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Hanno ammazzato a Turiddu Carnevale

Franco Blandi
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"Osservo le pietre, l'erba, le spighe. Loro sanno, hanno visto chi lo ha ridotto così, ma non possono parlare. Tutti bene ci volevano, tranne i vigliacchi mafiosi"

 

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto da “Francesca Serio. La madre” di Franco Blandi, Navarra 2018. il primo romanzo sulla vita della madre di Salvatore Carnevale, sindacalista siciliano barbaramente ucciso dalla mafia il 16 maggio 1955

 

Signuruzzu, puru a mia arricampàti.

Sciara
Lunedì 16 maggio 1955

Mi giro e mi rigiro nel letto. Dormo, sogno, mi sveglio, poi mi riaddormento. Sogno ancora, mi sveglio di soprassalto. Che sogno strano che ho fatto, cantavo. Inutile restare ancora a letto, mi alzo piano piano, senza fare rumore. Mio nipote Totò dorme tranquillo. Mi vesto e scendo dal soppalco.

“Unni va vossia accussì prestu?” dice mio figlio con voce assonnata.

“Turidduzzu, ti ruspigghiai?” rispondo.

“No, no, vigghianti era” mi dice mentre si alza dal letto.

“Turiddu, vedi che stanotte mi sognai un sogno pericoloso”.

“Che si sognò?”.

“Mi sognai che ero in un’orchestra che cantavo e mi facevano un applauso meglio di quella che cantava ieri sera al cinema. Stai attento a matri, che il canto della notte sarà il pianto del giorno. Apri l’occhi alla cava, stai attento per qualche mina, per qualche puntale…”.

“Vossia perché pensa a queste cose; non ci deve credere ai sogni, sono superstizioni queste!”.

Visto che mi sono svegliata così presto, ne approfitto per impastare il pane. Mio figlio, intanto, si prepara per andare a lavorare. [...]

Il pane è già sotto le coperte a lievitare quando dalla porta entra mio cognato Francesco. Ha la faccia bianca come il latte.

“Dov’è Totò?”.

Totò, mio nipote penso, suo figlio, che è qui.

“Dorme” gli dico.

E mio cognato si tranquillizza. Vedo che mio cognato si è calmato nella faccia.

“Ancora dorme?” dice.

“Che vuoi, u picciriddu si è coricato tardi ieri sera”.

“No, tuo figlio, dico, non dico per mio figlio”, mentre dice così mio cognato diventa un’altra volta con la faccia pallida.

“Quando se ne andò, dov’è?”.

“Alla cava, non lo sai che se ne va alla cava?”.

“Quando partì?”.

“Alle cinque e mezza”.

“Solo era?”.

Mi dice così e allora m’insospettisco, dico: “Talè, che è successa qualche disgrazia? Bedda matri!” mi metto a piangere forte.

“No, non piangere, no, non ti agitare – dice. – Calogero Baratta è venuto in paese a dire che c’è un morto, ma dice che è un vecchio, però. Ora m’informo e poi hai la risposta”.

Non posso stare sulla fiducia di mio cognato.

Lui va via, ma non riesco a stare ferma. Mi metto a correre per le strade del paese. So dove abita Baratta, lui ha visto questo morto e potrà essere più preciso. Corro, corro, ecco la sua casa. Busso, busso più forte, ma nessuno risponde. Chiamo, ma non c’è nessuno. Passano due donne, piangendo mi dicono che sono in pensiero per i loro figli. Salvatore Pace, il marito di una di loro, è andato con la motocicletta con Nino Mangiafridda a vedere sul posto, ma non è ancora tornato. Cammino, corro, seguo la strada che mio figlio fa ogni mattina. Una donna mi viene incontro, mi prende per un braccio, è preoccupata per suo marito che lavora alla cava. Mi tiene stretta mentre mi dice che ha visto mio fratello e mio cognato passare da qui, verso la cava, a Cozze Secche. Mi slego da lei e continuo a correre. Davanti alla cappella di san Giuseppe mi fermo per riprendere fiato.

“San Giuseppe, quanto non lo voglio io questo dolore di essere mio figlio, nemmeno lo desidero a nessuna persona”.

Proseguo, nella via cammino con i piedi, ma gli occhi li ho sempre che guardano, se vedo tornare mio fratello con mio cognato. Penso: “Se loro tornano, e allora non è mio figlio, ma se loro non tornano, sarà mio figlio”. Sento il rumore di una motocicletta. Vedo che è Mangiafridda con Pace. Faccio un passo indietro nello stradone e lo fermo, gli dico: “Nino, dimmi la verità, chi è questo morto?”.

Dice: “Francesca, da com’è messo non si può riconoscere. C’è il brigadiere dei carabinieri e non fanno avvicinare nessuno”.

Io so che lui e il brigadiere sono meglio dei fratelli, sono sempre insieme, mangiano insieme quando vanno in campagna, quando si trebbia, mangiano assieme a tutta la gente della principessa. Allora gli dico: “A te il brigadiere non ti fece avvicinare per vedere questo morto chi è?”. Allora inizio a battere i piedi per terra, mi dispero.

“Sull’onore e sull’anima di mia madre, non me lo fecero vedere!”.

Mi volto verso quello di dietro e dico: “Zio Turiddu, lei manco lo conosceva?”.

“Io, a me non mi fecero avvicinare proprio, solo però so che non è mio figlio”.

Corro come un fulmine, come una disperata, neanche i piedi poso più a terra. Prima dell’abbeveratoio, in contrada Cozze Secche, vedo tanta gente. Mi viene incontro mio cognato.

“Non correre che non è tuo figlio” però ha la faccia come i morti.

“E tu che fai qui? Cosa fai?”.

Si mette mio fratello: “Non è Totò – dice – non avere paura”.

“E voialtri cosa fate qui allora?”.

Faccio un altro passo avanti, si avvicina il brigadiere di Sciara.

“Signora, non è suo figlio”.

Mentre lui mi dice “non è suo figlio”, ho fatto un altro passo avanti e ho visto i piedi.

“Vigliacco! Dice che non è mio figlio, questi non sono i piedi di mio figlio?”.

È messo a testa sotto, però i piedi sono scoperti e ho visto le calzette.

“E quelle non sono le calzette che ci lavai ieri a mio figlio, che ha messo nei piedi? Dice che non è mio figlio, vigliacco!”.

Si avvicina un altro carabiniere. “Scusi, non so che grado ha, ma ne ha figli?”.

“Sì – mi dice – ce l’ho” e si mette a piangere.

“Se ha figli ed è cristiano, mi deve portare da mio figlio. Perché questo vigliacco dice che non è mio figlio? Ma è mio figlio!”.

E allora: “Lei lo sa che non si può toccare” mi dice.

“Lei mi metta alla prova, non lo tocco con le mani; faccia quello che vuole, ma è mio figlio. Lo posso vedere nella testa?”.

Allora mi prende per il braccio; dall’altro lato si viene a mettere questo brigadiere di Sciara.

“E si levassi! Quando vennero ad ammazzare mio figlio lei non c’era e ora viene a sorvegliare a me; io non sto andando ad ammazzare nessuno, perciò l’ho allevato 32 anni, e ora che sto per andarlo a vedere mi deve controllare, mentre ai mafiosi li lasciate liberi!”.

Lui si è fatto insistente, non si leva dal braccio. È mio figlio, non potete impedirmi di vederlo! Intanto vedo il sangue nella terra, accanto alla sua testuzza.

“Figlio, e come ti ammazzarono? E come ti misero bello sistemato?”.

Nella terra non c’è nessuna trappiatina, niente, nessun segno. Perciò, uno che viene ammazzato così, certo, qualche movimento lo deve fare: o resta col collo torto, o con un braccio aperto o con una gamba storta. Turidduzzu niente, pare che si è addormentato. È messo bello sistemato a faccia bocconi e non si può vedere in faccia. Dopo tre volte che tento di infilarmi per poterci cercare la faccia, mi levano da lì vicino e mi mandano via. Mi ero portata lo scialle, come fosse che mio figlio m’avesse detto: “Portati lo scialle, o matri, che mi devi coprire a me”.

Con questa sorta di sole, quando mai ho portato lo scialle? Mi levo lo scialle e ce lo metto sui pieduzzi. Chiedo a mio fratello e a mio cognato di portarmi a casa. Mi prendono a braccio. Cammino, le gambe tremano, sento le forze venire meno. Guardo a terra, dove ogni mattina passava per andare a lavoro, povero figlio mio. Tutta quella strada per andare e venire, non aveva neanche un asino o una bicicletta. Osservo le pietre, l’erba, le spighe. Loro sanno, hanno visto chi lo ha ridotto così, ma non possono parlare. Tutti bene ci volevano, tranne i vigliacchi mafiosi. Loro lo hanno ammazzato, vigliacchi! Tutta Sciara sa chi lo ha ammazzato a mio figlio.

Alle prime case del paese si avvicinano alcune donne. Piangono, mi abbracciano, si disperano. Adesso tutti sanno che hanno ammazzato a Turiddu Carnevale!

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