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Quando si parla della rivista “Il Ponte” non si può non pensare al suo fondatore e direttore nei primi anni di pubblicazione (1945-1956): Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra Costituzione, e della Repubblica democratica che ne nacque. E se già dal primo articolo il lavoro è la radice della Carta costituzionale, non stupisce quindi l’attenzione che ancora oggi, nella sua veste editoriale, “Il Ponte” dedica ai temi legati al mondo del lavoro contemporaneo, come conferma l’uscita di Lavorare tutti. Storie e pratiche di emancipazione (pp.157, euro 15).
Scritto a quattro mani da Andrea Bernardoni, Presidente di Legacoop sociali Umbria, e Fabrizio Marcucci, docente di Diritto ed Economia, il volume si articola in cinque capitoli che raccontano lo sviluppo e gli esiti di una vera e propria indagine sul campo, mettendo insieme storie di vita legate a temi di analisi politica e sociale, con particolare riferimento alle potenzialità di inclusione rappresentate dai luoghi di lavoro, intesi come un’opportunità possibile, non solo come professione.
Le pagine del libro restituiscono infatti quello che è stato un articolato esercizio di ascolto e documentazione,con particolare riferimento ad alcune cooperative sociali impegnate nell’inserimento lavorativo, grazie all’attività di operatori e amministratori, offrendo così l’occasione per molte persone in difficoltà di trovare una loro collocazione non soltanto occupazionale, ma nella società stessa.
Il risultato è la composizione di un efficace percorso narrativo, nel quale le interviste si intersecano a testimonianze dirette e con precisi riferimenti di carattere storico-politico, fornendo una descrizione ampia e vitale di un altro modo di intendere, realizzare e coniugare lavoro ed economia, attraverso la descrizione di realtà che mostrano una diversità di valori da cui partire, e al tempo stesso la possibilità di poterli realizzare. Da qui si susseguono le storie di Saverio e della sua “Ape”, con cui gira alla ricerca di materiale utile per le campagne e non solo; quella di Assiatou, di origini camerunensi, che dopo aver iniziato come bidella e cameriera è arrivata a ricoprire un ruolo di organizzazione all’interno della sua cooperativa; e ancora, le vicende di Marcello, Michele, o di Amina, che diventano altrettante storie di lavori; un lavoro attraverso cui costruire un’altra vita pur rimanendo se stessi, anche se essere se stessi vuol dire convivere con la propria disabilità.
Perché la disabilità, in ogni sua forma, non è detto debba obbligatoriamente divenire impedimento: anzi, a volte può trasformarsi in valore aggiunto, per ciascuno di noi. E tutto questo può accadere anche grazie all’impegno di personalità quali quella di Danilo Sedmak, primo presidente della Cooperativa lavoratori uniti (Clu), non a caso fondata nel corso degli anni Settanta nella città di Trieste, là dove Franco Basaglia stava scardinando pezzo a pezzo i violenti stereotipi nei confronti della pazzia umana e le cosiddette cure attuate nei manicomi, prima di lui fin troppo attivi.
Nel complesso, ciò che si riscontra è il tentativo da parte di Bernardoni e Marcucci di rispondere in maniera corale, ma anche in termini di mercato e diritti, individuali e collettivi, a una questione di fondo,derivante dallo studio del ruolo che il lavoro può assumere nelle fragilità più o meno profonde dell’essere umano. Tra i tanti, un passaggio dei due autori ben raccoglie il loro pensiero:
È come se il lavoro, per le persone che abbiamo definito fragili, fosse una enorme molla posizionata in un punto di caduta. Maggiore è il peso con il quale il corpo vi precipita, più esso si allontanerà da lí, respinto dalla forza della molla. Nel percorso di allontanamento del corpo dal punto di caduta, la gratitudine per l’opportunità concessa si trasforma in dedizione al lavoro, cioè alla molla che ha consentito di allontanarsi dall’abisso.
Un abisso che può sempre trovarsi lì, dietro l’angolo; ma che con la forza di volontà, applicata giorno dopo giorno, può anche non arrivare mai.























