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Difficile scegliere un passaggio che meglio rappresenti la natura mortuaria e anestetica della 76esima edizione del festival di Sanremo appena conclusa. Sicuramente, la prima ora della prima puntata che ha alternato la voce del fu Pippo Baudo al ricordo di illustri defunti, per poi passare alla prima ospite di 105 anni, è apparso come un bel manifesto programmatico della faticosissima settimana che ci attendeva.
Dimessi per non dare fastidio
Non stiamo qui a parlare della qualità delle canzoni, oltremodo bassa, ma del mood generale. L'impressione è quella di una manovra volontaria di Conti e della direzione Rai per abbassare il cabotaggio della manifestazione, evitare rischi e insieme picchi, mostrarsi dimessi per non dare fastidio, non causare bruschi risvegli, quasi il palco dell'Ariston fosse un disimpegno tra la cucina e il tinello di casa, da percorrere strascicando le pattine.
Lo stesso Carlo Conti, del resto, non può essere accusati di opacità. Nella conferenza stampa di lancio aveva chiarito: "Sarà un festival cristiano e democratico". Non avevamo capito però che avesse scelto la corrente dorotea.
Per tutto il festival il presentatore tenta di schivare con attenzione qualsiasi rischio di polemica, soprattutto con la maggioranza di governo. Appassionante l'equilibrismo, durante l'omaggio alla Repubblica (sorry, Repupplica), in cui il conduttore ha fatto ripetutamente riferimento ai nostri nonni e ai tanti morti per la libertà, senza mai pronunciare parole come: fascismo, dittatura, Resistenza, partigiani. A fare da cornice, lo sbianchettamento della testata "L'Unità" dalla prima pagina sul referendum del '46 proiettata sullo sfondo. Del resto, di che stupirsi? Siamo lo stesso paese che ha confezionato la sigla delle olimpiadi di Cortina con l'uomo vitruviano in versione bambolotto Ken senza genitali, per non turbare piccini e oltranzisti religiosi.
Un curatore fallimentare
Ma tutto questo Carlo lo sapeva, e persino di fronte allo share in calo, ha fatto un po' spallucce ("eh ma se andiamo ad analizzare gli anni precedenti, in voti assoluti, ma poi c'era la primavera anticipata, le cavallette", sembrava di sentire la classica analisi post elettorale della coalizione sconfitta), con l'atteggiamento da curatore fallimentare che, del resto, viene pagato proprio per accompagnare un'azienda all'uscita prendendosi gli improperi dei clienti.
Finito l’effetto Amadeus
È vero che l'effetto viagra o botulino, a seconda delle preferenze, delle edizioni di Amadeus non poteva durare in eterno: l'intuizione di trasformare il più antico festival di musica nazionalpopolare in una specie di Festivalbar 3.0, puntando sui cantanti amati dai giovanissimi (quelli che su spotify muovono i numeri e le economie) e sui preferiti dai millennials, portatori insani di viralità tramite l'ossessività compulsiva delle risse su Facebook, è riuscita anche grazie ad alcune coincidenze astrali: l'esplosione del rap come musica sia pop che controversa, e gli anni drammatici della pandemia, che hanno favorito un "addivanamento" collettivo davanti il focolare del Festival.
Qualità bassa
Ciò detto, scegliere dei pezzi originali per la competizione e puntare su un intrattenimento sopra la sufficienza, avrebbero aiutato Conti e il Festival: invece, gli sketch stanchi (ho rimpianto Pucci e le inevitabili polemiche che ne sarebbero seguite, ma pure Martufello avrei gradito, in quota kitch), e i super ospiti ridimensionati a ospiti riciclati dagli anni passati, hanno reso la visione agonizzante.
Non che i cantanti non ci abbiamo messo del loro: persino i giovani apparivano tutti carini ed eleganti con gessati e tubini serali da cinema dei telefoni bianchi (persino il rasta Sayt, che però non ha toccato il fondo di Tony Effe in versione Al Capone con il cerone a coprire i tatuaggi lo scorso anno) e nemmeno la quota "band scavezzacollo" come i pinguini tattici nucleare a spezzare il ritmo, in questa edizione. Quando il tradizionale gruppo whatsapp su Sanremo, solitamente affollato e agguerrito, alla terza sera del festival è rimasto completamente muto, ho capito che un ciclo era finito.
Specchio di un Paese triste
Il 76esimo festival di Sanremo è in fondo lo specchio del momento che attraversa il nostro Paese. Sempre più persone arrivano a fatica a fine mese, la guerra incombe, al momento come frame di lettura del mondo più che come rischio immediato, il referendum alle porte e le conseguenze politiche che ne deriveranno: tutto questo contribuisce ad incattivire e polarizzare ancora di più un clima già teso. In questa palude, il governo Meloni non riesce più a raccontare con convinzione che la locomotiva Italia la va che è un piacere, e dunque punta ad anestetizzare ciò che non può controllare.
La Rai perde terreno
La Rai in mano a soggetti fedeli ma dalle scarse capacità, perde terreno e pubblico, Sanremo viene messo col motore al minimo. Tutti acconsentono, non c'è neanche il folkloristico accenno ai conflitti esterni (niente Palestina, niente diritti civili, niente morti sul lavoro, se non con appelli tanto generici quanto bambineschi a non essere cattivi), e forse non solo per abulia collettiva. Forse, semplicemente, in tanti non lo ritengono più così centrale per portarvi istanze e vertenze. Forse i giovanissimi stanno giustamente ricominciando a snobbarlo come facevano noi mentre immaginavamo un mondo migliore.
L'anno prossimo arriverà alla conduzione Stefano De Martino (il migliore della sua generazione, apprezzato anche in casa Meloni). Un umile consiglio per lui: accorciare la durata delle serate e lasciare un giorno di pausa prima delle due finali, per darci un po' di respiro. E per gli emergenti, seguire la strada tracciata da Tony Pitony: più talento, meno figli di. De Martino, pare, cederà la direzione musicale a Fabrizio Ferraguzzo, manager dei Maneskin. E almeno questa separazione delle carriere, il governo, dovrebbe portarla a casa.






















