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Prologo: Ritorno nell’aula bunker
Ho sentito il bisogno di tornare, dopo tanti anni, dentro quelle giornate, dentro quella voce collettiva che fu il Maxiprocesso. Non per nostalgia, né per cercare di accendere i riflettori su una stagione che molti credono ormai conclusa, ma perché in questi ultimi due anni mi è capitato di mettere mano alle registrazioni integrali delle udienze: una volta iniziato, non sono riuscito a smettere.
Rivedendo quei momenti e riscrivendo personalmente ogni citazione tratta dagli atti originali del dibattimento, ho riscoperto quanto di quella vicenda sia stato travolto dal tempo, distorto dalla memoria o semplicemente dimenticato. Oltre le immagini scolpite nell’immaginario collettivo – la postazione dei collaboratori di giustizia, le gabbie affollate, il volto paziente del presidente Giordano, l’ingresso di Buscetta in aula, la tensione del confronto con Calò – si nascondono altre immagini ormai sbiadite, si nasconde una verità più profonda e più fragile, fatta di paure, notti insonni, errori evitati per un soffio, coraggio silenzioso e dignità quotidiana.
Raccontare oggi il Maxiprocesso significa restituirgli questa verità umana: quella di chi non aveva certezze, ma scelse comunque di credere nella giustizia come unico strumento possibile per tenere insieme la nostra democrazia. Lo racconto anche perché la mafia non è sconfitta. Ha cambiato volto, ha quasi smesso di sparare, ma continua a infiltrare la nostra società, insinuandosi nei circuiti dell’economia, della pubblica amministrazione, del consenso.
Si nasconde dietro le apparenze della legalità, con una strategia del silenzio e della rispettabilità, nella speranza che la normativa antimafia – costruita con tanto sacrificio – venga lentamente svuotata, distrutta dall’indifferenza e dal tempo. Raccontare quei giorni non è un esercizio di memoria, è un atto di resistenza civile.
Il Maxiprocesso non fu solo una battaglia vinta nei tribunali,
ma una svolta di civiltà: la dimostrazione che lo Stato, quando si riconosce comunità, può affrontare e sconfiggere la paura. Fu il frutto di un lavoro collettivo – magistrati, forze dell’ordine, istituzioni, cancellieri, testimoni, giornalisti – e di vite spezzate. Molti di coloro che lo resero possibile non videro mai il giorno della prima udienza: Chinnici, Dalla Chiesa, Montana, Cassarà, per citare solo alcuni nomi.
Altri furono uccisi dopo la definitività della sentenza in Cassazione il 30 gennaio 1992: a Capaci e in via D’Amelio trovarono la morte gli uomini che avevano dato slancio e forza al pool antimafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con loro la magistrata Francesca Morvillo e gli agenti di scorta: Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi.
Tutti uccisi da quella stessa organizzazione che, in quell’aula di cemento e ferro, avevamo osato nominare, smascherare, condannare. In questo lavoro ho scelto di non affidarmi alla memoria, ma alle fonti: registrazioni integrali, atti giudiziari originali, carte dell’istruttoria, appunti personali di udienze. Ogni dialogo e ogni frase tra virgolette è stata verificata e trascritta per restituire il suono autentico delle voci, il ritmo dei silenzi, la forza dei pensieri.
Ho voluto intrecciare la cronaca giudiziaria con la dimensione umana: solo dal loro incontro nasce una verità viva. Rivedere quelle immagini, ascoltare quelle voci, rientrare in quell’aula è stato come riaprire una ferita e insieme dare un senso alla mia vita. Ogni volta che il tempo, la politica o la stanchezza collettiva sembrano ridurre quella stagione a un ricordo sbiadito, io torno lì, nell’aula bunker dove la giustizia imparò a camminare a testa alta.
Scrivo queste pagine non per celebrare, ma per testimoniare: nulla di ciò che conquistammo allora è eterno; ogni diritto, ogni legge e ogni verità possono essere smontati se non trovano qualcuno disposto a difenderli. Scrivere di nuovo il Maxiprocesso è stato come rimettere ordine nella memoria, ma anche come dire a me stesso – e ai lettori più giovani – che la giustizia non è mai un obiettivo raggiunto.
È un cantiere aperto, che richiede coraggio, rigore e fiducia costanti, continua ricerca della verità. E a cui, nonostante tutto, vale ancora la pena di credere. Perché le idee, come diceva Giovanni Falcone, non muoiono mai: camminano sulle gambe di chi ha il coraggio di portarle avanti.
Dedico questo libro a mia moglie, che ha condiviso silenzi, paure e attese, ha custodito la normalità quando tutto intorno sembrava straordinario, e come insegnante ha lavorato ogni giorno per trasmettere princìpi forti e conoscenze ai suoi studenti. A lei devo la forza di essere rimasto fedele a ciò in cui credo: la giustizia come servizio, non come potere.
E alle nuove generazioni, a chi allora non era ancora nato, perché sappiano che quella stagione non appartiene solo al passato, ma al loro futuro. Che la libertà, la legalità, la verità non si ereditano: si scelgono, ogni giorno. E che, anche quando la fiducia vacilla, la giustizia è ancora il modo più alto di sperare.
I contenuti inediti
‘U Maxi non è solo un libro, ma un frammento di storia collettiva. Nel link a questa sezione, curata dalla Fondazione Scintille di Futuro, un percorso guidato all’interno dell’aula bunker, attraverso contenuti inediti, documenti giudiziari, fotografie mai viste prima.

























