L’Orso d’oro alla Berlinale 2026 parla turco: è Yellow Letters di İlker Çatak, grande film politico contro il regime e forse il migliore in concorso. Così ha deciso la giuria chiamata ad assegnare i premi nel terzo festival più importante del mondo, dopo Cannes e Venezia. Nello specifico, il regista è tecnicamente tedesco perché nato a Berlino nel 1984, ma di origine turche e ha scelto di raccontare proprio la terra da cui proviene la sua famiglia. Le “lettere gialle” sono infatti quelle delle dimissioni imposte che ti arrivano all’improvviso, in Turchia oggi.

Il film racconta la storia di una coppia di artisti perseguitati dallo Stato per le loro opinioni e per la loro arte, costretti a confrontarsi con le pressioni sociali e professionali: un ritratto crudo delle condizioni di vita sotto regimi repressivi.

Non si fanno nomi, ma l’elefante nella stanza è evidente: Erdogan, con la sua dittatura “dolce” che non uccide direttamente ma umilia, reprime e fa sparire. Evidentemente il film ha convinto il festival come opera di alta estetica, e insieme simbolo della resistenza contro i troppi regimi dittatoriale ancora in piedi nel presente.

L’Orso d’argento lo vince un altro turco, Salvation di Elmin Alper, prova forte di cinema d’autore. Dal palco l’autore ricorda apertamente i palestinesi, ma anche gli iraniani e i turchi che combattono contro il regime repressivo: “You are not alone”, scandisce.

Il premio per il miglior regista lo vince Grant Gee, col suo film Everybody Digs Bill Evans sul leggendario pianista jazz Bill Evans. A convincere Wenders, lo ha detto chiaramente, è stata soprattutto l’elegante regia in bianco e nero che rievoca quell’età del jazz.

Queste le scelte della giuria presieduta da Win Wenders. Il decano del cinema tedesco, dopo le polemiche iniziali, alla premiazione ha tenuto un discorso molto ecumenico, ringraziando tutti coloro che fanno cinema e si impegnano per le cause sociali, ed è stato mediamente applaudito. Resta comunque la gaffe del primo giorno sui “film che non devono essere politici”, ci torneremo.

Il regista palestinese Abdallah Al-Khatib ha vinto la sezione Perspectives col suo Chronicles From the Siege. È stato il momento più alto della cerimonia: Al-Khatib è salito sul palco con la kefiah e la bandiera palestinese portando il suo grido “Free Palestine”. Ora ci auguriamo che il suo film, relegato in un’oscura sezione collaterale, possa avere qualche visibilità.

L’unico “mezzo” italiano in concorso è stato The Lonelinest Man in the World: co-diretto da Tizza Crovi e Rainer Frimmel, segue la storia del vecchio bluesman Al Cook, peraltro molto ben accolta da pubblico e critica. La presenza esigua di un solo titolo co-diretto la dice lunga sulla percezione sbagliata del cinema italiano, che continua a sottovalutare la Berlinale preferendo altri palchi, sui quali generalmente resta a bocca asciutta (vedi Cannes).

L’occhio della Berlinale sul mondo

In generale la Berlinale, svolta dal 12 al 22 febbraio 2026 nella capitale tedesca con sede principale a Potsdamer Platz, è tradizionalmente il primo festival internazionale dell’anno e serve a sondare lo stato del settore cinema nel mondo. Da sempre allergico ai tappeti rossi, con poche star e molto impegno, si conferma un palcoscenico di storie che guardano alle trasformazioni sociali, alle disuguaglianze, al lavoro e alle identità in un mondo sempre più complesso.

È stata un’edizione di crisi economica: malgrado le ristrettezze e i tagli imposti, il festival ha garantito un programma ricco e pieno, con produzioni da decine di Paesi del mondo, anche i più periferici.

L’inferno del lavoro tedesco

Tra le opere in programma, numerosi film affrontano in modo diretto o implicito la precarietà, l’alienazione e le nuove frontiere del lavoro. Ha molto colpito il tedesco I Understand Your Displeasure di Kilian Armando Friederich, sezione Panorama: protagonista una donna che si occupa del servizio clienti di una società di pulizie, insomma un appalto. Heike deve sostenere una crisi con il subappaltatore e sostenere i licenziamenti, cercando di garantire da una parte i diritti dei lavoratori e dall’altra le richieste dell’azienda. Lei in mezzo al guado è la figura più complessa, chiamata a mantenere una propria umanità nelle storture del mercato. Un affresco tra Ken Loach e i fratelli Dardenne, che colpisce ulteriormente perché arriva dalla “evoluta” Germania: evidentemente non solo l’Italia sconta il dramma del subappalto

Lavoro e amore dei migranti

Al tema dei migranti è dedicato Iván & Hadoum di Ian De La Rosa, un’altra opera di forte segno sociale che giunge dalla Spagna. Qui la storia mette al centro la vita di due lavoratori migranti in una serra dell’Andalusia, intrecciando la dimensione professionale con questioni di identità: un ragazzo che si appresta a diventare caporeparto, in una filiera agricola sottopagata, trova l’amore di una giovane marocchina di seconda generazione. Così le difficoltà del lavoro si alternano a quelle della vita intima, fino a sfociare in un “ritorno” della lotta di classe quando decidono di ribellarsi alle proprie condizioni.

I russi in fuga dalla guerra di Putin

Impossibile non trattare il tema ineludibile di oggi: la guerra. Lo fa Patric Chiha in A Russian Winter, documentario che segue due giovani in fuga dalla Russia che si sono rifugiati a Istanbul. Perché? Per evitare la leva obbligatoria, imposta da Putin all’atto dell’invasione dell’Ucraina, che avrebbe significato morire o uccidere sul campo di battaglia. Il cineasta segue la comunità di nuovo esuli, che si ritrovano senza patria trovandosi però sradicati, che è l’ennesima violenza del tempo di guerra. Un documento importante, dunque, proprio perché arriva da ragazzi e ragazze russe che rifiutano ciò che avviene nel loro Paese.

Del resto proprio qui nel 2025 si era visto un titolo simile e ugualmente spiazzante: Holding Liat di Brandon Kramer, su una famiglia israeliana con figlia finita in ostaggio il 7 ottobre che inizia una contestazione contro la folle politica di Netanyahu. Come sempre, il rovesciamento di prospettiva rende i messaggi ancora più potenti.

La forza dei film arabi

Come sempre, il mondo arabo porta dei film memorabili nel giro dei festival, speriamo anche nelle sale. Accanto al vincitore Yellow Letters, va citato À voix basse della regista franco-tunisina Leyla Bouzid, tra i principali film arabi in gara. Un dramma familiare intenso ambientato tra Parigi e Tunisi, che affronta temi di ritorni, tensioni generazionali e identità. E che soprattutto prende di petto il tema dell’omosessualità nel mondo arabo, un motivo che definire tabù sarebbe fargli un complimento.

La voce della Palestina nella città assediata

Non poteva mancare la voce della Palestina. Per la verità non c’è stato un caso clamoroso come La voce di Hind Rajab al Festival di Venezia, che vinse il Leone d’argento, ma su un titolo bisogna tornarci sopra dopo il premio ricevuto: Chronicles From the Siege, diretto dal regista palestinese-siriano Abdallah Al-Khatib (premio sezione Perspectives). Il film racconta la vita quotidiana in una città assediata, intrecciando storie minime di sopravvivenza, dignità e relazioni umane al centro di un conflitto spietato: uno sguardo intenso sulla resistenza quotidiana e sulle dinamiche di una popolazione vittima di genocidio, che affronta la fame, i pericoli, le malattie.

La battuta infelice di Wenders

Proprio in risposta a una domanda su Gaza è scattata la polemica all’inizio del festival, quella innescata dal presidente della giuria Wim Wenders. L’autore de Il cielo sopra Berlino aveva affermato che “i film non devono essere politici”, che è auspicabile che il cinema resti al di fuori della politica attiva, pur potendo contribuire all’empatia e alla comprensione tra gli spettatori. Una posizione ha sollevato forti reazioni da parte di registi, critici e artisti, tra ritiri (Arundhati Roy), raccolte di firme e richieste esplicite di condannare l’azione di Israele.

È dovuta intervenire la direttrice Tricia Tuttle, con una dichiarazione che ha difeso la libertà degli artisti di trattare o meno questioni politiche, negando che la Berlinale abbia fatto pressioni per evitarle. D’altronde la metà della selezione ha trattato nodi politici… Quanto a Wenders, forse era il caso di condannare ciò che avviene a Gaza, almeno a titolo personale, senza parlare come “portavoce” della Berlinale.

Ogni immagine è politica

Comunque la si pensi, è chiaro che oggi ogni immagine è politica: c’è l’impegno frontale che denuncia i morti di Gaza, ma anche la sequenza di una ragazza tunisina che bacia di nascosto la fidanzata (A Whisper), perché è vietato essere lesbica… A ben guardare non è anch’essa politica?

il cinema non può certo cambiare il mondo (magari), ma non può neanche distogliere lo sguardo dall’abisso, non può negare un genocidio. Così come il sorgere della nuova America violenta di Trump, e tante altre cose. Tutto ciò, in conclusione, ribadisce che oggi l’arte è chiamata a guardare in faccia il presente e – seppure nella sua autonomia – essere neutrali non è più un’opzione

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