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Il racconto

Liliana Segre e la resistenza eroica della memoria

Ilaria Romeo
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Il 20 gennaio dello scorso anno la senatrice a vita incontrava le studentesse e gli studenti di Milano riuniti al Teatro degli Arcimboldi. Migliaia di ragazze e ragazzi, giovani, bellissimi, tutti in piedi ad applaudire e a dire “Grazie Liliana”

“Nel periodo passato all’interno del campo di concentramento dì Auschwitz - diceva ai ragazzi e alle ragazze riuniti al teatro degli Arcimboldi la senatrice a vita Liliana Segre raccontando di quando aveva avuto l’occasione di raccogliere la pistola di uno dei suoi carcerieri - mi ero nutrita di odio e di vendetta. Vidi la pistola e pensai: 'ora lo uccido'. Mi sembrava il giusto finale di quello che avevo sofferto ma poi capii che non ero come quegli assassini, non avrei mai potuto uccidere nessuno. E mentre la tentazione era fortissima la più grande che ho avuto nella mia vita, non raccolsi quella pistola (…) E da quel momento sono diventata quella donna libera e di pace che sono anche adesso”.

Nata a Milano il 10 settembre 1930, di famiglia laica, da bambina Liliana Segre avrà la consapevolezza del suo essere ebrea attraverso il dramma delle leggi razziali fasciste del 1938, in seguito alle quali verrà espulsa dalla scuola che frequentava.

Era un giorno di fine estate del 1938 - racconterà - Io ero a tavola con il mio papà e i miei nonni paterni, che poi finirono tutti ad Auschwitz. Ricordo le loro facce. Serie. Tirate. Preoccupate. Mai visti così. ‘Liliana, ti dobbiamo dire una cosa’, mi disse papà. Eravamo a Premeno, alto Lago Maggiore, sopra Verbania. Io avevo 8 anni. Avevo avuto un’estate normale. Mio papà, molto attento alla nostra salute, ci portava ogni anno al mare, a Celle Ligure; poi in montagna, e ogni anno gli piaceva cambiare posto: Macugnaga, San Martino di Castrozza, Bormio… A fine estate, concludevamo le vacanze al lago, a Premeno, luogo per me noiosissimo, in attesa che iniziasse la scuola, che allora apriva il 12 ottobre, giorno della scoperta dell’America da parte – ci insegnava la maestra – dell’italiano Cristoforo Colombo. Era stata per me – bambina che non veniva informata di quello che succedeva nella politica, degli annunci e delle tensioni che agitavano da mesi l’Italia – un’estate normale di una normale famiglia italiana, borghese e agiata. Ma quel giorno le facce di mio padre e dei miei nonni non erano normali, erano diverse dal solito. ‘Ti dobbiamo dire una cosa’, ripetè papà. ‘Non potrai tornare a scuola, a ottobre. Sei stata espulsa’. Io non capivo. Sapevo che ‘espulsa’ era una parola pesante. Per essere ‘espulsi’ bisognava aver fatto qualcosa di grave. Di molto grave. Chiesi a mio padre che cosa avevo fatto, che cosa era successo. Mi rispose che c’erano delle nuove leggi, che le cose erano cambiate, che noi eravamo ebrei e che dunque non sarei potuta tornare alla mia scuola, la Ruffini di Milano, dove avrei dovuto iniziare la terza elementare. Non sarei più stata in classe con le mie compagne e con la mia maestra Bertani. Quel giorno scoprii di essere ebrea.

Per anni non riuscirà a raccontare il suo dramma fino a quando, diventata nonna, deciderà di parlare, soprattutto ai giovani, da sempre suoi interlocutori privilegiati.

Il 19 gennaio 2018, 80º anniversario delle leggi razziali fasciste, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in base all’art. 59 della Costituzione, la nominerà senatrice a vita “per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”. È la quarta donna ad assumere tale incarico, dopo Camilla Ravera (1982), Rita Levi-Montalcini (2001) ed Elena Cattaneo (2013).

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori - diceva nell’occasione - prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz. Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri. (…) Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza. Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi - ancora in larga parte inattuati - dettati dalla Costituzione repubblicana (…).

Come primo atto legislativo la senatrice Segre proporrà l’istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, proposta sostenuta tra gli altri dai colleghi senatori a vita Renzo Piano ed Elena Cattaneo. Il 30 ottobre 2019 il Senato della Repubblica, con i 151 voti favorevoli di Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Liberi e Uguali e Autonomie e le 98 astensioni di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, approva la mozione.

Esattamente una settimana dopo, in seguito alle minacce via web e a uno striscione di Forza nuova esposto nel corso di un appuntamento pubblico a cui partecipava a Milano, la Prefettura della città rendeva nota la decisione - da tempo sotto esame - di assegnarle una scorta.

“Siamo noi la sua scorta” le dicevano lo scorso anno gli studenti e le studentesse di Milano, ai e alle quali rispondeva: “A me dispiace da matti avere novant’anni e sapere che ho pochi anni ancora davanti. Anche se gli odiatori ogni giorno mi augurano di morire, mi dispiace tantissimo di dover abbandonare la vita. Perché la mia vita mi piace moltissimo (…) Anche nell’inferno dei campi di concentramento noi non scegliemmo di attaccarci ai fili elettrificati per scegliere la morte, che sarebbe arrivata in un secondo. Noi scegliemmo la vita, scegliemmo la vita, parola importantissima che non va sprecata e non va mai dimenticata nemmeno un minuto. Non bisogna perdere neanche un minuto di questa straordinaria emozione che è la vita. Perché nel tic-tac che il tempo che scorre, il tic è già tac”.

Sugli insulti e le minacce ricevuti dalla senatrice via web la Procura di Milano aveva già aperto nel 2018 un’inchiesta contro ignoti assegnata al Dipartimento antiterrorismo.

A proposito di tali messaggi affermava la senatrice Segre: “Non ne ho letto neanche uno, sono talmente vecchio stile che sui social non ci sono proprio”. “Non credo che esista un metodo per sgominare gli odiatori seriali - aggiungeva - sono persone malate che andrebbero curate e hanno tempo da perdere (…) Perdono il loro tempo, è molto prezioso, non si torna mai indietro neanche di un attimo. Questi lo sprecano, il mio consiglio è di non sprecarlo. Ogni minuto della nostra vita va goduto e sofferto. Bisogna studiare, vedere le cose belle che abbiamo intorno, combattere quelle brutte e non perdere tempo a scrivere a una 90enne per augurarle la morte. Tanto c’è già la natura che ci pensa. (…) Ma io, da nonna, mi fido dei giovani, saranno loro a sbarazzarsi dell’odio”.

I giovani - diceva Sandro Pertini (un patriota, parola che va tanto di moda in questo periodo!) - non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo. Hanno e abbiamo - noi tutte e tutti - bisogno di persone come Liliana Segre.