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La bisbetica domata di Shakespeare ha nel titolo la rappresentazione plastica di come, in secoli di teatro, i personaggi femminili sulla scena siano stati depotenziati. Anche nel caso di figure forti, come Caterina, la ricerca di indipendenza, l’autonomia e l’intelligenza vengono definite quali stranezze e intemperanze di un brutto carattere infine “dominato”, attraverso il sentimento, dal Petruccio di turno. Anche per questa ragione, le Indomabili bisbetiche di Sara Urban, uscito per Le Plurali Editrice, è un volume necessario. Una guida femminista al teatro e ai corpi in scena – come recita il sottotitolo – che ricostruisce come attrici e performer hanno riscritto, nel corso dei decenni, le regole della scena.
Debora Zuin, lei ha curato la prefazione al volume, dando voce ad Amleta, che quotidianamente è impegnata nel contrastare violenza e abusi nel mondo dell’arte. Per dirla con le parole che presentano il libro di Sara Urban, “sul palco c’è molto più di uno spettacolo: c’è una rivoluzione in corso”.
Sara Urban è riuscita a trovare una chiave per ricostruire, con una lettura piacevole, una mappa che attraversa secoli, storie, mitologie, fino ad arrivare ai giorni nostri. Un excursus su come la figura dell'interprete femminile si è evoluta sin dai tempi dell'antica Grecia, quando Aristotele riteneva che la donna fosse un essere incompleto. Sara ripercorre la presenza delle attrici sul palcoscenico proprio attraverso i loro corpi, e la lettura diventa così una riscoperta della nostra identità, una riappropriazione dei nostri corpi e delle nostre voci. Nel teatro italiano oggi possiamo dire di avere finalmente più interpreti che usano la loro voce per proporre sguardi e narrazioni libere da stereotipi.. Noi stesse, come Amleta, cerchiamo di farlo quotidianamente.
Le due facce del teatro italiano: da un lato, presidio di battaglie importanti per il superamento del gender gap. Dall’altro, luogo per eccellenza in cui si perpetuano una cultura patriarcale e dinamiche di potere maschiliste.
Certo. Per esempio il libro di Sara ricostruisce la storia del teatro politico italiano, citando il caso di Franca Rame, che per molto tempo ha rappresentato un unicum. Oggi, all’interno del teatro sta maturando un movimento collettivo di riappropriazione dei diritti di genere. Noi attrici rivendichiamo il diritto di invecchiare, di cambiare, a dispetto di un modello di show business che impone certi canoni. E invece noi abbiamo figure, pesi, misure, altezze ed età tutte diverse. L’obiettivo del nostro impegno come Amleta - che ritrovo anche nel libro di Sara - è offrire a tutte una prospettiva collettiva: sentirsi parte di una comunità, eredi di una lunga e antica storia di lotte contro gli stereotipi di genere.
Eppure, ancora oggi, nel 2026, ci si imbatte quotidianamente in annunci di provini in cui è richiesta la bella presenza. Quanto è difficile decostruire il dominio dello sguardo maschile?
Alla nostra associazione arrivano di continuo segnalazioni di annunci del genere. Sono meccanismi radicati, perché abbiamo alle spalle una lunga storia di patriarcato, di narrazioni fatte da uomini, di spazi occupati da uomini, leadership maschiliste che hanno portato a una sistematica esclusione dello sguardo femminile. Noi vogliamo aspirare ad avere davvero pari opportunità: sui palchi, nei bandi, nelle programmazioni, nei ruoli strategici. La parità significa un equilibro tra i soggetti in campo e tra ciò che quei soggetti possono mettere a disposizione. Con Amleta abbiamo fatto pressione sul ministero della Cultura perché attuasse la norma del 50/50 di presenze nelle stagioni dei teatri e sui set. Rispetto a questa proposta, la principale obiezione che ci viene mossa è quella del criterio meritocratico. Ma il punto vero della questione è che nel mondo dello spettacolo, soprattutto per quanto riguarda i ruoli apicali, esiste davvero un problema di accesso per le donne. Prima costruiamo un contesto sano, in cui donne e uomini abbiano le stesse opportunità di proporsi in tutti i ruoli, tutti gli spazi e tutte le posizioni. Solo raggiunta quell’equità potremo ragionare seriamente di meritocrazia. Tuttavia, il tema è a anche: Come noi donne decidiamo di stare all'interno di quel sistema?
A questo proposito, il pensiero va alla vicenda del Teatro Due di Parma, la cui direttrice, Paola Donati, si è autosospesa, in seguito alla sentenza del tribunale. Sarebbe servito più coraggio da parte sua?Noi di Amleta ci saremmo aspettate dalla dirigenza del teatro un approccio diverso a monte, rispetto a tutta la vicenda, a cominciare da una maggiore attenzione nei confronti delle molte donne che hanno subito violenze e molestie e non solo perché quel teatro ha una direzione al femminile. Un atto di presa in carico delle responsabilità su una vicenda così, anche solo per la non efficace vigilanza dimostrata, dovrebbe essere l’urgenza principale. Ma il tema dibattuto dell’assunzione di responsabilità in casi di molestie e violenze accertate andrebbe allargato a tutto il sistema del teatro pubblico – perlomeno pubblico – italiano e questa storia rivela chiaramente quali possano essere le possibili storture e quali gli abusi di potere agiti in quello stesso sistema. I protocolli contro molestie e mobbing nei luoghi di lavoro già esistono, ma non vengono applicati o non sono sufficientemente incisivi. Nel caso del Teatro Due poi, la condizione di fragilità delle vittime era accentuata dal fatto che alcune di loro non avessero un contratto di lavoro, perché si trovavano lì per fare formazione. Ecco perché è fondamentale lavorare non solo sulle leggi, ma anche sulla contrattazione collettiva di settore. Chiunque entri in un teatro per lavorare o per non lavorare ha il diritto di sentirsi tutelata e sicura.
La vicenda del Teatro Due, tra le altre cose, dimostra quanto sia difficile per le donne ottenere giustizia, anche perché siamo dominati dalla cultura della “minimizzazione”.
Il caso del Teatro Due segna per noi un passo importantissimo ma non è l’unico. Riceviamo molte segnalazioni di molestie, mobbing, violazioni di varia natura. Da questo punto di vista, il ruolo della giustizia è essenziale e purtroppo quanto sta accadendo politicamente rispetto al tema del consenso in casi di stupro ci dimostra che stiamo di nuovo tornando indietro. Io appartengo a una generazione che ha dovuto farsi crescere un po’ il “pelo sullo stomaco”, perché epiteti e pacche sul sedere potevano facilmente essere derubricate a semplice“folclore” confondendoti per lo meno le idee, o spingendoti a minimizzare tu stessa, soprattutto in giovane età. Per questo sono felice che oggi stia nascendo una nuova consapevolezza, grazie all’impegno di realtà come la nostra. Le attrici vittime di violenza che si sono rivolte a noi, hanno trovato il coraggio di parlare e mettere nero su bianco tutto quello che avevano subito. Noi continueremo a supportare le battaglie per il rispetto e per la dignità, e soprattutto per individuare chi e quando è responsabile di ciò che accade. Ricordo che chiunque volesse segnalare casi di molestie può contattarci via email all’indirizzo osservatoria.amleta@gmail.com, canale che assicura massimo ascolto e soprattutto estrema discrezione.


























