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Una novità inattesa infiamma la vigilia dell'83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. Con una mossa annunciata dalla Biennale, il programma ufficiale del concorso si arricchisce di un ventunesimo titolo: Naza, diretto dai registi Yuval Abraham e Rachel Szor. Già co-autori del pluripremiato No Other Land, vincitore dell’Oscar come miglior documentario nel 2025. Peraltro l’attivista palestinese che aveva contribuito al doc, Awdah Hathaleen, poi è stato ucciso proprio da un colono. Adesso i due cineasti irrompono nella selezione ufficiale in gara per il Leone d’oro.
Prodotto da The Guardian insieme a James Wilson (JW Films) e con la produzione esecutiva di Jonathan Glazer, la stessa squadra premiata agli Oscar per La zona di interesse, Naza verrà presentato in anteprima mondiale il 10 settembre nella Sala Grande del Palazzo del Cinema.
Un’indagine visiva sulla macchina della morte
La trama di Naza affronta in modo crudo e diretto il genocidio israeliano in Palestina. A quanto si apprende dal sito della Biennale, infatti, è stato quasi interamente di notte sui tetti di Tel Aviv: il documentario rivela nel dettaglio i sistemi tecnologici e le dinamiche operative alla base dell’uccisione di massa dei civili palestinesi, da parte delle forze armate israeliane.
Attraverso un'indagine rigorosa, quindi, verrà svelata l’architettura della guerra contemporanea, la macchina della morte dei cecchini, portando allo scoperto meccanismi d’attacco invisibili all'opinione pubblica. Naza si preannuncia già come potente atto di denuncia e d’inchiesta sui crimini di guerra israeliani e sulla tragedia in corso. Anche stavolta, sulla carta, si attende un’ondata di commozione e polemiche tra pubblico e critica.
I registi: davanti al genocidio non potevamo tacere
Nelle note diffuse della produzione, i registi hanno espresso la profonda urgenza politica ed etica che ha guidato la realizzazione del film: “Come cineasti, non potevamo rimanere in silenzio di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza. Naza nasce dalla necessità impellente di mostrare ciò che troppo spesso viene nascosto o normalizzato dalla propaganda di guerra. Abbiamo voluto documentare la struttura metodica e tecnologica che decide della vita e della morte di migliaia di civili innocenti”.
E ancora gli autori proseguono: “Portare questo lavoro al Festival di Venezia, sul palcoscenico più importante del cinema mondiale, significa rompere il muro dell’indifferenza e chiedere conto di una tragedia umana che non può e non deve lasciarci neutri".
Il ritorno della Palestina dopo Hind Rajab
L'ingresso di Naza nella competizione veneziana conferma l’impegno storico della Mostra nel dare spazio alle voci del cinema di impegno civile. Il film rilancia con forza la questione palestinese, ponendosi in ideale continuità con il percorso tracciato nella precedente edizione da La voce di Hind Rajab della tunisina Kaouthier Ben Hania, che conquistò il Leone d'argento nel 2025 venendo indicato fino all’ultimo come potenziale Leone d’oro.
Il film rimetteva in scena la storia della bambina uccisa in una macchina, crivellata di colpi dall’esercito israeliano, facendo sentire la sua voce autentica registrata nelle chiamate ai soccorsi. Naza, a quanto pare, allarga perfino la questione e propone tanti e tante Hind Rajab, indagando proprio sul meccanismo di morte allestito dal governo di Netanyahu. La Palestina torna al Lido, dunque, il cinema si conferma anche un occhio sul presente.


























