto e in tutta Italia. Succede anche nel Veneto, dove tutta l’abilità a manipolare il dato del 2019 sull’occupazione femminile – un 59 per cento di quasi 8 punti superiore alla media nazionale (ma gli uomini sono al 76 per cento) – non basterebbe a nascondere sotto al tappeto le storture di un sistema afflitto da bassa qualità e mortificato da un divario salariale che lo distingue nettamente da quello maschile. Le donne in Veneto hanno un posto di lavoro più spesso che in altri territori. Ma a che prezzo?

Il prezzo non è difficile da monetizzare. Con una coerenza disarmante che non risparmia nessuna delle 7 province della regione, un’elaborazione recente delle dichiarazioni dei redditi Modello 730 condotta dal Caaf Cgil Nord Est ci consegna un divario reddituale che vede gli stipendi delle lavoratrici più bassi del 30 per cento rispetto a quelli dei lavoratori e le pensioni delle donne più basse del 40 per cento rispetto a quelle degli uomini. Un gap salariale che, nelle posizioni apicali, tocca punte del 50 per cento. Insomma, in un anno i lavoratori prendono, in media, 25.978,50 euro, laddove alle lavoratrici ne vanno 17.905,00. I pensionati 21.898,43 euro, le pensionate 13.374,79.

Questa, per quanto parliamo di cifre concrete, è solo la punta dell’iceberg. Sembra difficile crederlo, ma a spiegarcelo chiaramente è ancora la Cgil. “Prima di tutto – ci ha detto la segretaria regionale Tiziana Basso – se scaviamo sotto la superfice di questo 59 per cento, scopriamo che ad essere cresciuto è soprattutto il dato delle donne assunte nel settore dei servizi, proprio in quei posti in cui si richiedono qualifiche più basse. Per altro, sempre più spesso con contratti part time – un aspetto che riguarda anche gli uomini, ma in misura molto più contenuta rispetto alle donne –. Per essere chiari, qui da noi c’è il maggior numero di donne assunte a part time, ma nella maggior parte dei casi si tratta di una non scelta, di un part time involontario, imposto dall’assenza di offerte full time o dalla mancanza di servizi che favoriscano la conciliazione tra cura e lavoro”.

E tanti saluti all’eccellenza delle giovani venete che spesso raggiungono un alto livello di formazione, studiano di più e con migliori risultati. I posti a disposizione per loro sono quelli che richiedono basse qualifiche e orizzonti temporali ristretti. “Insomma, c’è quantità, ma manca qualità, dal punto di vista professionale e del salario”, sintetizza Tiziana Basso.

Uno scenario esasperato dalla pandemia. La condizione dello smart working, infatti, anche qui ha riguardato in maniera particolare le donne, “che hanno continuato a lavorare, facendosi carico di tutto il peso della cura dei figli. La fatica quotidiana si è moltiplicata e la situazione che si è creata ha portato a un rischio di segregazione della donna all’interno del mondo del lavoro”.

Un rischio evidente quando si leggono i dati legati al congedo parentale da lockdown, che adesso si traduce nei periodi di quarantena fiduciaria eventualmente a carico dei bambini che frequentano scuole in cui si verifica un caso di positività. “In entrambi i casi, sia prima che adesso, sono state e sono tuttora quasi sempre le donne a restare a casa. Questo comporta una riduzione di salario e un carico pesante di gestione di queste situazioni familiari”. Eccola, la riserva delle mamme e delle figlie, con buona pace di chi continua a sostenere la narrazione di un Veneto nel quale la questione di genere quasi non esiste.

Non sono pochi e hanno vissuto persino il loro momento di gloria, alla fine del marzo 2019, quando Verona divenne per tre giorni la capitale mondiale della destra "in fondo a destra", ospitando il congresso planetario della famiglia, una parata oscurantista di antiabortisti e ultracristiani, di uomini che odiano le donne o che comunque le vorrebbero di nuovo confinate in casa.

A confermare tutto e anche di più è Anna Bilato, coordinatrice regionale del patronato Inca Cgil. “Sono tre le pratiche che ci danno una mano a ricostruire lo stato dell’occupazione femminile. La prima è quella legata ai congedi parentali per covid, uno strumento studiato per rimanere a casa ad accudire i figli, in un periodo nel quale non si è potuto contare sulla presenza dei nonni per evitare il rischio contagio. Suddividendo le pratiche provincia per provincia e fatta la media, circa l’80 per cento delle persone che hanno richiesto questo strumento erano mamme. Una cartina di tornasole che mostra chiaramente come l’ambito di cura si è riversato totalmente sulle spalle delle donne. Una media che non si spiega solamente con il retaggio culturale, ma anche con il fatto che questi congedi sono retribuiti al 50 per cento e, visto che gli stipendi delle donne sono mediamente più bassi, per mero calcolo la tendenza delle famiglie è stata quella di dimezzare la busta paga  della mamma piuttosto che quella del papà. A suffragare questa tesi, ci viene in soccorso il dato della seconda pratica in esame, quella dei permessi regolati dalla 104, che invece sono retribuiti al cento per cento. Guarda caso, qui le richieste sono distribuite perfettamente a metà tra uomini e donne”.

“La terza pratica – ci dice Anna Bilato –, è quella delle indennità covid legate al settore del turismo. Anche qui la percentuale delle richieste da parte delle donne è molto maggiore. Non ci stupisce, essendo questa una misura legata a situazioni di non occupazione e di precarietà. L’indennità veniva riconosciuta a chi non aveva un lavoro in essere, a chi, insomma, ha una storia di precarietà alle spalle, a chi ha vissuto tra lavoro a chiamata, a termine, intermittente, in somministrazione. E anche stavolta sono le donne in maggioranza”.

Eccolo il Veneto nel quale cova, sotto la cenere degli ultimi fuochi elettorali che hanno consegnato alle cronache un quasi monocolore Zaia, una gigantesca questione femminile. Una questione di genere che avrebbe un disperato bisogno di politica, di apertura e di sensibilità. Complicato farsi delle illusioni visto che ancora sabato lo stesso Zaia, ospite della Confindustria vicentina, parlando della crisi, strappava applausi definendo il reddito di cittadinanza come il “dare soldi a chi sta seduto sul divano”. Chissà cosa penserà del divario tra uomini e donne.