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Clima

Cop27, storia di un ennesimo fallimento

Foto: da Flickr/UNclimatechange
Simona Fabiani
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Anche se introduce un fondo per le perdite e i danni, l'accordo finale di Sharm el-Sheikh non fissa impegni concreti per uscire dai combustibili fossili

I negoziati si sono protratti fino a domenica e alla fine un accordo c’è stato, ma non è quello di cui abbiamo bisogno. La decisione finale, lo “Sharm el-Sheikh Implementation Plan”, è privo di ambizioni perché manca l’impegno concreto per un’uscita sicura e sostenibile dai combustibili fossili.

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha commentato così le conclusioni della Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici: “Il Pianeta è ancora in rianimazione. Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questo è un problema che questa Cop non ha affrontato. Il fondo per le perdite e i danni è essenziale, ma non è una risposta se la crisi climatica cancella dalla mappa un piccolo Stato insulare o trasforma un intero Paese africano nel deserto”.

Perdite e danni

Aver introdotto il principio della creazione di un fondo finanziario specifico per le perdite e i danni, anche se ancora da concordare, è un segnale positivo di responsabilità per risarcire e garantire giustizia sociale per tutti i Paesi in via di sviluppo e quelli piccoli insulari che non hanno nessuna responsabilità storica e un’irrilevante responsabilità attuale in termini di emissioni, ma che sono i più drammaticamente colpiti dal cambiamento climatico. Il fondo “loss and damage” è un atto di giustizia riparatoria ma non ferma la morte, la distruzione e le catastrofi che il global warming sta progressivamente causando.

Foto: da Flickr/UNclimatechange

Deve essere affiancato da misure urgenti e radicali di mitigazione e adattamento. Su questi versanti la decisione finale non fa nessun passo in avanti. Conferma l’impegno dell’Accordo di Parigi del 2015 di contenere l’aumento globale della temperatura media ben al di sotto di 2°C, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5°C, riconoscendo che questo ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico. Sottolinea che il contesto geopolitico globale, e le conseguenze sulla situazione energetica, alimentare ed economica, non dovrebbero essere usati come pretesto per fare marcia indietro o per depotenziare l’azione per il clima.

1,5°C, obiettivo lontano

 Sappiamo, però, che siamo molto distanti dall’obiettivo di 1,5°C. C’è un divario enorme tra l’effetto aggregato degli impegni assunti dalle parti (cosiddetti Ndc) e l’obiettivo dell’Accordo di Parigi. Secondo alcune stime le attuali promesse ridurranno le emissioni globali nel 2030 di un 5-10 per cento, mentre per limitare il riscaldamento della Terra a 1,5°C il calo delle emissioni al 2030 dovrebbe essere del 45 per cento. Questo gap ci pone in uno scenario di incremento delle temperature fra i 2,1 e 2,9°C che anche questa Cop non è stata in grado di colmare, essendosi limitata a invitare solo i Paesi che non hanno presentato nuovi impegni l’anno scorso ad aggiornarli entro il prossimo anno. Non è stata recepita nemmeno la raccomandazione dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo dell’Onu, di raggiungere il picco di emissioni nel 2025.

Transizione senza impegni

Parlando di crisi energetica la decisione finale riconosce l’urgenza di trasformare rapidamente i sistemi per renderli più sicuri, affidabili e resilienti, accelerando transizioni pulite ed eque verso le fonti rinnovabili in questo decennio. Ma poi, nel capitolo della mitigazione, non assume impegni adeguati a garantire questa transizione: incoraggia solo gli sforzi per eliminare gradualmente il carbone e i sussidi inefficienti ai combustibili fossili. Non parla di cancellare tutte le fossili (quindi anche petrolio e gas) come sarebbe urgente e necessario fare, anzi consente il sostegno a nuovi progetti. Evidentemente la presenza ai negoziati di oltre 600 lobbisti dei combustibili fossili, insieme ai Paesi produttori di gas e petrolio, ha portato dei risultati.

Adattamento dove sei?

Anche sul versante dell’adattamento il documento non fa passi in avanti. Esprime grave preoccupazione per il divario esistente tra gli attuali livelli e quelli che sarebbero necessari, esorta tutte le parti a migliorare le proprie capacità, rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità e spinge i Paesi sviluppati ad aumentare urgentemente e in modo significativo l’impegno verso quelli in via di sviluppo con contributi finanziari, trasferimento di tecnologia e sviluppo di competenze.

Foto: da Flickr/UNclimatechange

Per quanto riguarda l’impegno, non ancora rispettato, di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per aiutare i Paesi più poveri e vulnerabili ad affrontare gli effetti del cambiamento, il documento esprime grave preoccupazione per il ritardo ed esorta quelli sviluppati a lavorare per raggiungere l’obiettivo. In ogni caso, durante la conferenza è emerso che 100 miliardi di dollari sono irrisori considerato che recenti studi stimano fra i 6.000 e gli 11.000 i miliardi di dollari necessari da qui al 2030 per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni.

Giudizio negativo

Il giudizio della Cgil sulle conclusioni della Cop è decisamente negativo. Il fallimento sul versante della mitigazione è inaccettabile, così come era inaccettabile chiudere gli occhi sul tema del rispetto dei diritti umani, motivo per cui non abbiamo partecipato alla conferenza sul clima presieduta dall’Egitto. Non possiamo accontentarci di finanziare un fondo per riparare i danni, dobbiamo investire per accelerare la decarbonizzazione in tutti i settori economici e per migliorare la nostra capacità di adattamento ai cambiamenti già presenti.

Solo così facendo potremo evitare le conseguenze più gravi del climate change e allo stesso tempo dare una risposta alla crisi energetica, avere la possibilità di perseguire la giusta transizione verso lo sviluppo sostenibile, puntando alla giustizia sociale, alla piena occupazione, al rispetto dei diritti umani e del lavoro e alla pace. La Cop27 è un risultato positivo per le lobby e i poteri forti che difendono questo sistema insostenibile che ci condanna alle crisi di questi anni, sociale, climatica, economica e sanitaria, alle guerre e alle disuguaglianze. Per noi è un ulteriore monito che ci rende ancora più responsabili nel nostro impegno per perseguire la giusta transizione e per rivendicare la giustizia climatica e sociale.

Simona Fabiani è responsabile delle politiche per il clima, il territorio e l'ambiente, trasformazione green e giusta transizione della Cgil