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Di caporalato si torna a parlare quando in varie zone dell’Italia accadono vicende di cui la cronaca riferisce violenze ed efferatezze, che purtroppo continuano a manifestarsi malgrado una legge specifica sia riuscita in questi ultimi anni ad arginare il fenomeno, senza però estirparlo del tutto, data anche la sua capacità camaleontica di riemergere in nuove e diverse modalità. Ma da dove arriva la pratica del caporalato, e in che modo si è trasformato nel corso della storia italiana? A queste e altre decisive questioni risponde il volume di Giovanni Ferrarese, ricercatore presso l’Università di Salerno, autore de Il caporalato. Una storia (Carocci editore, pp. 252, euro 19).
I capitoli del libro ricompongono una storia del caporalato in Italia, con dati e testimonianze. In che modo è stato costruito?
Nasce dall’attività per l’Osservatorio Placido Rizzotto, mescolando anche il personale percorso accademico, e collaborando per la FLAI Cgil al rapporto agromafie/caporalato Flai per il contrasto al caporalato dell’associazione Progetto Diagrammi Sud. Dunque il libro è per una parte ricerca accademica, per altra parte di una ricerca sul campo con la Flai per un ampio progetto di contrasto caporalato. Poi, se posso, c’è anche un aspetto personale…
Prego.
Il mio interesse al tema parte anche dal fatto di aver avuto una mamma e una zia sotto caporali, per quasi trent’anni, nella piana del Seve. Sono cresciuto con i loro racconti, in maniera più o meno consapevole. Insomma, il libro è un prodotto ibrido, composto da elementi tra loro diversi.
Che tra l’altro non si limitano soltanto al tema del caporalato.
Esatto. Rispetto alle mie ricerche ho approfondito anche l’ambito prettamente agricolo, spingendomi fino al campo dell’edilizia, ai temi della cura, arrivando sino allo sfruttamento dei rider, allargando l’area di riferimento dal Mezzogiorno a tutta l’Italia.
Da dove proviene l’ampio materiale di documentazione?
Moltissimo è materiale d’archivio, in particolare dal prezioso archivio Flai-Cgil, dall’Archivio del lavoro di Milano, e altri della rete Cgil, che custodiscono utilissime storie del lavoro, in particolare su come il caporalato si evolve, se così possiamo dire, in agricoltura a partire dall’età moderna, partendo da alcuni passaggi dal secondo dopoguerra in poi, ma anche prima, nel periodo del fascismo e delle mondine.
Cosa ne emerge?
Credo che l’elemento più evidente sia che più è precaria la vita delle persone, più aumentano le forme di sfruttamento e di violenza. Tornando alla mia vicenda famigliare, mia mamma e mia zia, negli anni Settanta-Ottanta, non percepivano il caporale come tale, ma come un semplice guidatore del bus che le portava al lavoro. Non si percepiva come caporale, ma come autista, i cui intermediari erano la moglie, per esempio, e lo sfruttamento, il guadagno minimo, la costrizione, le forme di violenza, in gran parte venivano in qualche modo edulcorate. Poi qualcosa cambia.
Quando?
Con l’arrivo dei braccianti stranieri, un fenomeno che porta con sé anche quello dell’emergenza abitativa: qui ci troviamo di fronte a una situazione in cui il caporale gestisce tutta la vita di queste persone. Mentre le braccianti italiane tornavano a casa, questi braccianti stranieri devono trovare un alloggio, a pagamento, come devono pagare la ricarica del telefono cellulare. Così il caporale monetizza ogni aspetto della lor vita. Questo è il principale cambiamento.
Nel libro si documenta non essere l’unico, soprattutto per le lavoratrici.
Sì, con le braccianti straniere assistiamo purtroppo anche a un innalzamento della violenza di genere. In passato, nel calabrese ad esempio, se una donna veniva violentava usciva dal matrimonio e rimaneva in condizioni di sudditanza, una violenza quasi pianificata, praticata per mantenere una posizione di controllo sulle persone. Ecco, con le braccianti straniere, questa pratica orrenda si è ancor più diffusa.
Pochi settimane fa, nel salernitano, un uomo è stato lasciato davanti a un ospedale in condizioni disperate, in stato di cancrena. Sembra probabile essere un lavoratore dei campi. Che idea si è fatta di questa vicenda?
Dalle notizie che ho raccolto pare proprio essere un bracciante, in uno stato di cancrena dovuto al contatto con fertilizzanti e pesticidi, un altro tema trattato troppo poco, nonostante gli sforzi del sindacato. C’è pochissima informazione riguardo la tutela verso sostanze di questo tipo nel comparto agricolo. Ricordo il caso simile di un lavoratore anche a Latina. Purtroppo non nulla di nuovo.
Quanto sta aiutando, se sta aiutando, la legge sul caporalato?
La legge ha fatto fare tantissimi passi in avanti, anche nel sequestrare le aziende quando c’è il rischio di caporalato. E basta documentarsi per capire che è una legge applicata tantissimo anche in altri settori produttivi. Nel libro si parla di Uber, dello sfruttamento dei rider, dell’operato dei marchi delle case di moda. Questa legge ha il merito di snidare il fenomeno anche in altri settori, con il pieno coinvolgimento del datore di lavoro, e conseguente sequestro dell’azienda. Certo, non basta da sola ad arginare il fenomeno; ma la creazione di servizi, in particolare grazie al sindacato, in ambito agricolo e soprattutto per i braccianti stranieri, aiuta queste persone a costruirsi una condizione giuridica che le tuteli, che senza permesso di soggiorno e un contratto di lavoro sono maggiormente a rischio.
Il libro ha anche il merito di ricordarci che questa condizione, nel corso della storia del caporalato, non ha riguardato soltanto gli stranieri…
Sì. La legge antiurbanesimo del 1961 tendeva a favorire la precarizzazione tra gli italiani, i meridionali che emigravano al Nord, o i veneti che si spostavano in Lombardia e Piemonte. Si tratta della stessa trappola: non ho residenza, quindi niente collocamento, niente lavoro. All’epoca se ne usciva con il meccanismo delle finte cooperative, dove il lavoratore ne diventava socio, e per ottenere mano d’opera ne usufruivano le grandi aziende, i cantieri navali. Altra questione fondamentale sono poi i meccanismi di formazione, una via d’uscita individuale: se le persone sono maggiormente formate possono spendersi meglio sul mercato del lavoro, escono fuori da un circuito asfittico, sfuggono a determinati meccanismi.
Trattando di caporalato non si può non ricordare la figura di Alessandro Leogrande, citato più volte nel libro.
Alessandro Leogrande è stato un giornalista che personalmente associo a quel gruppo di sociologi, come Marco Omizzolo, che per primi hanno parlato di caporalato a un pubblico più grande, ricostruendo in modo dettagliato il fenomeno. Con il suo “uomini e caporali” Leogrande ci ha raccontato le storie dei lavoratori polacchi in Puglia, dimostrandoci non solo quanto il caporalato possa essere violento, ma anche come il caporale si attrezza per far fronte ai cambiamenti che intervengono. Quando nel 2007 si aprono le frontiere in Europa, i caporali assumono i sotto-caporali polacchi nel ruolo di mediatori, mostrando quanto il fenomeno sia in grado di cogliere prima delle istituzioni le conseguenze di certi cambiamenti. Leogrande ci ha insegnato che per contrastarli bisogna reagire con le stesse armi, scrivendo pagine tristi, tremende e bellissime della nostra storia più recente.























