Un deserto verde. Incredibile, sconfinato, disarmante. Verde è il colore della speranza, ma qui, al confine tra Paraguay e Brasile, è ormai da decenni il colore della disperazione. “Green is the new red” è un viaggio doloroso e coraggioso nella Repubblica della Soia, la culla dell’agroalimentare mondiale, che oggi occupa in Paraguay il 96% delle terre coltivabili. In Brasile, rappresenta 14 milioni di ettari, dove abitavano tradizionalmente le popolazioni indigene. Il film, ora disponibile su OpenDDB, ha vinto il Premio Manifesto e il Premio del pubblico al Biografilm Festival 2025.

Dalla violenza della dittatura a quella dell’agrobusiness

Anna Recalde Miranda, regista italo-paraguaiana, ci porta con sé alle radici della sua storia familiare, che si intreccia con quella di un intero movimento di attivisti, sistematicamente repressi e torturati. Una denuncia profonda della continuità tra le repressioni delle dittature di ieri e l’attuale violenza ecocida legata all’agrobusiness. Il titolo evidenzia come l'ambientalismo ("green") sia diventato il nuovo bersaglio politico, sostituendo la persecuzione dei comunisti “sovversivi ("red") perpetrata sin dagli anni '70 da parte della dittatura. Il documentario è frutto di un lungo percorso, il risultato di immagini girate in periodi diversi e segnate da incontri con i protagonisti di ieri e di oggi.

Martin Almada e “l’Archivio del terrore”

A cucirle insieme, il rapporto con Martin Almada, avvocato e attivista paraguaiano, che fu il primo a scoprire il cosiddetto “Archivio del terrore”: centinaia di faldoni che attestano le torture disumane operate da governo e polizia nei confronti degli attivisti, con la complicità silente degli Stati Uniti, in funzione del rapporto perverso con le maggiori imprese produttrici di soia, che hanno via via espropriato le terre ai contadini indigeni di Paraguay e Brasile.

"Green is the new red"

La Repubblica della Soia 

“Green is the new red” è la terza parte di una trilogia di documentari, frutto di oltre 15 anni di lavoro sul campo. I due film precedenti girati in Paraguay, “La tierra sin mal” (2009) e “Potere e impotenza, un dramma in 3 atti” (2014), seguono l'ascensione e la caduta dell'unico governo progressista della storia del paese, tra il 2008 e il 2012, quando venne destituito dall’ennesimo colpo di stato. Oggi la Repubblica della Soia è un deserto verde di coltivazioni ogm, divampato nel cuore del Sudamerica proprio grazie all’appoggio dato delle dittature militari e dei grandi latifondisti alle multinazionali dell’agrobusiness.

Quasi 2mila ambientalisti uccisi

Impressiona la gravità e la quantità delle denunce contenute in 100 minuti di lungometraggio. Documenti pubblici, o non più secretati, che svelano un passato segnato dalla violenza politica dell’Operazione Condor e un presente macchiato dall’uccisione di quasi 2mila ambientalisti e difensori della terra. Eppure, la quotidiana lotta di attivisti e contadini in Paraguay e Brasile resta quasi sconosciuta qui, in questa nostra parte di mondo. Ignoriamo l’esistenza di migliaia di “campesinos sin tierra”, contadini a cui è stata strappata la terra da multinazionali della soia e grandi latifondisti, che oggi fanno fatica a sopravvivere. Intere comunità indigene silenziosamente avvelenate, attraverso lo spargimento di sostanze tossiche per via aerea.

Il “grillagem” e la falsificazione dei documenti

Secondo la Commissione Verità e Giustizia, in Paraguay 8 milioni di ettari sono stati consegnati dal dittatore Stroessner ai suoi amici e alleati. Terre avrebbero dovuto essere distribuite ai contadini senza terra attraverso la riforma agraria, prevista dalle costituzioni di questi paesi dopo la fine delle dittature. Ma i proprietari privati hanno occupato i terreni appartenenti allo Stato grazie a un sistema basato sulla falsificazione dei documenti e sulla corruzione. Il documentario svela, a tal proposito, la tecnica del grillagem: pratica criminale brasiliana per falsificare documenti, usando dei grilli che urinano sulle carte chiuse nelle scatole, facendole apparire invecchiate.

Un’altra fine del mondo è possibile 

Anna Recalde Miranda ci restituisce un racconto pieno di amarezza e disillusione, sentimenti proprio di chi, come lei, dal G8 di Genova non è mai più “tornato a casa”. Un’intera generazione altermondialista che urlava “un altro mondo è possibile” oggi, ferita nel profondo, pensa invece che di possibile, ormai, ci sia solo “un’altra fine del mondo”. Al termine di una lunga narrazione in soggettiva, la regista ci ha portato con sé, nella sua mente e nel suo cuore. E anche a noi sembra di provare, sui titoli di coda, la sua stessa tristezza: “pungente, disarmante, solitaria”. Eppure anche noi, come lei, continuiamo a sentirci parte di una piccola comunità, ostinatamente convinta che qualcosa si possa ancora cambiare.

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