L’Intelligenza artificiale consuma ogni anno tanta energia quanto interi Stati, c’è chi sostiene quanto Brasile e Regno Unito insieme, oltre a centinaia di miliardi di litri d’acqua (oltretutto da purificare) e il suolo per ospitare i data center, ma "soprattutto con una curva di crescita che sembra destinata a diventare esponenziale”. Così Mario Calderini, docente di Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano dove insegna Social innovation, nonché direttore di Tiresia, il centro di ricerca sull’innovazione e la finanza a impatto sociale. 

I data center affamati e assetati

A livello nazionale, in un articolo pubblicato dal quotidiano Il Sole 24 Ore, si parla di una potenza installata complessiva di 513 megawatt per tutti i data center italiani e in crescita del 17 per cento. Secondo una ricerca di Teha nel 2035 ci potrebbe essere un fabbisogno che potrebbe essere oltre i 2,3 gigawatt e toccare anche i 4,6 gigawatt. Numeri da capogiro.

Calderini ci conferma che “l'intelligenza artificiale in questo momento si è avviata su una strada che la rende fortemente energivora, richiede cioè tantissima energia, consuma molta acqua per il raffreddamento delle macchine, entrando così anche in contrasto con altri usi idrici molto importanti, primo tra tutti l'agricoltura”.

Il professore ricorda che “vi sono in Europa luoghi in cui si sta concentrando moltissimo questa fame di energia, di acqua, di dati: l'intelligenza artificiale si nutre di dati e anche di suolo. Anche in Italia ormai abbiamo una presenza di questi data center molto importanti la cui dimensione e richiesta di energia è ovviamente proporzionale agli investimenti e all'uso che si sta facendo di intelligenza artificiale”.

Calderini evidenzia che “tutto ciò porta con sé anche consumi indiretti: ci sono grandi industrie, penso a quella dei semiconduttori, che lavorano per l'intelligenza artificiale e sono trainate da questo settore, aumentando consumi e anche emissioni. In un momento in cui eravamo già piuttosto preoccupati della nostra capacità di controllare le emissioni, quindi di controllare gli effetti che possono avere sul pianeta, è arrivata questa rivoluzione tecnologica che oggettivamente sta cambiando molte cose”.

L’utile, il futile e l’alternativa

E poi c’è un’altra questione: se tutto questo consumo di acqua, di energia e di suolo valga davvero la pena rispetto alla restituzione che l’intelligenza artificiale darà in termini di benefici alla società. Il suo utilizzo è ormai indispensabile per il progresso in campi come quello medico, o ingegneristico, ma è noto che sia destinato in buona parte a scopi non necessari al benessere dei cittadini e, talvolta, persino dannosi. Calderini porta l’esempio di alcuni ristoranti nei quali l’intelligenza artificiale cattura il tipo di conversazione che si sta facendo a tavola e dispone il rilascio nell’ambiente di profumi compatibili con quello che si mangia e col tipo di conversazione.

Per il docente del Politecnico di Milano “la domanda più importante da porsi è se in realtà non ci sarebbe un modo diverso di fare più o meno quello che oggi si sta facendo, se non ci possa cioè essere un'altra idea di intelligenza artificiale un po' meno energivora. Non è detto che l'intelligenza artificiale debba essere così famelica di risorse”.

Lo zampino della finanza

L'impressione che Calderini dice di avere “è che per qualcuno questa fame di risorse sia un vantaggio, ad esempio per certi interessi finanziari e industriali. La finanza ha un interesse molto grande a drogare il tipo di tecnologie che servono, perché più queste richiedono risorse più, ci sono investimenti miliardari, e poi c’è una certa sopravvalutazione dei titoli finanziari legati ad alcuni particolari produttori, avendo grandi interessi sul tipo di traiettoria che le tecnologie possono intraprendere”.

“Invece – afferma – interessantissime startup italiane ci hanno dimostrato che c'è un modo un po' più frugale di fare intelligenza artificiale e io credo che la vera trincea, la vera battaglia da fare sia lunga, ma sia questa: non dare per scontata la traiettoria su cui si sta muovendo l'intelligenza artificiale e prendere ad esempio quelle imprese che riescono a fare modelli diversi di intelligenza artificiale ottenendo le stesse prestazioni di quelle energivore”. 

Milano caput data center

Calderini insegna in un ateneo milanese ed è noto che proprio in Lombardia si concentri il maggior numero dei data center: in Italia ce ne sono circa 168, ma solo nella regione 56, 48 dei quali nella nell'area metropolitana milanese con conseguente consumo anche di suolo, mentre, come propone invece la Cgil Milano, potrebbero essere utilizzate le aree industriali dismesse.

“Questo è uno dei grandi temi – prosegue -: il flusso di investimenti nei data center dovrebbe essere governato, perché in questo modo potrebbe ridistribuire un po' di ricchezza sul territorio, utilizzando aree che difficilmente avrebbero trovato una loro destinazione industriale tradizionale. Il problema è che servirebbero politiche industriali che al momento non mi sembra ci siano”. 

A occuparsi di questo tema per il sindacato milanese è Simone Lauria, dell’ufficio studi Cgil Milano, che porta ad esempio il progetto di insediamento di un data center nella zona di Bollate, come anche quello nell’area verde del Parco delle Groane con un forte impatto ambientale. Lauria concorda sull’opportunità di “insediarli nelle aree da riqualificare, nelle aree dismesse. Ad esempio, a Sesto San Giovanni, dove tra l’altro noi, come Cgil, stiamo facendo studi e proposte ai decisori politici: esistono aree industriali dismesse per cui si compierebbe nel contempo anche un’opera di riqualificazione e di valorizzazione, accompagnando l’insorgere dei data center con progetti che puntino sulla clean energy”.

Vigilare sul lavoro

“L’impressione è che invece i Comuni si contendano i centri pensando alle opere di compensazione che potrebbero ottenere e alla creazione di occupazione”, prosegue il sindacalista: “Bisogna però chiedersi, e questo è proprio il compito del sindacato, quali poi saranno le condizioni di lavoro proposte, anche perché le aziende sono per lo più statunitensi (come Amazon e Microsoft).

Tutto ciò potrebbe diventare anche un laboratorio per la contrattazione di sito e territoriale, con il coinvolgimento dell’indotto e del sistema degli appalti, operando un’opera di compensazione attraverso il welfare. Bisognerebbe obbligare l'insediamento in queste ex aree industriali che hanno già una vocazione produttiva, avviando un'interlocuzione anche con le istituzioni locali, i movimenti, i partiti”.

Il “trilemma”

Lauria fa presente poi che “Milano si sta candidando, come Londra, Parigi, Francoforte o Dublino, a ospitare i data center. Questo ci fa temere per un sovraccarico infrastrutturale della rete, con il rischio di blackout. È il solito ‘trilemma’: sostenibilità ambientale, sostenibilità economica, sostenibilità sociale”. 

Lauria rileva che “l’approvvigionamento di energia dovrebbe avvenire da fonti green, dalle rinnovabili, ma il nostro timore è che passi la strada del nucleare, dei piccoli reattori installati nei data center”.

Emerge così l'aspetto più predatorio del capitalismo: “Noi dobbiamo avviare sin da subito contatti con i sindaci, e non solo loro, per pensare a una legge nazionale – anche se non mi pare questo governo sia intenzionato a farlo – che riconosca l'importanza di questi data center per lo sviluppo, prevedendo però anche una politica energetica”, conclude Lauria, concordando con Calderini: “Servono piani industriali, strategie energetiche a livello nazionale che guardino a uno sviluppo che non sia predatorio per territori e risorse, garantendo nello stesso tempo la dignità del lavoro”.