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Alla Casa della cultura di Milano ha avuto luogo il convegno “Carcere e islam. Esperienze a confronto per una politica laica e interculturale”, organizzato da ArciAtea rete per la laicità, Gruppo nazionale di lavoro, Stanza del silenzio e dei culti, Associazione di Donne di qua e di là, Fondazione don Gino Rigoldi e promosso dalla Cgil.
Dal convegno è emerso che vi sono esperienze virtuose in alcune delle carceri italiane e che “dovrebbero fare da traino per tutte gli altri istituti penitenziari, ma questo non avviene”, ci dice Denise Amerini, responsabile Dipendenze e carcere della Cgil, che è stata tra i relatori dell’incontro.
Le esperienze virtuose
Don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, ha raccontato come è nato quello che si potrebbe senza dubbio definire un dialogo interreligioso tra i giovani detenuti da lui seguiti: "L'esigenza di trovare la maniera per approfondire la religione islamica e per avere spazi di religione e di preghiera deriva dal fatto che ‘in casa mia’ ci sono 14 ragazzi, 13 dei quali sono musulmani, quindi è quasi scontata. In realtà ne sanno poco della loro religione, anche perché molti di loro sono analfabeti e sulla religione hanno idee molto vaghe”.
E ancora: “Siccome ero interessato al fatto che incominciassero a pregare anche i ragazzi musulmani, ho iniziato a fare la ‘non messa’ al Beccaria: andavamo in una stanza dove venivano quattro o cinque cristiani italiani e con gli altri ragazzi musulmani riflettevamo sul volto di Dio, sul carattere di Dio, su cosa gli piace, cosa non gli piace, chi è, che regole ci dà, cosa perdona, cosa promuove. Venivano fuori delle cose interessanti, e perfino un po' mistiche”.
Don Gino Rigoldi ha spiegato come i ragazzi riuscivano a esprimere in questa circostanza il desiderio di Dio, “che può essere simile a quello di una figura paterna, che dà delle regole, ma poi ti aiuta anche a vivere, che ti prende così come sei, con qualità e difficoltà. La differenza significativa che emergeva stava nel fatto che i musulmani rivelavano un'idea di Dio molto normativa, come di un legislatore che ti vuole bene”. Un padre dal quale hanno dovuto separarsi anzitempo.
“Vivendo con loro, mi sono reso conto che quando incominciano a pregare, cambiano. Cambiano in bene. Questa è la religione”, conclude il cappellano.
Don Rigoldi ha quindi insistito affinché in carcere entrasse un imam e così Abdullah Tchina è arrivato al Beccaria in quanto “titolare di una conoscenza sull'Islam molto importante e capace di comunicare, perché questo è sempre fondamentale quando si ha a che fare con gli adolescenti”.
Il primo imam a entrare in un carcere italiano
Abdullah Tchina è algerino, in Italia da 35 anni, ed è il primo imam nominato ufficialmente in un istituto di pena italiano, il Beccaria. Dopo avere guidato la comunità islamica di Sesto San Giovanni, nel 2025 ha iniziato ad affiancare il lavoro dei due cappellani già presenti.
"Nonostante il mio sia un incarico religioso – ha raccontato nel suo intervento al convegno –, ho cercato di avvicinarmi ai ragazzi tenendo conto che la loro fascia di età è sensibile. Alcuni di loro hanno passato momenti molto difficili, sono arrivati in Italia con i gommoni, transitando magari da un Paese come la Libia: sono ragazzi che hanno subito dei traumi”.
Altri, ha continuato, “sono nati in Italia, ma spesso hanno a che fare con adulti che li usano, ‘professionisti’ della malavita che li introducono nel loro ambiente. In entrambi i casi non c’è bisogno solamente dell’imam, ma di una struttura collaborativa che tratti anche l'aspetto psicologico, culturale e istituzionale”.
Tchina precisa che lui e i mediatori culturali e i volontari con i quali collabora cercano di dare ai ragazzi detenuti “un rifugio, risposte religiose, sociali e culturali, anche per poter assorbire la loro rabbia, i loro problemi, i loro bisogni, per aiutarli nel carcere e anche soprattutto per affrontare il periodo dopo il carcere, fornendo loro anche alcune possibilità di collocarsi quando saranno in libertà”.
L’imam ci dice però che manca un quadro giuridico per definire il suo ruolo, che andrebbe diffuso in tutte le carceri, anche se di recente ha ricevuto dalla procura rassicurazioni sulla possibilità di riprodurre l’esperienza del Beccaria.
Il caso singolo divenga sistema
Con le parole di Abdullah Tchina torniamo a quanto affermato da Amerini: è triste che queste esperienze rimangano casi isolati, è necessario che tutto venga messo a sistema. La responsabile Dipendenze e carcere della Cgil non può però esimersi dal ricordarci le condizioni dei carcerati: “I dati che abbiamo ci dicono di un sovraffollamento al 136,87%, con ambienti impraticabili, spazi che mancano, le cosiddette attività trattamentali che non si riescono ad organizzare”.
Amerini si dice convinta che “se non si risolve a monte la situazione, qualsiasi intervento che noi facciamo potrà essere solo parziale e limitato. Dopodiché, nel caso specifico della libertà religiosa, bisogna rispettare l’articolo della Costituzione che sancisce la libertà religiosa per tutte le persone indipendentemente dal luogo dove si trovano”.
“Anche potere avere la possibilità di seguire i riti del proprio culto religioso, sebbene possa sembrare un problema minore, attiene al modo di essere, al vissuto di un detenuto, al suo essere persona, individuo - prosegue –. Spersonalizzare, invece, indebolisce la mente e lo spirito e quindi anche l’esercizio dei propri diritti che hanno a che fare con la quotidianità” e che invece, interpretiamo noi, in carcere non sempre sono rispettati.
L’importanza dei datteri
Mounia El Fasi, dell’associazione Donne di qua e di là e promotrice del Gruppo nazionale stanza del silenzio e dei culti, ha raccontato della sua esperienza nel carcere di massima sicurezza di Parma: “Un terzo dei detenuti è straniero, tra loro la metà è musulmana – ha affermato nel suo intervento –. Sono dati che ci dicono che, insieme a una serie di altre cose, ci deve essere un'organizzazione che renda effettiva la pratica religiosa, perché questo ha una funzionalità” più generale.
A colpire, nel suo intervento, il tema dell’alimentazione, toccato anche da Abdullah Tchina. Entrambi hanno citato il periodo del ramadan, da poco terminato: “Non tutti lo rispettano, ma abbiamo fatto davvero fatica a fare entrare in carcere gli alimenti tipici di questo periodo” e che possono assumere dopo il tramonto”, dice El Fasi.
"Uno dei ragazzi del Beccaria ha detto che non mi avrebbe incontrato perché avevo promesso che sarebbero entrati i dolci tipici, ma non è accaduto – aveva già raccontato Tchina –. Ovviamente questo perché ci sono norme che impediscono l’ingresso di prodotti dall’esterno”.
Tra questi prodotti ci sono i datteri, “che sono uno degli alimenti fondamentali: il dattero ha ruolo sacro e nutrizionale nell'Islam. – spiega El Fasi –. È citato 22 volte nel Corano ed è tradizionalmente utilizzato per interrompere il digiuno ed è anche un simbolo di benedizione. Questo alimento non è previsto in carcere, ma alla fine siamo riusciti, con la collaborazione delle istituzioni, a fare entrare un pacco di alimenti tradizionali e anche questo è stato un modo di acquisire i propri diritti”.



























