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Era il 2012 e in Vaticano regnava ancora Joseph Ratzinger, il quale, se da un lato - bontà sua - invitava a evitare derisioni delle persone Lgbtqia+, dall’altro considerava quella caratteristica personale “intrinsecamente disordinata” e indicava, come unica possibile opzione, la castità.
In quella fase fu salutata come rivoluzionaria o quasi la scelta dell’Agesci (l’associazione dello scoutismo cattolico) che - nientemeno - ammetteva le persone omosessuali (quelle trans manco nominarle) tra le proprie file, ma invitava caldamente a evitare il coming out: insomma, il “don’t ask, don’t tell” dell’esercito statunitense in salsa cattolica.
Al netto del fatto che quel che succede nell’ambito dell’associazionismo religioso dovrebbe riguardare solo gli adepti di quella religione, è chiaro che, soprattutto nel Paese che ospita i vertici del cattolicesimo, le questioni riverberano inevitabilmente nell’ambito civile.
Non stupisce quindi il clamore che in questi giorni ha suscitato, a 14 anni dalla precedente posizione, l’ulteriore passo compiuto dall’Agesci che non solo accantona definitivamente le preclusioni nei confronti del coming out, ma elimina una volta per tutte l’orientamento sessuale e l’identità di genere dai criteri di valutazione per l’accesso ai propri ruoli educativi.
Anche in questo caso varrebbe il principio di laicità, per cui quella discussione dovrebbe rimanere nell’ambito associazionistico e religioso che l’ha prodotta, ma appare difficile ignorare la portata di questa decisione alla luce dell’importanza che lo scoutismo italiano ha sempre avuto, e che travalica i limiti della rigida appartenenza religiosa.
Innanzitutto va evidenziato l’elemento non secondario dell’espresso riferimento all’identità di genere, la bestia nera dei reazionari, che unisce sotto le stesse insegne le diverse espressioni dell’estrema destra, da quella politica (Trump ed epigoni locali) a quella dell’integralismo no-choice (e infatti pro-vita & famiglia sta già ululando al “gender”, e questo ci regala qualche motivo di soddisfazione), fino al sedicente femminismo radicale (quello trans-escludente, per essere più chiari).
In secondo luogo, il fatto che i giornali di ispirazione fascio-leghista urlino al sacrilegio dimostra che l’odio per le persone trans rappresenta uno dei punti cardine degli strumenti di propaganda della destra radicale e che, proprio perciò, è stato toccato un punto nevralgico.
La furia ideologica che ha portato l’amministrazione Usa a minacciare le imprese che adottino “policy dei” (diversity, equity & inclusion) di veder cancellati i rapporti commerciali con il governo, oggi vede una battuta d’arresto proveniente da un mondo che si vorrebbe a ogni costo intruppare dentro la stessa propaganda d’odio.
Una presa di posizione che appare importante per la società nel suo complesso e anche per un’organizzazione come la nostra che, giocoforza, ha come aderenti persone che provengono da diverse esperienze etniche e religiose e che saranno positivamente influenzate da questo passo avanti.
Sandro Gallittu, responsabile Ufficio Nuovi diritti Cgil nazionale






















