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Alla fine del 2025 i dati Cinetel hanno scattato una fotografia tanto chiara quanto preoccupante dello stato del cinema in Italia. Prima di tutto i numeri: nel corso dello scorso anno sono stati venduti quasi 69 milioni di biglietti a fronte di una popolazione di circa 59 milioni di abitanti. Il risultato è semplice da tradurre: ogni cittadino italiano è andato al cinema poco più di una volta l’anno. Ciò significa, letto in filigrana, che il cinefilo va al cinema due-tre volte a settimana e tanti non varcano la soglia della sala da dieci anni, o anche di più, insomma non hanno proprio questa abitudine.
Come sempre la rivelazione arriva se ci mettiamo allo specchio con gli altri: in Francia, nello stesso periodo, i biglietti venduti sfiorano i 160 milioni, con una popolazione di circa 66 milioni di abitanti. Significa oltre due ingressi e mezzo a testa, più del doppio rispetto all’Italia. In Germania i biglietti staccati sono quasi 90 milioni su 83 milioni di abitanti: una media superiore all’ingresso annuo per persona, ma comunque nettamente più alta di quella italiana.
Anche il Regno Unito, con poco meno di 130 milioni di biglietti venduti e 69 milioni di abitanti, ribadisce una vitalità del mercato cinematografico che noi ci sogniamo. Persino la Spagna, spesso paragonata al nostro Paese per abitudini culturali, raggiunge i 66 milioni di biglietti con 48 milioni di abitanti, superando l’Italia nel rapporto tra popolazione e presenze in sala.
Poi certo, all’improvviso arriva il fenomeno Checco Zalone che fa rifiatare gli esercenti e l’intero comparto. Buen Camino è uscito il 25 dicembre 2025 e ha già ampiamente superato i 50 milioni di euro di incasso. Ma non basta. Il confronto mette in luce una difficoltà strutturale del sistema italiano: non si tratta solo di una questione di offerta di film o di concorrenza delle piattaforme digitali, fenomeno comune a tutta Europa, ma di un diverso rapporto tra pubblico e sala cinematografica.
I numeri delle infrastrutture aiutano a capire meglio il contesto: in Italia operano circa 1.200 cinema con 3.000 schermi, mentre la Francia può contare su 2.100 cinema e ben 6.300 schermi. Il cinema transalpino insomma vanta una maggiore capillarità sul territorio, una possibilità più ampia di scelta, soprattutto una politica culturale che ha sempre considerato il cinema sia come industria che come presidio sociale. Un po’ diverso da quanto avviene da noi, con tagli al cinema da tutti i governi – nessuno escluso – e l’attuale esecutivo che “minaccia” le produzioni ritenute troppo di sinistra. Non proprio uno sguardo lungo e una strategia per diffondere il cinema.
La realtà è evidente: andare al cinema in Italia non è un’abitudine regolare, non è un gesto culturale ricorrente ma si limita a un evento occasionale legato ai grandi titoli o ai periodi festivi. Il cinema però non è solo un’entità astratta o “a work of art”, come dicono gli americani, ma è anche un settore: fatto di lavoratori e lavoratrici, di professionisti che vanno dagli autori agli attori, dai tecnici alle maestranze, fino agli esercenti e agli addetti delle sale.
Ogni biglietto venduto quindi non fa solo statistica, ma porta un contributo diretto alla sopravvivenza dell’ecosistema. Andare al cinema – forse – una volta l’anno non basta a sostenerlo. Ecco perché la responsabilità è collettiva: da una parte le istituzioni devono mostrare un po’ di serietà, uscendo dalle sciocchezze del ministro dandy di turno; dall’altra tutti noi dobbiamo entrare in sala più spesso, godere delle storie e delle immagini, comprare un biglietto in più non solo il giorno di Natale.






















