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Il libro

Quando il lavoro entrò nella storia

Foto: Gustave Courbet, "Gli spaccapietre" (1849)
Davide Orecchio
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Grazie a una raccolta in parte inedita di Lucien Febvre riscopriamo la sua passione, finora poco conosciuta, per il movimento operaio. Il grande storico francese si interroga sulla nascita dei sindacati e sull'autonomia dalla politica

Lucien Febvre (1878-1956), tra i massimi storici di sempre, innovatore e maestro della storia sociale, economica e delle mentalità, autore di studi miliari dedicati alla Francia rurale, a Rabelais, alla Riforma e a Lutero, fondatore delle Annales assieme a Marc Bloch, approfondì anche la storia del lavoro e del movimento operaio. È un aspetto meno noto della sua biografia culturale: riemerge grazie a Fabrizio Loreto, docente di storia contemporanea presso l’università degli studi di Torino, che ha curato una raccolta di testi in parte inediti del grande studioso francese, Lavoro e storia. Scritti e lezioni (1909-1948), Donzelli 2020.

“Biografia culturale”, ma dovremmo precisare: prima di tutto, biografia politica. La passione per la storia del lavoro - come spiega Loreto in una preziosa introduzione al volume - nasce infatti negli anni della militanza giovanile. La prima decade del Novecento vede Febvre schierarsi attivamente tra le fila del socialismo francese: si impegna nella Sfio (la Sezione francese dell’Internazionale operaia) e interviene a più riprese, nella pubblicistica, su temi di carattere sindacale e sociale.

Il “socialismo sindacalistadel giovane Febvre è libertario, operaista, antistatalista e autonomista. Alle mediazioni parlamentari - sottolinea ancora Loreto - preferisce l’azione diretta, l’arma dello sciopero; all’intervento dello Stato, antepone l’autotutela operaia. Il che corrisponde nitidamente a un’identità forte nel movimento operaio francese (e non solo) sino alla Prima guerra mondiale, che trovava i propri capisaldi nel pragmatismo dell’azione di classe e nell’indipendenza dal partito socialista.

 

Il primo saggio proposto nella raccolta, Una questione d’influenza: Proudhon e il sindacalismo contemporaneo, del 1909, rivela lo spirito di cui sopra. Febvre ragiona sui debiti del sindacalismo francese di fine Ottocento, e dei suoi maggiori esponenti, Fernand Pelloutier e Victor Griffuelhes, nei confronti del pensiero libertario e anarco-socialista di Proudhon. Un’influenza, come osserva giustamente Maria Grazia Meriggi (Rivista storica del socialismo, n. 2, 01/11/2020), che si può individuare soprattutto nella “diffidenza” per i partiti politici e per il ruolo dello Stato come agente di riforme sociali.

Dieci anni dopo, nel 1919, Febvre tiene alla Sorbona un ciclo di quattro lezioni sulla storia del sindacalismo francese. Gli appunti sono stati ritrovati dopo un secolo, nel 2012, ed escono per la prima volta in Italia, raccolti nella parte centrale del volume.

Le prime tre lezioni si concentrano sulle origini, l’organizzazione, la dottrina sindacalista dalla seconda metà dell’Ottocento alla Prima guerra mondiale. L’ultima lezione affronta gli anni del dopoguerra. Febvre espone gli aspetti fondamentali della questione sociale francese, a cominciare dalla costituzione del movimento operaio, prima su base spontanea e mutualistica, poi, alla fine dell’Ottocento, in forme sempre più organizzate di rappresentanza, coagulate nei territori attorno alle Borse del lavoro, e nei settori attorno alle federazioni di mestiere. Sbocco finale, a cavallo tra i due secoli, la nascita della Cgt (Confédération générale du travail), guidata dai sindacalisti anarco-rivoluzionari fino al 1914, ma successivamente transitata su posizioni moderate e riformiste.

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Di estremo interesse sono le pagine dedicate alle fonti, incluso l’allarme lanciato dallo storico sulla penuria stessa di fonti sindacali, dovuta a un mondo, quello operaio e delle campagne, non abituato, all’epoca, a lasciare tracce, a custodire archivio e storia di sé, il che trova anche riscontro nella giovinezza delle sue organizzazioni di rappresentanza, in una loro irruzione relativamente recente, all’occhio dello storico, sulla scena sociale e politica.

Nei brani dedicati al rapporto col socialismo, col partito, e alla dottrina, tornano in chiave storiografica i concetti cui si accennava sopra: l’autonomia e l’operaismo. Nel rivendicarli e illustrarli, il Febvre politico incontra il Febvre storico. E ragiona così:

“Il sindacalismo (...) trascura le opinioni, qualunque esse siano. Esso non costruisce sulle idee: base, per esso, troppo poco solida, troppo mutevole, troppo soggetta ai cambiamenti e alle trasformazioni. Una teoria non è mai una realtà stabile. La realtà, nel mondo contemporaneo, è la classe. C’è la classe degli operai, unici creatori della ricchezza sociale, ma che non ne traggono profitto. E c’è la classe dei detentori del capitale, che non si adoperano direttamente, ma alle cui condizioni l’operaio deve necessariamente sottostare, se vuole lavorare, cioè vivere. Tale antagonismo, chi ha interesse a farlo scomparire? L’operaio. A partire da ciò, il socialista afferma: ‘Lasciatemi fare. Io lo indottrinerò. Lo conquisterò alla causa socialista, all’idea socialista. Egli entrerà nella cornice del partito socialista. Ed è qui, in perfetta sintonia con le regole d’azione del partito e con gli uomini che, provenienti da ogni tipo di condizione sociale, vi si incontrano fraternamente, è lì che ormai egli lotterà per la sua causa’. ‘Deviazione inutile – risponde il sindacalista – inutile e pericolosa. A che serve la vostra propaganda e quest’ingombrante intermediario che è la dottrina? Più forte dell’idea non è il fatto – il fatto nudo e crudo, che si impone a tutti senza sforzi, senza discussioni possibili? L’operaio è l’operaio preso in quanto tale. Lo vado a prendere lì dove si trova, nell’officina, in fabbrica, al cantiere. Operaio, dinanzi a lui c’è il padrone. Ed egli lo sa bene’”.

Dopo gli anni Venti del Novecento - in uno scenario sindacale e politico, e anche personale, del tutto cambiato - Febvre abbandona l’interesse per la storia del lavoro e si dedica quasi esclusivamente alla storia moderna, contribuendo a trasformare profondamente la disciplina. Tuttavia sulle pagine delle Annales, fondate nel 1929, lascerà sempre uno spazio aperto ai temi del lavoro e alla questione sociale.

Foto: Lowell Girls (1800). New York Public Library Digital Collections

L’ultimo saggio della raccolta pubblicata da Donzelli - una perla, Lavoro: evoluzione di un termine e di un’idea (1948) - era già uscito in Italia nel 1966. Leggerlo, per i non addetti, è però una grande scoperta. Febvre scrive una piccola storia del lavoro attraverso l’evoluzione del suo concetto, del suo etimo e del suo valore, anticipando di quasi un ventennio la Begriffsgeschichte di Reinhart Koselleck. La tensione, nel corso dei secoli, dalla prima età moderna alla contemporaneità, verso la liberazione e la dignità di un’intera classe trova specchio nella metamorfosi lessicale.

“È davvero una strana avventura - argomenta lo storico - quella della parola che, muovendo dal significato di torturare, ‘tripaliare’, cioè torturare col ‘tripalium’, lo strumento dal triplice cuneo, prese, nel vocabolario francese nel corso del secolo XVI, il posto di vecchie parole precedentemente in uso (...). Nel Seicento, ‘travail’ (lavoro in francese, ndr) conservava ancora l’impronta delle sue origini e continuava a implicare, talvolta, afflizione, spossatezza, sofferenza e anche umiliazione”.

Per completare un ciclo che si apre col lavoro-tortura e si chiude, ovvero riapre, col lavoro-gioia sognato da Fourier, dovranno passare due secoli, il tempo nel quale “finalmente le classi lavoratrici conquistarono il diritto alla storia perché operaie, non più perché miserabili. Esse assunsero una dignità che si cominciò a invidiare loro da tutte le parti”. E dunque, chiosa Febvre, “lavoro, dura legge. Ma nulla impedirà all’uomo di soffrire, di lottare perché divenga un giorno la dolce legge del mondo”. Un sogno con una lunga storia alle spalle.