Una sola donna in concorso su venti film selezionati. È questo il dato che accompagna la presentazione della Mostra del Cinema di Venezia 2026 e che ha immediatamente riacceso il dibattito sulla disparità di genere nell'industria cinematografica. L'unica regista in gara è la danese-egiziana May El-Toukhy con “Woman Unknown”. Un numero che va oltre la semplice statistica e torna a interrogare un settore che continua a riflettere gli squilibri del sistema culturale e produttivo.

Davvero le registe non ci sono o faticano a essere viste?

Come spesso accade, le reazioni si sono polarizzate. Da una parte chi denuncia l'ennesima esclusione delle donne dai principali spazi di visibilità; dall'altra chi liquida la questione come una rivendicazione di "quote rosa" incompatibile con la meritocrazia. Il direttore artistico Alberto Barbera, riportato da Il Giornale, si è detto sorpreso dall'esito della selezione, spiegando di aver "disperatamente cercato film diretti da donne con una qualità adeguata al livello del concorso". Un'affermazione che, inevitabilmente, riporta al centro la domanda di fondo: davvero le registe non ci sono o, più semplicemente, faticano ad arrivare nelle condizioni necessarie per competere?

Ghiglione: “Un sistema che decide chi viene finanziato”

"Non basta dire che vince la qualità, perché la qualità non nasce dal vuoto. - osserva Lara Ghiglione, segretaria nazionale della Cgil - Nasce dentro un sistema che decide chi viene finanziato, chi riceve fiducia, chi può sbagliare e riprovare, chi arriva a dirigere produzioni importanti e chi, invece, resta ai margini."

Le presenze femminili dei festival in Italia

I numeri sembrano confermare questa lettura. Le opere dirette da donne candidate alla selezione veneziana sono passate dal 30% dello scorso anno al 24%. Una percentuale che non si discosta da quella registrata nelle principali manifestazioni italiane: alla Festa del Cinema di Roma e al Torino Film Festival la presenza femminile oscilla tra il 20 e il 25%, in linea con il peso complessivo delle registe nell'industria cinematografica nazionale.

E all’estero?

Anche all'estero il quadro cambia solo in parte. Al Festival di Cannes le donne raggiungono il 34% nelle sezioni collaterali, ma scendono al 22% nella competizione per la Palma d'Oro. La Berlinale resta il festival più avanzato sotto questo profilo, con una presenza femminile tra il 30 e il 40% nella corsa all'Orso d'Oro. Il problema, dunque, non riguarda soltanto Venezia. È strutturale. Le registe continuano ad avere un accesso limitato ai grandi finanziamenti e alle produzioni di maggiore peso economico. Negli Stati Uniti appena l'8% dei film con i maggiori incassi è diretto da donne. E anche la storia degli Oscar racconta uno squilibrio evidente: in quasi un secolo di Academy Awards si contano soltanto nove candidature e cinque vittorie nella categoria Miglior Regia.

In Italia solo una regista donna su sei

Secondo i dati raccolti dal Lab Femmes de Cinéma in 18 paesi europei, soltanto una donna su sei arriva a dirigere il terzo lungometraggio. L'Italia figura tra gli ultimi paesi europei per parità di genere nel settore: meno di un regista su sei è donna e circa l'80% dei lungometraggi porta la firma di uomini. "Non è una questione di quote contrapposte al merito - prosegue Ghiglione, che nel suo ultimo libro “PrePotenti” affronta molto bene queste dinamiche, smontandole alla radice - Se un'istituzione ha bisogno di una regola per ricordarsi di non escludere metà del mondo, quella regola non è il problema. È la prova che il problema esiste."

Le disparità lungo tutta la filiera dell’audiovisivo

Le disparità attraversano l'intera filiera dell'audiovisivo. Alcuni reparti restano quasi esclusivamente maschili, come il suono (92%), la direzione delle musiche (90%) e la fotografia (87%), mentre altri continuano a essere fortemente femminilizzati, come costumi (78%), trucco (69%) e scenografia (57%). Una distribuzione che riflette stereotipi professionali ancora radicati. "Il problema è capire quanto talento perdiamo prima ancora che possa essere riconosciuto. - aggiunge Ghiglione - Quando alcune persone devono superare molti più ostacoli di altre per arrivare allo stesso punto, non siamo davanti a una competizione neutrale. La selezione comincia molto prima del red carpet."

L’accesso limitato ai finanziamenti ministeriali

Eppure gli strumenti normativi esistono. La Legge Cinema (n. 220 del 2016) prevede meccanismi premiali per le opere dirette o scritte da donne. Tuttavia, le graduatorie ministeriali raccontano una realtà diversa: i progetti a regia femminile che accedono ai fondi selettivi restano una minoranza, spesso al di sotto del 20%. Anche sul piano economico il divario è evidente. Oltre un quarto dei film diretti da donne ha un budget inferiore ai 200 mila euro, mentre le produzioni di maggiore investimento continuano a essere affidate quasi esclusivamente a registi uomini.

Le conseguenze sulle prospettive professionali

Le conseguenze si riflettono anche sulle prospettive professionali. Secondo lo studio Women in Film realizzato da Mastercard, il 48% delle donne che lavorano o vorrebbero lavorare nel cinema italiano prende in considerazione l'idea di abbandonare il settore. Una quota superiore alla media europea, attribuita soprattutto alle difficoltà di accesso ai finanziamenti, alla mancanza di reti professionali e alla forte concentrazione geografica dell'industria. Più della metà delle professioniste intervistate ritiene inoltre che il percorso verso la parità di genere abbia subito un rallentamento. "La questione - conclude Ghiglione - non è che le donne manchino. Mancano ancora troppo spesso le condizioni perché possano esserci".

Leggi anche