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Memoria e lavoro

Un patrimonio di film tra passato e futuro

Foto: Archivio storico Cgil nazionale
Maria Antonia Fama
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L'Aamod non è solo un immenso archivio di storie e protagonisti del passato, ma sostiene il cinema del presente, tessendo un filo rosso indissolubile verso la memoria collettiva del futuro. Tra i progetti più importanti, c'è "Unarchive", un riuso creativo del repertorio come materia cinematografica viva

“Un cinema subito, un cinema insieme, un cinema deliberatamente politico, senza più le mediazioni della cultura tradizionale”. Cesare Zavattini definiva così il suo sogno di un Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio. Una comunità di registi, autori, sceneggiatori liberi dalle pastoie del pensiero dominante. E liberi, come l’arte deve essere. Quando la Fondazione Aamod nasce, alla fine degli anni settanta, i suoi fondatori sentono con forza l’esigenza di mettere al centro dell’inquadratura punti di vista nuovi e diversi, rispetto a quelli noti: “Quella parte d’Italia sempre poco rappresentata dai canali di informazione e cinematografici”, come racconta Claudio Olivieri, archivista. I protagonisti principali della narrazione diventano gli operai, i contadini, le donne, i lavoratori. Attraverso le loro storie, l’Archivio documenta e alimenta, anno dopo anno, la memoria collettiva dei grandi movimenti sociali.

Un patrimonio vastissimo, che conta oltre diecimila film, e centomila foto, duemila audio e quindicimila documenti cartacei. La Fondazione ha come sua missione quella di rendere consultabile e accessibile questa immensa ricchezza. Ma anche riutilizzabile. Tra i progetti principali, infatti, confermati anche per il 2021, c’è “Unarchive”, letteralmente dal linguaggio informatico “de-archiviare”. “Tra i nostri obiettivi non c’è solo quello di conservare il materiale audiovisivo - spiega Luca Ricciardi dell’Aamod – ma anche quello di permetterne il riutilizzo, con modalità meno tradizionali. La nuova frontiera verso cui ci stiamo spingendo è l’idea di un riuso creativo”. Il repertorio, dunque, non è solo documento storico, ma anche materia cinematografica viva, “capace di produrre significati nuovi e ulteriori in relazione a concezione filmiche diverse da quelle originarie”. Una seconda vita, una vita nuova, in cui il cinema si confronta con altre forme d’arte. Ma anche l’occasione per ripensare il ruolo e il lavoro dell’archivista di film.

Cosa succede, infatti, all’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità digitale? Paradossalmente, i mezzi tecnologici meno avanzati sono quelli che garantiscono una conservazione migliore e più sicura, perché meno “volatile”. La pellicola si vede, si tocca e può restare per anni in una scatola, a differenza dei giga. I documenti audiovisivi originari erano tutti su supporto in pellicola e per poter essere visionati l’unico strumento possibile era la moviola, per le 35 e i 16 millimetri. Oggi le tecnologie digitali consentono nuove forme di conservazione e consultazione delle opere audiovisive, di restauro e “pulizia” dei materiali originari. “Ma si può anche, volendo, pensare di ristampare il film su pellicola – dice Alice Ortenzi, archivista – che ad oggi resta comunque il supporto di conservazione più longevo esistente”.

Il documentario

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