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Fino a stasera (30 novembre) il palcoscenico dell’Altrove Teatro Studio a Roma accoglie Uomini o caporali, spettacolo di e con Francesco Stella, diretto da Nicola Pistoia. Un intenso monologo teatrale che affronta il tema del caporalato nell’Agro Pontino, attraverso lo sguardo di Jasnoor, un giovane immigrato proveniente dal Punjab. La storia, riduzione teatrale del podcast omonimo del 2022, porta in scena il suo viaggio
Da dove nasce l’interesse per questo argomento
L'incontro con l'argomento è stato casuale, mi era stato commissionato un podcast da Ascs, l’associazione che lavora con migranti e rifugiati, che ha poi prodotto anche lo spettacolo. All'epoca sapevo ben poco di caporalato, di sfruttamento del lavoro, dei migranti del Punjab e dell'Agro Pontino. Mi si è aperto un mondo, purtroppo tragico, che ho cercato di conoscere meglio attraverso due anni di ricerche, interviste, incontri.
Com’è stato passare dal podcast allo spettacolo teatrale, da una voce a un personaggio con muscoli, nervi, un essere materico?
Il passaggio alla messinscena non è stato troppo complesso, perché già il podcast aveva una scrittura molto teatrale, era una sorta di audiolibro, un racconto in prima persona delle vicende di Jasnoor, che è il protagonista del monologo. A questo si è aggiunta la regia di Nicola Pistoia, un maestro assoluto. La sfida era quella di dar voce a più di dieci personaggi: il proprietario terriero, il caporale, l'amico, gli altri lavoratori. Abbiamo lavorato sulla precisione, sulla crudezza e l’asciuttezza sia della narrazione che della recitazione. In scena non c’è quasi nulla, e la mia prova attoriale consiste nell’invitare lo spettatore a entrare dentro al fenomeno del caporalato personaggio dopo personaggio.
Nel monologo parli anche di Satnam Singh. Di fronte alla sua vicenda per un attimo abbiamo pensato che fosse il punto di caduta finale della disumanità. Purtroppo così non è stato...
No, assolutamente. Noi romani abbiamo la schiavitù a due passi da casa, ci passiamo accanto mentre ce ne andiamo al mare al Circeo. Eppure la ignoriamo. Ho iniziato a lavorare al podcast durante il covid, perché le campagne dell’Agro Pontino furono tra i primi – e più pericolosi – focolai pandemici, viste le condizioni igienico-sanitarie disumane. Il caporalato è un problema gravissimo, eppure le istituzioni e la politica continuano a girarsi dall’altra parte, così come facciamo noi consumatori, perché ci è comodo comprare la frutta e la verdura che costano di meno, pagate col sangue di questi lavoratori sfruttati.
La domanda che molti di noi si fanno è: cosa posso fare? Quanto siamo restii a pratiche di consumo critico?
Questa domanda l'ho rivolta a tutti gli interlocutori che ho intervistato nella fase di ricerca e di scrittura del testo. E la risposta che ho trovato è che gli elementi sono due. Il primo è il tempo, perché siamo di fronte a un fenomeno che va sradicato. Il secondo è l'integrazione, un concetto difficile da mettere in pratica, sia da parte di noi autoctoni, sia da parte di queste comunità che spesso sono molto chiuse rispetto alla società circostante. Questa chiusura, in tali condizioni di sfruttamento, si trasforma in isolamento.
Un ruolo fondamentale nella drammaturgia lo svolge il kabbadi, gioco nazionale indiano. Che gioco è e di cosa diventa metafora?
Kabbadi significa letteralmente “trattenere il respiro”. Si tratta di una specie di “acchiapparella”, in cui un giocatore deve entrare nell'altra metà campo, ritornare nella propria, ma senza respirare, e gridando “kabbadi, kabbadi, kabbadi”. La metafora è abbastanza obbligata: trattenere il respiro per sopravvivere. Trattenerlo quando si decide di lasciare la propria terra, affrontare il viaggio, lavorare per quattordici ore al giorno, in stato di schiavitù.
Quale incontro si porta più di tutti nel cuore?
Ce ne sono tanti ma, se dovessi scegliere, sono gli occhi della donna che adottò uno di questi ragazzi, Jasnoor, che è il nome del mio protagonista. Un incontro fatto di luce, un racconto di cambiamento, di amore, di serenità. Ancora oggi, lei e Jasnoor si incontrano per giocare a cricket, anche se lui ha preso la sua strada. I suoi occhi, mentre parlava di lui, mi sono rimasti dentro.

























