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Il documentario

«Malacqua», la vita degli invisibili

Maria Antonia Fama
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La storia di Anna e Salvatore, una coppia del Sud che lotta ogni giorno per sopravvivere. La sfida di comprare un macchina per tornare a lavorare. Dal film di Giuseppe Crudele, Petra Pirandello e Marcus Zahn, premiato al Working Title Film Festival 2020, emergono con forza i temi dell'emarginazione e della povertà. Intervista agli autori

In Italia, quasi due milioni di persone vivono in condizioni di povertà estrema. Il coronavirus ha avuto un effetto devastante sulle loro esistenze, e su quelle dei nuovi poveri, che a causa dell’emergenza sono aumentati del 45%. Migliaia di persone che lottano ogni giorno per difendere con le unghie e i denti quel poco che hanno. Tra queste persone ci sono Anna e Salvatore, protagonisti di Malacqua. Il film di Giuseppe Crudele, Petra Pirandello e Marcus Zahn (QUI IL TRAILER) è stato premiato con una menzione speciale all’ultimo Working Title Film Festival. I tre autori, giovanissimi, riescono nell’impresa di costringere lo spettatore a guardare tutto quello che, nella realtà, preferisce non vedere.  L'ingresso nella vita di Anna e Salvatore è come un pugno nello stomaco.

A Napoli, affrontare la “mal’acqua, le cattive acque, significa dover combattere le difficoltà quando le cose si mettono male. Per Anna e Salvatore anche il più piccolo gesto è complicato, come racconta bene il film, che li segue nel loro quotidiano. La coppia vive in un paese isolato sulle colline del Sud Italia. Non hanno un lavoro, non hanno un mezzo di trasporto, e passavano la maggior parte del tempo chiusi in casa già prima che la quarantena lo imponesse a tutti. Costretti a una condizione di marginalità fisica e sociale, vendono ogni giorno qualcosa di quello che possiedono, per mangiare e pagare le bollette.

Giuseppe Crudele, Petra Pirandello, tra i temi che il documentario esplora, c'è anche quello della dignità che viene dal lavoro. 

Per Anna e Salvatore non avere un lavoro vuol dire vivere nella sua incessante ricerca e non potersi permettere di pensare ad altro, diventando schiavi della sua mancanza. Costretti a continui sacrifici nel tentativo di restare a galla, si vedono obbligati a mettere da parte ogni desiderio, privati della possibilità di dedicarsi a sé stessi e al proprio tempo. Per Anna e Salvatore trovare un lavoro significa riappropriarsi del proprio avvenire, tornando a scegliere delle proprie vite.

La condizione di povertà in cui vivono i due protagonisti si aggrava con il passare tempo. Anche loro sono tra quelle persone che il Covid 19 sta colpendo più duramente.

La pandemia ha aggravato le disuguaglianze e colpito con maggior forza chi già viveva una condizione di precarietà simile a quella dei nostri protagonisti. Anna e Salvatore appartengono a una categoria di invisibili, che giorno dopo giorno devono trovare nuove soluzioni per sopravvivere e che da un giorno all’altro rischiano di perdere ogni cosa. Si tratta di persone che non possiedono alcun reddito e che lavorano occasionalmente e autonomamente, poco inquadrabili e per questo difficilmente raggiunte dallo Stato, senza ricevere il sostegno necessario.

Come avete conosciuto Anna e Salvatore e come è nata l'idea di questo documentario?

Nell’estate del 2018, durante la fase di ricerca per il nostro film di diploma ci trovavamo a Magazzeno, in provincia di Salerno, in cerca di possibili storie da raccontare. Un giorno li abbiamo incontrati al bar mentre filmavamo con altri personaggi e hanno mostrato una forte curiosità verso ciò che stavamo facendo. La loro relazione e i loro caratteri ci hanno da subito colpito, ma è col tempo che abbiamo imparato a conoscere la condizione di marginalità che vivono e a sentire l’esigenza di raccontarla.

Il documentario complice anche l'uso costante della camera a mano, penetra nella vita quotidiana della coppia. Come siete riusciti a entrare così profondamente nella loro intimità senza “invaderla”?

La realizzazione del film ha richiesto un tempo per le riprese molto ampio, dalla stagione estiva a quella invernale, che ci ha permesso di sviluppare una relazione di complicità e vicinanza con Anna e Salvatore e di poter cogliere il loro rapporto. Col passare dei mesi la presenza della macchina da presa è gradualmente scomparsa, dandoci la possibilità di catturare i momenti di intimità mostrati nel film.

Cosa vi ha più colpito di una routine quotidiana come quella di Anna e Salvatore, basata sulla sopravvivenza e la ricerca costante di espedienti per restare a galla? 

Ciò che ci ha da subito colpito è stato il modo in cui Anna e Salvatore affrontano la propria quotidianità. Vivere una condizione di precarietà costante può minare la stabilità di un rapporto, ma l’equilibrio creato dalla loro unione, frutto della vitalità di Anna e della riflessività di Salvatore, permette loro di sopravvivere.

Il film ruota attorno a una svolta che per i protagonisti potrebbe significare l’investimento della vita: comprare una macchina per provare a rimettersi in pista.

L’acquisto di un’automobile rappresenta per Anna e Salvatore la possibilità di rompere l’isolamento a cui sono costretti, sul piano fisico e psicologico, accorciando le distanze tra essi e il mondo esterno. Oltre a essere un mezzo pratico per l’accesso ai servizi e la ricerca di un lavoro — i protagonisti vivono in una zona periferica, distante chilometri dai centri abitati più vicini — la macchina apre a una progettualità prima impensabile e diventa un espediente per sognare, rendendo libertà di pensiero la libertà di movimento appena conquistata.