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L'era delle piattaforme

Lo streaming non uccide il cinema

Emanuele Di Nicola
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Un dialogo con Matteo Berardini, autore de "L'arrivo del lupo. Netflix e la nuova Tv": le piattaforme segnano un cambiamento epocale, ma espongono anche al rischio del consumo compulsivo. Il futuro sarà ibrido: le immagini in sala non sono una specie in via d'estinzione

Il cinema oggi, per forza di cose, significa streaming. Con la chiusura delle sale il pubblico italiano è tornato per la seconda volta - dopo il lockdown nazionale - a rivolgersi esclusivamente alle piattaforme. Cosa sta succedendo? È l'unica ipotesi possibile o il cinema tornerà ad essere anche in sala? In attesa di verificarlo sul campo, naturalmente, non è più possibile tralasciare la centralità delle piattaforme, che nel tempo del Covid hanno segnato una svolta epocale nelle modalità di fruizione dei film. Non è dato sapere, al momento, se si tornerà indietro e come. Ne abbiamo parlato con Matteo Berardini, critico cinematografico, direttore del sito di cinema Point Blank e curatore del libro L'arrivo del lupo. Netflix e la nuova Tv (edizioni Il Menocchio), tra i primi a riflettere davvero sul tema delle piattaforme streaming.

Matteo Berardini, nel libro che hai curato tracci una panoramica di come Netflix ha rivoluzionato la fruizione mondiale dell'audiovisivo. Citando un capolavoro di Bergman, "L'ora del lupo", lo hai intitolato "L'arrivo del lupo". Oggi però i lupi sono tanti: Netflix, Prime Video, Mubi... Cosa ne pensi? Come vedi la moltiplicazione delle piattaforme?

Per chi segue il mondo delle piattaforme e dei servizi di streaming sono certamente tempi interessanti, per meglio dire frenetici. Il libro che citi nasce da un progetto risalente ormai a cinque anni fa, e volgendo lo sguardo indietro sembra di guardare veramente a un’altra era del consumo mediale. Netflix è stata la prima realtà che ha avuto l’audacia e la visionarietà necessarie ad aprire un nuovo mercato, quello dello streaming su scala mondiale, ma questa rivoluzione innesta cambiamenti profondi nell’ideazione, produzione e distribuzione dell’audiovisivo, come un vaso di Pandora che abbiamo appena iniziato a scoperchiare. Rispetto a cinque anni fa adesso gli attori in campo sono di più, e altri giganti sono in arrivo, il che non potrà che intensificare la portata delle trasformazioni che stiamo vivendo. Riguardo il nuovo assetto dell’audiovisivo un’importante studiosa americana, Amanda Lotz, ha scritto che "business e cultura sono all’opera contemporaneamente", e di questo binomio abbiamo appena iniziato a vedere gli effetti.

Con la chiusura delle sale gli accessi alle piattaforme si sono moltiplicati. Molte case di produzione rilasciano i film direttamente su piattaforma. Il caso della Disney è stato il primo e il più clamoroso, ma ormai viene seguito a ruota da molti altri. Dove stiamo andando? Quale strada ti sembra di intravedere?

L’emergenza sanitaria dettata dal Covid è stata un potente acceleratore di dinamiche già in atto, alcune delle quali tutt’altro che inaspettate o sgradite per le media company. Penso in particolare a Disney, che citi, la quale afferma ormai con chiarezza come il suo focus sia la distribuzione online (non solo tramite Disney+ ma anche Star, un’identità pensata per un pubblico più adulto all’interno della quale convergeranno film e serie tv targati ABC, FX, Freeform, Searchlight Pictures e 20th Century Studios). Credo quindi che una strada sia quella della crescente distribuzione online, supportata da occasionali uscite-evento dei cosiddetti tentpole, i nuovi blockbuster too big to fail. Tuttavia per molti studios (e soprattutto per le grandi catene cinematografiche proprietarie delle sale) sarà preferibile in futuro individuare formule ibride che bilancino lo streaming e il grande schermo. Il recente accordo tra Universal e le catene Amc e Cinemark (che rende possibile per Universal distribuire online alcuni titoli a soli 17 giorni dall’uscita in sala) guarda in questa direzione.

Le piattaforme hanno spesso un ruolo di supplenza alle sale, ovvero diffondono i film dove non arrivano. In periodi normali quando un film va su una piattaforma è una sorta di "seconda uscita", oppure una "prima uscita" se riguarda un'opera passata a un festival che diventa accessibile a tutti. Secondo te hanno davvero questa funzione positiva?

Sì, le piattaforme sono sicuramente un mezzo tecnologico-culturale potente, e credo che le loro potenzialità saranno determinanti per migliorare alcuni aspetti di quella che in campo educativo viene definita media literacy, ovvero l’alfabetizzazione mediatica. Già oggi grazie alle piattaforme possiamo accedere con maggior facilità a forme audiovisive prima irraggiungibili (cortometraggi, restauri, contenuti critici paratestuali) e vedere film altrimenti invisibili, troppo indipendenti o piccoli per godere di distribuzione internazionale. Chiaramente l’uso stesso della piattaforma contribuisce a riscrivere i rapporti tra cinema e pubblico, rendendo più complessa la distribuzione di opere che non siano locali o hollywoodiane, ma dobbiamo anche accettare che la sala non possa svolgere la stessa funzione culturale che ha avuto nel corso del Novecento. Questo non significa arrendersi a un mercato monopolizzato e narcotizzante, piuttosto guardare in faccia le sfide poste dalle nuove risorse tecnologiche per favorire il più possibile il sorgere di un consumo culturale ampio e consapevole.

Adesso stiamo affrontando la cosiddetta "seconda ondata". C'è poco da fare: al momento le piattaforme sono l'unico mezzo per vedere un film. Si tornerà indietro, o nel post-Covid ci saranno sempre meno sale e più piattaforme?

Credo, come detto, che al Covid potremo imputare in futuro l’esasperazione di meccaniche già in atto, il moltiplicarsi di piattaforme è una di queste. Cambieranno gli equilibri tra i concorrenti, la loro identità, i cataloghi e i supporti tecnologici, ma ormai la porta che dà sul consumo streaming di video-on-demand non può essere richiusa. Tuttavia non credo che questo debba combaciare con la sparizione della sala. La scomparsa del cinema come luogo aggregativo, alcova rituale, centro culturale non è affatto un esito scontato. Certamente sarà necessario riequilibrare domanda e offerta, ma credo fermamente che la presenza di spettatori più consapevoli, stimolati e abituati a consumare audiovisivo significhi anche il perdurare di un pubblico che sceglierà di consumare determinati prodotti in sala piuttosto che sul proprio divano. Forse questo comporterà una contrazione delle sale e un aumento dei prezzi, e a riguardo sarà compito nostro pretendere dal decisore politico di turno una nuova e più consapevole attenzione e tutela della sala, specie di quella indipendente o comunque estranea alle catene internazionali. A giudicare dall’atteggiamento miope e ottuso espresso dagli ultimi decreti legge, non sarà una lotta facile.

Vedi un rischio di "serializzazione", ovvero utenti che vedono troppe serie e rinunciano ai film?

Questo sì. La serialità è la grande moda culturale del tempo, ed è indubbio che a farne le spese siano altre forme di consumo e tempo libero. Tuttavia anche qui la situazione è contraddittoria: da una parte abbiamo prodotti seriali di altissimo livello, frutto di avanzamenti creativi e produttivi permessi a loro volta dalla nuova mole di pubblico ("business e cultura", dicevamo), dall’altra un modo di vendere e consumare serialità che si carica di toni compulsivi, necrotici, e che molto ha a che fare con l’impiego delle potenzialità delle piattaforme al minimo comune termine. Per avere servizi on demand migliori dobbiamo essere un pubblico migliore, ma la relazione vale anche al contrario, in un circolo che può essere virtuoso o vizioso in base a quanto si appiattirà e standardizzerà il consumo nei prossimi anni.

La grande novità degli ultimi tempi è Mubi, che tu definisci "un Netflix bis per cinefili". Una videoteca sterminata e senza precedenti offre il cosiddetto "cinema d'autore", sistematizzato con metodo e serietà, per esempio attraverso retrospettive su un singolo autore. Cosa ne pensi? Dove andrà Mubi, può espandersi ancora o resterà una nicchia cinefila?

Credo che nel panorama all you can eat promosso dalle piattaforme principali, la politica editoriale di Mubi, che favorisce selezione, qualità e attenzione al prodotto specifico, sia un modello da seguire e imitare. Nei primi mesi di emergenza sanitaria Mubi è cresciuta come e più di molte altre piattaforme, e la localizzazione in nuovi Paesi (Italia, Turchia, India i prossimi in lista) dimostra che la sua storia è appena agli inizi. Credo che con un equilibrio sapiente tra autorialità più intransigente e forme più morbide, accessibili, Mubi possa espandersi ancora, permettendoci di vedere e rivedere immagini altrimenti invisibili o davvero difficili da rintracciare.

Negli ultimi mesi ho visto alcuni festival di cinema online. Trovo l'esperienza alienante perché ti priva della dimensione della sala, con tutto quello che c'è intorno, la chiacchiera cinefila, lo scambio di opinioni, insomma il "mondo festival" che è fondamentale. Dall'altra parte però così tutti hanno la possibilità di accedere a kermesse a cui difficilmente parteciperebbero, perché non si può seguire tutto o andare ovunque. Tu hai visto qualche festival online? Se sì, come ti sembra?

Sì, ho seguito alcuni appuntamenti del MedFilm Festival e ho visto il Torino Film Festival. Mi sembra che anche in questo caso l’emergenza sanitaria ci abbia spinto a raggiungere prima del previsto dei nuovi standard che erano già nell’aria, e che ben esemplificano potenzialità e rischi della tecnologia VOD. Perché poter accedere alla selezione festivaliera di eventi altrimenti irraggiungibili è un vantaggio enorme, ma la perdita della sala – e quindi della condivisione dell’esperienza festivaliera, con tutto quel che ne consegue – pesa particolarmente. Credo che il settore dei festival sarà un grande laboratorio nel quale testare formule ibride di partecipazione.

Domanda da un milione di dollari. Come sarà il futuro del cinema?

Ibrido, appunto. Credo che il cinema e le immagini siano tutto fuorché specie in via di estinzione. La crescita dei nuovi mercati (Cina, India, diversi paesi africani) e i numeri straordinari raggiunti dai recenti blockbuster ci dicono che pubblico e spettatori esistono e vogliono film in sala. Come detto dobbiamo capire che il Novecento è finito, e con lui quel ruolo fondamentale che il cinema esercitava nel tempo libero, nell’azione culturale, nel dibattito collettivo. Tuttavia questa non è una fine, anzi. Se pensiamo alle serie e ai nuovi franchise, come anche alle piattaforme cinefile o alle visioni invisibili online (o ancora agli accessi dibattiti scatenati dall’affaire Via col vento e dalla gestione del catalogo digitale in generale) risulta evidente che l’immagine è ancora energia viva e vegeta. Serviranno nuovi equilibri, spesso faticosi e accompagnati da rinunce dolorose, ma le possibilità di un consumo mediale in crescita sono evidenti. Che sia pure più libero, consapevole e florido dal punto di vista culturale, dipende (anche) da noi.

(Nelle foto alcuni dei titoli principali usciti direttamente in streaming nel 2020: Mulan di Niki Caro, Mank di David Fincher, Le Streghe di Robert Zemeckis, On the rocks di Sofia Coppola)